Nel primo articolo di questa serie, si è messo in rilievo come, a causa di varie modifiche sociali e demografiche concatenate, siano in aumento gli anziani con problemi psicofisici e decadimenti cognitivi, soli e senza figure parentali o di prossimità. Non di rado queste persone vivono in condizioni di abbandono e/o di rischio, per sé stessi e talora per la comunità: ai Servizi Sociali provengono quindi pressanti richieste di prendere in carico la situazione. Il primo e più frequente ostacolo, però, è che gli interessati solitamente non desiderano alcun intervento dei Servizi e non sono collaboranti: d’altra parte, essendo maggiorenni, hanno il  diritto di autodeterminarsi e di rifiutare il supporto proposto. Gli Assistenti Sociali si trovano così in bilico tra la necessità di rispettare la loro volontà e quella di offrire tutela. Spesso in questi casi viene richiesta la nomina di un Amministratore di Sostegno (Ads), che assicura la protezione giuridica dell’anziano agevolando la gestione di molti aspetti della sua vita, ma non appiana  automaticamente tutte le difficoltà che si presentano agli operatori nell’intervenire sul caso[1].
Se si parla con un certo numero di Assistenti Sociali, sia lombardi che di altre Regioni, si ricava l’impressione che siano davvero in molti a dover affrontare gli svariati problemi che s’incontrano quando ci si trova a lavorare con anziani non collaboranti e soli[2]. Questo sembra ormai  essere considerato un aspetto inevitabile e/o implicito nell’operare con persone sempre più avanti negli anni.

Benchè la questione sia delicata e densa di implicazioni per tutti i soggetti coinvolti (Enti, operatori, anziani, comunità) e nonostante alcune iniziative informative/formative, la tematica nel complesso pare non essere ancora  molto esplorata.
A Lombardiasociale ci eravamo dunque proposti di indagare, per quanto possibile, la situazione lombarda sia grazie a colloqui e scambi diretti con alcuni Assistenti Sociali, sia tramite un questionario inviato a un certo numero di Servizi territoriali disponibili a collaborare.
Per vari motivi, tuttavia, le risposte pervenute sono state meno di quelle messe in conto. A raccogliere concretamente l’appello sono stati 5 fra Comuni e Aziende sociali o consortili. Tutte le informazioni sono state fornite da Assistenti Sociali, impegnate sia in ruoli operativi che di coordinamento[3].
Data la ristrettezza del campione esaminato, non è possibile affermare che le conclusioni che se ne possono trarre valgano sicuramente per l’intera Regione. Le preziose informazioni emerse delineano però uno spaccato interessante che – pur nelle diversità delle realtà locali – mostra  alcune linee di tendenza comuni sia nelle caratteristiche del fenomeno, sia nell’operato dei Servizi Sociali.  Le proponiamo ai lettori in questo e in un successivo articolo,  con l’augurio che la discussione sul tema possa ampliarsi.

 

Gli aspetti oggetto di approfondimento (prima parte)

Nella nostra indagine siamo partiti dal presupposto che gli AA.SS che intervengono nei confronti di anziani soli, non collaboranti e bisognosi di tutela, non siano anche i loro eventuali Ads. In questa prima parte relativa al questionario vengono approfonditi i seguenti aspetti: presenza nel territorio di casi come quelli descritti; caratteristiche degli interessati; provenienza delle segnalazioni al Servizio Sociale; strategie operative  (tentativi di presa in carico o attesa di strumenti giuridici);  modalità di approccio per cercare di entrare in rapporto con gli anziani.
Riportiamo di seguito le domande della traccia.

Nel vs territorio ci sono casi di anziani soli, a rischio (per sé stessi e/o per la comunità), che necessitano di supporto/tutela ma non ne hanno coscienza e/o non sono collaboranti?
In tutti i territori indistintamente viene segnalata la presenza e l’aumento di casi di questo tipo.

Quali sono le loro caratteristiche?
Le intervistate parlano principalmente di anziani soli (oppure rimasti soli e/o “isolati” dopo vedovanze o decessi di altre figure conviventi), parzialmente disorientati, scarsamente autonomi e/o con decadimenti cognitivi, non collaboranti o addirittura oppositivi. Non mancano coppie, sempre senza parenti  o reti amicali, né altre in cui uno dei coniugi è stabilmente ricoverato in RSA, a rottura dell’equilibrio pregresso. Talora, a seguito di rapporti conflittuali, le reti esistenti sono state allontanate dagli interessati stessi, che non si dichiarano disponibili a coinvolgerle in alcun modo.
Si rileva anche una certa percentuale di “giovani anziani” con disagio psichiatrico (ma non solo) insorto fin dall’età adulta, che spesso vivono in condizioni abitative degradate. Vi sono poi anziani che, dopo avere trascorso una vita “normale”, a seguito di qualche particolare  evento sono piombati in uno stato di disagio, fisico o cognitivo, non riconosciuto.
Quanto alla fascia di età, i soggetti in causa sono perlopiù  ultra 80enni, ma non mancano i  65-70enni.
Queste persone – generalmente prive di valutazioni cognitive/geriatriche/sanitarie  – ovunque sono accomunate dal fatto di non usufruire di servizi e dall’avere difficoltà (o dal mostrare un aperto rifiuto) a rivolgersi o ad affidarsi ai Servizi del territorio.
E’ particolarmente interessante quanto riferisce una delle intervistate, che sottolinea come le caratteristiche dell’utenza ultra 65enne  nel tempo siano sensibilmente  cambiate.
“In passato accedevano ai servizi sociali nuclei che avevano bisogno di prestazioni di assistenza, che avevano una buona rete di supporto nonché situazioni familiari tranquille. Ora invece queste tipologie di famiglie sono sempre più rare e tendono ad accedere ai servizi privati, senza coinvolgere il Comune. Invece sono in aumento gli anziani soli, multiproblematici. Tra le novità vi sono anche casi di anziani con origini straniere”.

Da chi pervengono le eventuali segnalazioni al Servizio Sociale?
Anche per questo punto le risposte dei territori sono simili. Le segnalazioni provengono da vicini di casa, conoscenti o parenti di lontano grado, dal volontariato, dagli amministratori di condominio, dalla polizia locale, dai Servizi Sociali ospedalieri e – in misura crescente –  dai Medici di Medicina Generale. Possono poi esservi altre fonti meno consuete: un caso di questo tipo è stato segnalato  dal conducente di un autobus.

Il vostro Servizio fa tentativi di prendere in carico queste situazioni o ritiene opportuno aspettare a intervenire, attivandosi nel frattempo per la nomina dell’Ads?
Da tutte le informazioni ricevute si constata che la richiesta di nominare un Ads per l’anziano non collaborante non è  un automatismo.
In uno dei 5 AT, il servizio sociale valuta, anche con il supporto della supervisione metodologica e delle consulenza giuridica, se, quando e in che modo intervenire. Molto dipende dal tipo di segnalazione ricevuta, dal livello di gravità e da quanto ciò possa essere già sufficiente a procedere in qualche modo a tutela della persona in difficoltà.
In considerazione delle condizioni di fragilità e rischio dell’anziano segnalato, in tutti gli Ambiti rispondenti di norma i tentativi di aggancio e presa in carico avvengono anche in mancanza di misure di protezione giuridica, ricercando ove possibile la collaborazione di figure sia istituzionali che informali .
Se la segnalazione proviene dall’ospedale, si “tasta  il terreno” durante un colloquio con l’interessato svolto dal servizio sociale territoriale insieme a quello ospedaliero.
Una visita domiciliare congiunta viene proposta anche se i segnalanti sono operatori sanitari locali che conoscono l’anziano, il MMG o l’IFEC (infermiere di comunità). Talora (ma non sempre) grazie all’alleanza con loro si riesce a organizzare un primo intervento di aiuto che, pur non partendo da un’esplicita richiesta della persona fragile, non suscita neppure il suo netto rifiuto.
Anche i tentativi di agevolare il contatto con l’anziano tramite canali non istituzionali vengono messi in atto ovunque, ma possono seguire strade differenti secondo le realtà del luogo.
La flessibilità, gli sforzi  e l’inventività a cui spesso ricorre il Servizio Sociale in questi frangenti  sono ben illustrate da una delle nostre testimoni:
Crediamo fortemente che l’operatore sociale, oltre ad essere un equilibrista, debba essere anche una figura ricca di fantasia (!). Sempre di più cerchiamo di agganciare le persone anche con modalità non tradizionali e tentiamo di non invadere i loro spazi (esempio: primo colloquio conoscitivo fuori casa, al bar? Dal medico? Così che la persona non si senta invasa nei propri spazi)”.
Oltre a visite domiciliari svolte insieme a vicini collaboranti, se l’anziano è noto nel quartiere si cerca un aggancio attraverso i cosiddetti “operatori informali”, coloro che hanno influenza su di lui o rappresentano un possibile ponte nella sua direzione.
Se le circostanze lo permettono,  si procede alla ricerca di eventuali familiari lontani o con cui gli interessati hanno interrotto i rapporti.
Secondo i casi, la richiesta di Ads può essere un passo successivo ai tentativi esplicitati (che siano o meno stati coronati da successo); l’orientamento prevalente in tutti i Servizi Sociali rispondenti è però quello di provare comunque a stabilire un contatto con l’anziano, anche se non collaborante o confuso.

Per instaurare un primo rapporto con gli interessati (aprendo poi la strada a interventi di supporto) cercate un approccio particolare, anche al di fuori degli schemi soliti, delle prestazioni tradizionali, di tempi e orari abituali del SAD o dei Servizi?
Una volta trovata un’entratura con l’anziano (grazie alla flessibilità, all’ingegnosità e alle diverse strategie illustrate al punto sopra), per prima cosa l’Assistente sociale cerca di comprendere  la  sua situazione e raccogliere elementi di conoscenza[4], nonché di informarlo delle possibilità a disposizione. Spesso, pur di agganciarlo al Servizio, vengono proposte e/o predisposte prestazioni abbastanza generiche e poco specialistiche, incentrando i progetti d’avvio su interventi flessibili , in grado di adattarsi e ricalibrarsi in base alle  situazioni in divenire.
Una delle intervistate, ad esempio, spiega che nel suo Comune il servizio domiciliare all’inizio può venire attivato anche solo per prestazioni “leggere”, gradite alla persona (supporto per disbrigo di pratiche, accompagnamenti per manicure, pedicure, parrucchiere o simili),  oppure per l’aiuto domestico, anche se in realtà i bisogni  prevalenti sarebbero altri (ad es. quello dell’igiene personale). In un caso, si è riusciti a trovare un’apertura presso un’anziana “ostile” aiutandola a traslocare.
Grazie alla disponibilità del personale e degli enti erogatori, interventi di questo tipo talora possono avere luogo  anche in orari e tempi  non canonici  per i servizi domiciliari.
Cominciando ad avvicinare la persona in questo modo, spesso si aprono spazi che permettono di conquistarne la fiducia e di elaborare progetti di aiuto mirati[5].
Quasi sempre gli Assistenti sociali chiedono l’attivazione gratuita del SAD in deroga al regolamento comunale[6] per evitare che, in situazioni così complesse, il costo da corrispondere possa ostacolare ulteriormente una presa in carico già multiproblematica.

 

Per riassumere

La presenza di anziani e grandi anziani soli, con decadimenti psicofisici anche di rilievo, in condizioni  di rischio/abbandono, privi di forme di protezione giuridica ma non collaboranti, è  una realtà con la quale gli Assistenti Sociali del territorio devono sempre più misurarsi.
Le caratteristiche di queste persone e i canali di segnalazione ai Servizi Sociali sono largamente sovrapponibili in tutti e 5 gli AT indagati; tutti riferiscono che il numero di casi simili è in aumento.
Gli anziani in questione sono accomunati dal fatto di essere bisognosi di tutela (sia nel loro interesse che per evitare possibili danni ad altri), di non usufruire di servizi e di non desiderare ( o rifiutare, se proposto) l’intervento dei Servizi Sociali.
La somiglianza di questi riscontri lascia ipotizzare che non si sia di fronte a fenomeni locali isolati, bensì a uno scenario probabilmente diffuso nell’intera Regione.
Per cercare di agganciare gli interessati tutti gli operatori intervistati seguono un orientamento affine, improntato alla massima flessibilità e contraddistinto da una buona dose di ingegno e fantasia. L’avvicinamento dell’anziano fragile viene tentato con varie strategie, ricorrendo all’aiuto di figure formali, informali e ad agenti facilitatori, differenti secondo le realtà territoriali.
Si punta  sostanzialmente a “entrare” nella situazione per piccoli passi successivi, in modo da conquistare la fiducia della persona e creare le condizioni per interventi personalizzati e puntuali.
La richiesta di nominare un Amministratore di sostegno –  che talora viene avanzata-  non è di per sé scontata ma dipende da varie circostanze.
In un prossimo articolo (terzo e ultimo di questa serie) illustreremo le risposte dei territori che hanno collaborato alla nostra indagine in merito ad altri aspetti di rilievo, tra cui il coinvolgimento di altri servizi territoriali e la tutela degli operatori stessi.
Trarremo infine alcune conclusioni.  Continuate a seguirci!

 


[1] Al proposito va ricordato il convegno organizzato a Milano nel febbraio 2024 dal Consiglio Regionale degli AA.SS., “Amministrazione di Sostegno. L’indagine del CROAS Lombardia”. Qui sono stati illustrati i risultati di uno studio svolto sullo stato dell’arte, il ruolo del Servizio Sociale e le best practices nei sistemi per la protezione giuridica delle persone fragili. La ricerca interroga la professione di AS rispetto ai contesti operativi e alle azioni che è chiamata svolgere (anche nel suo possibile ruolo di ADS), aprendo dilemmi metodologici e deontologici e individuando proposte innovative di applicazione di questo importante istituto. Il relativo Quaderno dell’Ordine, di dicembre 2023, è scaricabile al link: I-ruoli-dellassistente-sociale-nellambito-della-protezione-giuridica-delle-persone-fragili.pdf (ordineaslombardia.it).
[2] La stessa Autrice, a lungo Assistente Sociale nel Nord Milano, nel corso della sua attività professionale già molti anni fa è venuta a contatto con numerosi casi di questo tipo,  acquisendo una profonda conoscenza sul campo di tutti i problemi connessi alla loro gestione.
[3] Si ringraziano per la collaborazione.: Anna Forenza e Elena Molini,  Assemi;  Graziano Pirotta, Chiara Donelli e Sara Bertolini, Azienda Sociale cremonese; Sara Valente, Comune di Lecco; Elda Baronchelli, Comune di Brescia;  Elisa Rapisarda, Azienda Consortile Comuni Insieme per lo Sviluppo Sociale, Comune di Solaro.
[4] A questo proposito, è opportuno ricordare che la ricostruzione della storia personale è spesso ostica, sia per l’atteggiamento o i problemi dell’interessato che per la già  menzionata frequente mancanza di documentazione.
[5] Per ulteriori approfondimenti si veda anche l’articolo, Riprogettare il SAD: l’esperienza del distretto di Melzo,  8 luglio 2019.
[6] Vale la pena di sottolineare che, come spiegato in precedenti articoli, i regolamenti SAD di alcune Amministrazioni comunali (non comprese tra quelle rispondenti) prevedono – su relazione motivata del Servizio Sociale – la possibilità di prendere in carico gratuitamente per un certo periodo (considerato di osservazione) le persone che rientrano in alcune casistiche “particolari”.