Questo articolo rientra in uno “Speciale” di LombardiaSociale sul tema della protezione giuridica e nasce dall’affiancamento tra tre articoli di membri del gruppo “Protezione Giuridica”  del  Consiglio regionale dell’Ordine Assistenti Sociali lombardo (CROAS) e tre articoli di LombardiaSociale sulla presa in carico sociale di anziani soli, a rischio e non collaboranti, non di rado beneficiari di istituti di protezione giuridica quali l’Amministrazione di sostegno.

I tre articoli del CROAS riprendono sia gli esiti della ricerca “I ruoli dell’assistente sociale nell’ambito della protezione giuridica delle persone fragili” sia alcuni spunti emersi nel corso del Convegno “Amministrazione di sostegno. L’indagine del CROAS Lombardia“; e offrono approfondimenti sul ruolo dell’assistente sociale nell’ambito della protezione giuridica delle persone fragili e su alcune “best practice” quali l’Elenco provinciale degli amministratori di sostegno volontari e il Codice etico degli Amministratori di sostegno. I tre contributi di LombardiaSociale fanno invece parte di una serie e, dopo una prima introduzione sul tema degli anziani soli non collaboranti, propongono la testimonianza di alcuni Ambiti lombardi, suddivisa in due parti: Voci dai territori – parte prima e parte seconda

Lo speciale è a cura di Rosemarie Tidoli. 

 

Il presente articolo costituisce la continuazione del precedente e riporta le testimonianze di cinque Servizi Sociali di Comuni e Aziende sociali o consortili[1] sulla presa in carico di anziani soli, non collaboranti e a rischio. In questo secondo flash sulle realtà territoriali, che chiude la nostra serie sul tema, esaminiamo il coinvolgimento di altre figure e servizi; l’eventuale ruolo del Pronto intervento Sociale (PIS); le forme di tutela offerte agli Assistenti sociali (o da loro messe in atto); la gestione del caso dopo l’eventuale nomina di Ads[2].

Riportiamo di seguito le domande della seconda parte della traccia a cui le intervistate hanno risposto.

Nell’accostarvi ad anziani come quelli sopraccitati cercate di coinvolgere altre figure e/o altri servizi (ad es. psicologi, educatori, MMG, ASST, CPS, Terzo Settore, ecc.)?

Tutte le intervistate puntano ad attivare un lavoro di rete e/o di comunità nel territorio, coinvolgendo figure diverse secondo le circostanze: professionisti sanitari, Centro Psico sociale, volontari, ecc.. Ricercare la collaborazione del Medico curante è un punto fermo non sempre privo di difficoltà. In un AT è stato necessario segnalare due MMG poco collaboranti all’ufficio preposto; qualche volta ci si è anche affidati alla disponibilità di geriatri privati o convenzionati. Le cose vanno meglio con gli Infermieri di comunità, ben accetti agli anziani soli perché rispondono a bisogni sanitari di base (terapia, misurazione parametri, impegnative presso il curante): spesso segnalano situazioni critiche ancora sconosciute, affiancando poi l’Assistente Sociale nell’entrata in scena. Un altro elemento comune è la frequente impossibilità di coinvolgere il Centro psico sociale, che tende a non prendere in carico persone oltre i 65 anni.

Il PIS (pronto intervento sociale, Leps previsto dalla normativa) interviene in qualche misura nei confronti di anziani con queste problematiche?

In tutti gli AT rispondenti il PIS interviene a favore di altri tipi di casistiche e utenza (minori, famiglie, emergenze abitative) e per periodi circoscritti. Il suo ruolo nei confronti degli anziani è marginale, però non viene escluso a priori. In uno dei Comuni, infatti, è stato attivato per anziani fragili venutisi a trovare senza casa e punti di appoggio, con il bisogno di essere supportati nell’emergenza. Per la gestione di questi casi è stato fondamentale il lavoro di comunità e di rete.

Quale tutela viene offerta agli AA.SS. (o da loro messa in atto), per evitare possibili accuse sia di invasività (avvicinamento al caso senza richiesta dell’interessato)[3] che, al contrario, di omissione (per potenziali eventi infausti riguardanti l’interessato o la comunità)?

Un’assistente sociale scrive: “Credo che la tutela principale di noi assistenti sociali sia sempre di più la condivisione delle nostre scelte operative con i livelli più alti, con coloro che in qualche modo ci guidano (dirigenti, responsabili di servizio), una sorta di condivisione delle responsabilità. E l’altro strumento che secondo noi è fondamentale è la scrittura. Tenere sempre traccia di quello che si fa (diario sociale, nota interna per il dirigente). Non dobbiamo aver paura di quello che facciamo ma dobbiamo essere attente a lasciare traccia. Ogni scelta va condivisa e trascritta”.

Anche in un altro AT, compiuti i passi del caso, la principale forma di salvaguardia del proprio operato adottata dal Servizio Sociale è rappresentata dalla segnalazione scritta. Un’altra risposta conferma e amplia le precedenti: supervisione metodologica e consulenza giuridica permettono di valutare varie ipotesi d’intervento e gli eventuali rischi del caso. Sarebbe importante che anche il MMG si esprimesse in merito al rischio, ma raramente questo avviene.

Benché i passi da compiere siano condivisi con i responsabili, mancando normative ad hoc sulla questione, agli Assistenti Sociali potrebbero comunque pervenire contestazioni di invasività o di omissione. Il consulente legale consiglia loro di far sottoscrivere dall’anziano il rifiuto all’intervento, procedura che sembra essere abbastanza diffusa ovunque[4].

Tuttavia nemmeno questo basta a fugare il timore che, se dovesse succedere qualcosa di grave, documenti del genere potrebbero non essere sufficienti. Particolarmente emblematica è un’altra risposta, che punta un faro sulle difficoltà degli Assistenti Sociali: “Tutele? Poco e nulla, come sempre. L’AS è quella che corre, che deve risolvere i problemi ma anche quella che non è abbastanza competente perché non è un medico, zero voce in capitolo soprattutto in ambito ospedaliero o della salute mentale. In un Comune non ti puoi permettere di dire “se non vuole farsi aiutare non posso obbligarlo”, nei servizi specialistici, sì. In Comune sei in trincea, chi arriva prendi, inventi e gestisci, ti esponi. Sta a te costruire buone relazioni e avere la mente brillante per trovare “smart solutions” anche dove non c’è nulla. Fortunatamente il nostro sindaco si fida, quindi ci dà carta bianca e firma gli atti che noi sottoponiamo. Ma le tutele ce le garantiamo da sole. Io ho parlato in modo chiaro e senza mezzi termini con un Giudice Tutelare che segue due dei miei anziani con ADS; mi ha detto che il nostro lavoro è difficile …(omissis) perché la vita è la loro e se nessuno li ha interdetti è facoltà loro decidere come vivere”.

In sostanza, nonostante l’emergere di differenze legate ai contesti organizzativi e territoriali, tutte le esperienze sembrano essere legate dallo stesso filo (più o meno evidenziato): nella gestione di queste situazioni gli AA.SS. si sentono esposti e in “prima linea”[5].

Dopo l’eventuale nomina di un ADS (diverso dall’AS stesso), il rapporto con l’anziano non collaborante risulta agevolato nella quotidianità?

Una volta arrivati alla nomina dell’ADS (che, lo ricordiamo, non è scontata) entra in gioco una figura forte di protezione giuridica, riconosciuta e legittimata a livello istituzionale. L’ADS può rappresentare per i servizi un punto di appoggio, un contatto privilegiato con il Giudice Tutelare, una fonte di confronto, un interlocutore con cui condividere il peso della gestione del caso[6], anche in merito alla responsabilità delle piccole e grandi scelte[7]. Per contro, le intervistate sottolineano che non è facile far capire all’anziano il ruolo dell’AS e quello dell’ADS né, tantomeno, che l’Amministrazione non vuole limitare la sua libertà bensì offrirgli tutela e garanzie. Di conseguenza non sempre l’intervento dell’Ufficio di Protezione giuridica facilita appieno la gestione del caso. La presenza di un Amministratore che affianca l’interessato nelle sue decisioni (riguardo al futuro, al ricovero in RSA, all’abitazione, all’attivazione di servizi, ecc.) rende più facile per i Servizi rispondere alle sue esigenze, ma talora non basta a smussare le sue resistenze e a favorire l’accettazione dei sostegni proposti.

Un’AS constata che le cose possono migliorare soprattutto quando si riesce a valorizzare le capacità residue del beneficiario e se si crea una sincronia tra l’interessato, l’ADS e i Servizi. In questi frangenti, l’elemento fondamentale, capace di fare la differenza, è (quando il caso lo consente) la costruzione di una relazione di fiducia, che però richiede tempo (difficile da trovare per il carico di lavoro) e risorse (servizi educativi, diurni e assistenziali) per supportare l’anziano.

Per tirare le fila

La diffusa presenza di anziani fragili, bisognosi di tutela, soli e oppositivi all’intervento dei Servizi ha ricadute di peso per gli interessati, la comunità, gli Assistenti Sociali e i relativi Enti. Le testimonianze indicano che il lavoro degli Assistenti Sociali in situazioni di questo tipo si protrae nel tempo, con un susseguirsi di tentativi su più fronti, tra passi avanti e passi indietro, cercando di tutelare l’anziano e insieme il proprio agire, muovendosi tra incertezze di varia natura. Non a caso, aprendo questa serie, ci siamo chiesti se sia possibile trovare procedure/approcci che agevolino la presa in carico dell’anziano fragile anche in assenza e/o in attesa degli appositi dispositivi giuridici.

In tutti i Servizi in cui le intervistate operano si ricorre a perseveranza, ingegno e fantasia per agganciare– anche in luoghi e circostanze inconsuete – queste persone in modi efficaci e rispettosi. Generalmente ci si muove però navigando a vista, in base a ciò che avviene, a volte con il supporto di una supervisione, a volte senza. Non sembrano infatti in atto strategie di presa in carico, specificamente congegnate e rodate sul campo, individuate (ed eventualmente concretizzate) anche grazie all’intervento di professionisti con competenze psicologiche o educative in affiancamento all’AS, come avviene in altre realtà[8].

Ci siamo poi interrogati sulla possibilità di attivare percorsi di rete che incrocino interventi formali e informali coinvolgendo soggetti a cui gli anziani non collaboranti potrebbero più facilmente “aprire la porta”. Tutte le interviste evidenziano come, oltre a MMG e IfeC, una risorsa preziosa per spianare la strada ai Servizi sia rappresentata da volontari, vicini o altri soggetti informali. Oltre a quello di rete con le istituzioni, in alcuni territori viene particolarmente perseguito il lavoro di comunità. Non è però possibile dire se questo orientamento si limiti all’intervento sul caso o se rientri in un più ampio progetto formalizzato, teso a potenziare la responsabilità informale della comunità verso i soggetti fragili (“la comunità che cura”).

Ci siamo infine chiesti se sia possibile individuare approcci tutelanti anche per gli operatori. Dalle risposte emerge come, nonostante l’adozione di procedure e accorgimenti vari, di fronte a casi come quelli in oggetto (densi di risvolti anche giuridici) gli Assistenti Sociali si sentano comunque incerti e timorosi. Investiti da pressanti richieste d’intervenire, stretti tra la necessità di rispettare l’autodeterminazione dell’interessato e quella di offrire protezione, per loro risulta fondamentale non solo procedere in modo efficace e secondo il mandato professionale, ma anche salvaguardare il proprio operato.

È un dato di fatto che tra gli Assistenti Sociali, da tempo colpiti dalla stigmatizzazione dell’opinione pubblica con accuse che spaziano dall’invasività all’omissione, la paura di “finire sui giornali” risulti ormai piuttosto diffusa. Purtroppo la figura è oggetto di un immaginario particolarmente negativo[9], a cui si accompagna una rappresentazione spesso imprecisa, stereotipata e irrealistica della professione[10]. Una recente ricerca ha messo in rilievo come i media e i giornali (in grado d’influenzare notevolmente l’opinione pubblica in occasione di fatti di cronaca che coinvolgono Assistenti sociali) descrivano il loro lavoro in modo molto poco accurato (Cibinel, 2023)[11]. Se in precedenza l’attenzione si concentrava prevalentemente sugli operatori dell’area minori-famiglie (“l’assistente sociale ruba i bambini”), a seguito di varie vicende ora si è estesa anche a chi interviene con anziani e soggetti fragili.

Non stupisce quindi che – di pari passo con quello deontologico – l’aspetto della tutela professionale sia centrale sia per la generalità degli Assistenti Sociali che per l’Ordine professionale.

La tutela professionale

Si è visto che i principali canali ai quali i Servizi Sociali rispondenti si affidano per la salvaguardia del proprio operato sono tre: la condivisione delle scelte e delle decisioni con i responsabili, la scrittura professionale e la supervisione professionale [12]. Al proposito è possibile fare alcune considerazioni.

In casi ad alta complessità come questi, sugli operatori pesano responsabilità difficili da gestire se mancano i debiti presupposti normativi e organizzativi; alcuni nodi critici travalicano lo specifico agire professionale poiché implicano sia decisioni e a monte, che azioni a livello di sistema. Il sistema di welfare non può confidare troppo (o solo) sulle capacità del singolo operatore, attribuendogli in virtù del suo ruolo poteri quasi miracolosi e/o caricandolo di responsabilità improprie (Motta, 2018) [13]. La condivisione delle scelte, che deve comunque avvenire nel rispetto dei diversi ruoli e mandati istituzionali, può essere una delle “conditio sine qua non” da cui partire per evitarlo.

La scrittura professionale si riferisce alla stesura di relazioni, segnalazioni e altra documentazione variabile secondo le circostanze, nonché alla tenuta di una documentazione sul caso (cartella sociale) sempre aggiornata, in grado di registrare fedelmente l’operato del professionista, gli avvenimenti, i passi compiuti e le motivazioni. Questo si conferma nella quotidianità degli Assistenti Sociali (e di altre figure) come il mezzo privilegiato per rendere visibili e comunicabili la professionalità e la pratica lavorativa (Biffi, 2014)[14]. In questo senso l’abitudine alla scrittura professionale può costituire anche un formidabile strumento di tutela in tutte le circostanze, incluse le più “spinose”.

Quanto alla supervisione professionale, le risposte mostrano come (talora affiancata da consulenza legale) costituisca un importante aiuto anche nell’affrontare casistiche particolarmente difficili. Lungi dall’avere un taglio meramente teorico, infatti, la supervisione professionale per gli operatori sociali (Leps sancito dalle norme [15]) agisce sul processo di presa in carico dal punto di vista metodologico, deontologico e organizzativo, insistendo anche sulle prassi operative e sul problem solving. Nell’ambito dei Leps, si rileva che in Lombardia sono stati attivati diversi percorsi di supervisione professionale in materia di non autosufficienza. Pur non conoscendo nel dettaglio i contenuti, è probabile che in questo “macro contenitore” trovino spazio affondi sullo specifico tema del lavoro con anziani non in grado di collaborare.

Riteniamo dunque che la supervisione possa essere pienamente considerata un’altra “conditio sine qua non”, essendo il contesto privilegiato per costruire nuove e buone prassi, nuovi modelli organizzativi e soluzioni possibili a supporto dell’azione. Tutti stimoli che la sola condivisione dell’intervento con i responsabili, pur importante, difficilmente può offrire.

Segnali di cambiamento

Nel primo articolo si è detto come il lavoro con anziani soli, a rischio e oppositivi rappresenti una questione delicata ma ancora poco esplorata. Alla fine del nostro excursus possiamo affermare che all’orizzonte appaiono segnali di cambiamento.

I Servizi evidenziano infatti il bisogno di avere (o costruire) più strumenti per migliorare la presa in carico e l’approccio agli anziani che versano in queste situazioni, estendendo la riflessione anche all’aspetto della tutela professionale. Lo confermano sia le richieste di formazione e consulenza specifica rivolte alle apposite agenzie, sia le sopraccitate iniziative del Leps “supervisione professionale” nell’area della non autosufficienza.

Un altro segno importante è l’istituzione del corso di laurea magistrale “Lavoro sociale e coordinamento di Servizi per immigrazione, povertà e non auto-sufficienza” presso l’Università Cattolica di Brescia[16]. Ciò sembra indicare come il lavoro sociale con gli anziani (in passato a lungo ritenuto più “semplice” e meno impegnativo rispetto all’intervento con i minori, e come tale raramente oggetto di formazione particolare), e soprattutto con i non autosufficienti, inizi a essere considerato una questione nodale a cui dedicare specializzazioni e attenzioni proprie [17].

La formazione degli Assistenti Sociali, dunque, sempre più dovrà insistere sul variegato universo della non autosufficienza, se non altro in considerazione del trend d’invecchiamento della popolazione e delle sue dirompenti implicazioni per il welfare.

 


  1. Si ringraziano per la collaborazione.: Anna Forenza e Elena Molini, Assemi; Chiara Donelli e Sara Bertolini, Azienda Sociale cremonese; Sara Valente, Comune di Lecco; Elda Baronchelli, Comune di Brescia; Elisa Rapisarda, Azienda Consortile Comuni Insieme per lo Sviluppo Sociale, Comune di Solaro.
  2. Nel precedente articolo sono stati approfonditi i seguenti aspetti: presenza di casi di anziani soli e non collaboranti nel territorio; loro caratteristiche; provenienza delle segnalazioni al Servizio Sociale: “strategie” operative (tentativi di presa in carico o attesa di strumenti giuridici); modalità di approccio per entrare in rapporto con gli interessati.
  3. Fermo restando che, nel caso ricevano segnalazioni di possibile rischio e/o abbandono riguardanti anziani o adulti, i Servizi Sociali sono tenuti ad accertare la situazione anche senza la loro richiesta. Da quanto rilevato potrà prendere il via l’eventuale intervento successivo, da attuare con le modalità deontologicamente e professionalmente più appropriate, avvalendosi se necessario di strumenti quali segnalazioni a Forze dell’Ordine e/o Giudice Tutelare.
  4. Per la quale talora viene usata modulistica elaborata ad hoc, da cui risultano sia il progetto proposto che il rifiuto dell’interessato
  5. Per approfondimenti si veda: Assistenti sociali: in prima linea e da soli – Welforum.it
  6. Si rileva invece che le cose possono essere diverse quando a essere nominato ADS è il Sindaco del comune di residenza dell’anziano. In questa circostanza non è raro che gran parte della gestione pratica dell’Amministrazione ricada sull’AS stessa che segue il caso. Alcune volte, però, questa commistione di fatto di ruoli rischia di inficiare il primario compito di aiuto e supporto alla persona, proprio dell’Assistente Sociale.
  7. Per un approfondimento del ruolo dell’amministratore di sostegno si veda il contributo di Serena Zoboli “Il codice etico e di comportamento dell’Amministratore di Sostegno”, pubblicato su LombardiaSociale in data 11 novembre 2024.
  8. In questo territorio, se necessario, l’AS può essere affiancata nei suoi tentativi di prendere in carico, conoscere e osservare l’anziano anche da educatori/pedagogisti e psicologi, che collaborano con i Servizi Sociali e gli operatori SAD nella progettazione e gestione di casi complessi.
  9. Che gli Ordini professionali, ben consapevoli dell’importanza di migliorare la comunicazione relativa alla professione (e ai servizi sociali nel complesso), cercano di contrastare su più fronti e con iniziative di varia natura.
  10. Basti pensare ad alcuni film o ad alcune produzioni televisive.
  11. Per approfondimenti si veda: “Guarda che chiamo l’assistente sociale!”. I nessi tra lavoro sociale e media • Secondo Welfare
  12. Il che non esclude che sia possibile percorrere anche altre strade, oltre a quelle emerse e qui riportate.
  13. Per approfondimenti si veda: L’assistente sociale taumaturgo – Welforum.it!
  14. Biffi E. (2014), Le scritture professionali del lavoro educativo, Franco Angeli, Milano.
  15. denominato “Supervisione per gli operatori sociali” dalla L. 234/2021. Le sue caratteristiche sono state precisate dal Piano Sociale Nazionale 2021-2023. Per approfondimenti si veda : LEPS: la supervisione del personale dei servizi sociali – Welforum.it
  16. Corso LM- 87, Servizio Sociale e politiche sociali, naturale prosecuzione del corso di LT-39 in Scienze del servizio sociale.) Lavoro sociale e coordinamento di servizi per immigrazione, povertà e non autosufficienza – Brescia | Università Cattolica
  17. Ciò va in parallelo alla convinzione , ormai diffusa nel dibattito scientifico internazionale, che la non autosufficienza per le sue peculiarità debba essere considerata come uno specifico settore del welfare, a cui riservare politiche dedicate. Tra queste non può mancare la formazione degli operatori. Per approfondimenti si rimanda a : Rothgang, Fischer, Sternkopf, Doetter, 2021, “ The classification of distinct long-term care systems worldwide: the empirical application of an actorcentered multi-dimensional typology”, Working Paper no. 12, Socium Press.