Il terzo articolo di questa serie[1], incentrata sui cambiamenti emersi nel servizio di assistenza domiciliare agli anziani dopo la pandemia e l’emanazione di alcune normative[2], offre uno spaccato sull’AT Valle Imagna- Villa d’Almè (Bergamo) per poi chiudersi con alcune considerazioni ispirate dalle esperienze esaminate.
Questo territorio bergamasco differisce dai contesti urbani osservati in precedenza poiché si riferisce a una Comunità montana, la cui conformazione geografica influisce non poco nella vita degli abitanti e nella gestione dei servizi. A tale funzione è deputata l’ASCI Valle Imagna–Villa d’Almé, un’Azienda Speciale Consortile che promuove, progetta e gestisce interventi e servizi per le persone, le famiglie e la comunità[3]. Il SAD, svolto in coprogettazione, viene erogato dalla Cooperativa Città del Sole di Bergamo.
La situazione dell’AT Valle Imagna-Villa d’Almè viene approfondita nel corso di un’intervista alla Dott.ssa Rita Bianco, Coordinatrice del servizio SAD, Città del Sole.

 

L’AT Valle Imagna- Villa d’Almè

Potete spiegare com’è impostato il servizio di assistenza domiciliare agli anziani nel Vs. AT (caratteristiche del territorio, tipo di gestione, soggetto gestore, ecc.) e quali scelte hanno portato all’attuale modalità?

L’Ambito è costituito da una Comunità montana che abbraccia paesi e contrade anche abbastanza distanti tra loro[4]; diverse contrade sono raggiungibili solo a piedi. I territori sono poco serviti, cosa che – in particolare -non agevola il mantenimento dell’autonomia dei singoli anziani, che spesso necessitano di supporto per potersi recare presso luoghi o servizi. Per tutti i Comuni dell’AT i SAD anziani sono gestiti in forma associata tramite la l’ASCI sopraccitata con la Cooperativa Città del Sole di Bergamo[5]. E’ facile immaginare come la distribuzione geografica non faciliti l’organizzazione generale del servizio perché gli spostamenti degli operatori sovente richiedono grandi fatiche e tempi lunghi, rendendo molto difficile seguire più di un certo numero di utenti; ciononostante la Cooperativa sta lavorando per implementare il personale in modo da poter soddisfare le varie richieste che provengono dai cittadini. La co-progettazione nasce dalla necessità di rispondere in modo più rapido, efficace ed efficiente ai bisogni degli anziani e dei loro caregiver, anche in considerazione della progressiva limitazione di risorse, economiche e non, che da anni caratterizza sia i Comuni sia il Terzo Settore.
L’obiettivo è, principalmente, la co-costruzione del “portafoglio territoriale delle risorse”: si cerca così di andare oltre la semplice messa a disposizione di risorse aggiuntive da parte dei soggetti che si andranno a coinvolgere, condividendole con gli attori della rete e consolidando la capacità di stabilire rapporti di collaborazione, effettivi e duraturi.

 

Quali rimodulazioni del servizio sono state necessarie nel periodo della pandemia, sia durante la prima ondata che nelle successive?

Durante il primo lockdown si è assistito alla drastica interruzione del SAD (dalle quasi 700 ore di gennaio 2020 si è passati alle 268 di marzo) causa contagi, decessi e indicazioni di alcune Amministrazioni Comunali, che hanno preferito presidiare i propri anziani in altri modi. In generale, sono rimasti attivi i SAD rivolti a utenti che, pur avendo bisogni di cura e assistenza, non erano particolarmente a rischio dal punto di vista sanitario. La nostra esperienza presenta vari aspetti di similitudine con le due già esaminate: nel nostro AT, analogamente a quanto accaduto in quello di Melzo, gli  operatori sono  riusciti a “stare” nei territori non solo come personale del SAD ma anche come soggetti attivi del luogo. Ciò ha permesso d’instaurare una maggior collaborazione con infermieri, medici di base, assistenti sociali comunali e con i cittadini stessi.
La Cooperativa ha fornito sin da subito i DPI necessari per lavorare in sicurezza. Eppure, benchè disponessimo di tutte le risorse materiali, economiche e professionali, rientrare nelle case degli anziani non è stato semplice: dopo la prima ondata di Covid molti utenti, nonostante ci conoscessero da anni (la Cooperativa è sul territorio della Valle dal 2006) e intrattenessero rapporti di fiducia con gli ASA, preferivano essere supportati da un familiare. La chiusura di molte attività lavorative e la crisi economica hanno infatti indotto diverse persone, disoccupate o inoccupate, a occuparsi personalmente dei propri congiunti.
Superata la prima ondata, a partire da giugno 2020 nella maggior parte dei territori comunali dell’AT si è avuto un progressivo aumento di richieste di SAD. Le ondate successive non hanno più provocato particolari ripercussioni sul servizio, anche a seguito della sua rimodulazione: la richiesta è diventata soprattutto quella di offrire un supporto generale alla vita dell’interessato, superando l’idea di prestazioni prevalentemente legate all’ igiene personale.

 

La coprogettazione del SAD vi ha in qualche modo facilitato/agevolato nell’assorbire l’impatto e le conseguenze connesse al Covid? Se sì, da che punto di vista?

Avere un rapporto di co-progettazione con l’AT ci ha messo in grado, seppur con alcuni limiti, di essere presenti sull’intero territorio in modo abbastanza omogeneo, rispettando comunque le specificità locali. Anche qui la flessibilità operativa ha permesso d’individuare rapidamente nuove prassi e spazi di azione, consentendo di sostenere il personale, ammortizzare per quanto possibile le spese e garantire un servizio di qualità.

 

Dalla pandemia avete ricavato insegnamenti da mettere a frutto anche dopo? Se sì, quali?

Indipendentemente dal suo ruolo e dal servizio di appartenenza, la pandemia e la conseguente “chiusura generale” ha portato ciascuno a rivalutare il proprio essere ed esser-ci. Questo, nel concreto, si è tradotto anche per noi in: una miglior competenza di lettura e analisi del contesto; una maggior attenzione sistemica ai bisogni dell’utente e a ciò che gli ruota attorno; una nuova competenza nel definire priorità e urgenze; nello sviluppo di una rete più ampia, che non include solo personale del settore (medici, infermieri, servizi sociali), ma anche esercenti e Associazioni di volontariato locali, superando, in qualche caso, la frammentarietà dei servizi ancora presente in molti comuni dell’Ambito.

 

Il PNRR e i Leps prevedono un rafforzamento dei sostegni domiciliari per gli anziani, anche in occasione delle dimissioni protette. Il Vs. distretto come si sta muovendo?

In qualità di Ente gestore incaricato del coordinamento e dell’erogazione del SAD, stiamo cominciando a essere interpellati da alcuni Comuni per fornire specifico supporto alla domiciliarità in fase di dimissioni protette. Laddove sono state recepite le indicazioni del PNRR, la collaborazione con i medici ospedalieri e gli operatori dei servizi integrativi attivati (IfeC, fisioterapisti, personale incaricato dal PUA) è risultata positiva, sia per gli operatori poiché il confronto costante tra professionisti ha permesso di monitorare la dimissione e ottimizzare le risorse investite, dando rimandi stabili e attuando  interventi mirati, sia per gli utenti e i familiari che hanno  ricevuto aiuto nell’orientarsi tra le prestazioni disponibili ed effettivamente necessarie. Purtroppo questa non è ancora una prassi diffusa nell’AT a causa delle concrete difficoltà (illustrate all’inizio) che si presentano ad anziani e famiglie per accedere alle informazioni e all’offerta del territorio. Così, ad esempio, benchè Sant’Omobono Terme e Villa d’Almé contino dei PUA deputati a rispondere ai bisogni dei cittadini dell’AT, le richieste d’integrazione con il SAD sono molto poche.

 

Paragonando il “prima” (2019) e il “dopo” (pandemia e PNRR) quali sono le principali differenze riscontrabili attualmente nel servizio di assistenza domiciliare? E a quali ulteriori cambiamenti eventualmente puntate?

La pandemia ha ulteriormente sottolineato i limiti geografici territoriali, facendo emergere con chiarezza il grande rischio d’isolamento a cui sono esposti gli anziani fragili, ma non solo, residenti nell’Ambito.  Come spiegato sopra, a seguito del primo lockdown è stato necessario definire prassi e contesti operativi più incentrati su una visione sistemica degli utenti del servizio e dei loro ambienti di vita, abitativi e familiari.  Alle richieste di interventi per l’igiene (una volta prevalenti) ne sono subentrate altre con obiettivi più ampi di sostegno nella gestione della vita quotidiana (cura della casa, reperibilità di beni, accompagnamento presso i servizi del territorio, ecc.). Oltre ai bisogni sanitari si è dunque iniziato a prestare attenzione anche a quelli sociali: in quest’ottica sono stati avviati diversi punti di ritrovo come i Caffè Sociali (alcuni purtroppo non più attivi).

Inoltre dal 2020 si sta portando avanti il progetto “Network delle fragilità” che oggi prevede un primo gruppo di lavoro sperimentale, composto da un operatore SAD della Cooperativa, un IfeC della Casa di Comunità di S. Omobono Terme e un’AS di alcuni Comuni della zona vallare; l’obiettivo è quello di ri-mappare il territorio a partire dai dati emersi dalla prima fase del progetto offrendo servizi più mirati ed efficaci. In continuità con questa progettualità, la Cooperativa si aspetta di poter collaborare in modo sempre più stabile con le altre realtà locali per rispondere alle necessità dei cittadini in modo professionale e complementare ai servizi offerti dai PUA, superando così la frammentarietà emersa. Puntiamo a rafforzare maggiormente la rete socio-assistenziale in essere con una collaborazione che preveda richieste d’intervento in una dinamica bidirezionale (Cooperativa-PUA, PUA-Cooperativa) per ottimizzare le risorse locali e limitare il pericolo che molti anziani restino isolati o si trovino davanti a liste di attesa infinite. Analogamente, miriamo a diffondere la prassi delle dimissioni protette, già in atto in alcuni territori, cercando di instaurare rapporti di collaborazione stabili e diretti con le Istituzioni Ospedaliere.

Va però sottolineato che il percorso, avviato nel 2020, a oggi è ancora in fase di start up. Il confronto risulta faticoso quando si affrontano tematiche circoscritte e specifiche (es. collaborazione tra operatori, condivisione di servizi e competenze…). Pur utilizzando linguaggi simili, è difficile trovare convergenza su assetti organizzativi e scelte di servizio conseguenti alla riforma sanitaria lombarda. Come a Melzo, anche qui   influisce negativamente il continuo cambio di personale nell’ASST, nei Comuni e nel Terzo settore. Nondimeno, speriamo di poter giungere a un sistema socio-assistenziale integrato.

Per finire, poiché numerosi Comuni della zona vallare oltre al rischio d’isolamento degli anziani corrono quello dello spopolamento, un altro grande obiettivo dell’AT per cercare di contenerli è quello di riflettere su servizi che facilitino l’incontro tra persone anziane; grazie alla co-progettazione potrebbero essere concretizzate alcune indicazioni del PNRR in materia. L’idea è quella di offrire nuovi luoghi di socializzazione per i futuri anziani; di attivare interventi a domicilio che prevedano momenti aggregativi; di organizzare nuovi spazi protetti autonomi, dotati di attrezzature e servizi normalmente presenti nelle strutture, in alternativa temporanea al proprio domicilio.

 

Come si colloca in questo quadro il rapporto (istituzionale e tra operatori) tra il vostro AT e l’ASST di riferimento?

Per quanto riguarda il rapporto tra operatori, il personale del SAD è costantemente in contatto con l’AS del comune di residenza dell’utente, che svolge un ruolo d’intermediario con l’ASST Papa Giovanni XXIII. Nel caso delle dimissioni protette o in quelle situazioni ancora in carico all’ASST, gli operatori hanno contatti con il personale medico, con il quale vengono condivisi momenti di confronto, di monitoraggio, di aggiornamento e di formazione tecnica.
Dal punto di vista istituzionale, il gruppo di lavoro citato nella risposta alla precedente domanda partecipa al “Tavolo fragilità” e agli incontri formativi-informativi per uniformare l’offerta di servizi sull’intero territorio, al fine di rispondere in modo tendenzialmente omogeneo ai bisogni dei cittadini.
Il citato recente repentino cambio di figure di riferimento non ha facilitato nemmeno il mantenimento degli scambi comunicativi; ci si augura che una maggior stabilità possa portare a una migliore e costante collaborazione.

 

Ci sono altri elementi d’ interesse che volete portare all’attenzione dei lettori?

A nostro parere è importante rivalutare la qualità e la tipologia dei servizi per far sì che gli anziani o i “grandi adulti” si sentano un valore e non un peso. Dunque, per il “prossimo presente” sarebbe auspicabile non solo mantenere attivi i servizi esistenti, ma anche ampliarli prevedendo obiettivi di socializzazione e di prevenzione. Il cambiamento partirebbe dal non concepire più il SAD o i servizi socio-assistenziali solo come un riparo o un tampone, pensandoli anche in chiave preventiva e di rinforzo dell’invecchiamento attivo. Occorre perciò lavorare a priori, pensando anche ai futuri utenti e puntando verso servizi che possano rivolgersi a chi è in procinto di andare in pensione, permettendogli di riconnotarsi in termini di partecipazione attiva e utilità sociale. E’ però indispensabile che le diverse realtà locali mettano in gioco le proprie competenze, spesso simili, in un’ottica collaborativa, complementare e non concorrenziale.

 

Conclusioni

Il nostro approfondimento sui servizi di assistenza domiciliare agli anziani dopo l’avvento del Covid è troppo circoscritto per poterne trarre considerazioni esaustive e generalizzabili. Tuttavia, nelle tre esperienze prese in considerazione (AT Melzo, Comune di Lecco e AT Valle Imagna-Villa d’Almè) si ravvisano aspetti comuni che offrono interessanti spunti sulle riflessioni e sui possibili orientamenti oggi in atto a livello locale.
Nei tre luoghi, diversi per storia locale e contesto geografico, durante e dopo la pandemia si è riscontrato che:

  • Il SAD, pur con tutti i suoi (noti) limiti, si è rivelato importante non solo per gli interessati ma anche per i caregiver: di particolare rilievo le ammissioni protette di anziani in ospedale in sostituzione dei familiari (Melzo). Iniziato durante il lockdown, l’intervento è poi continuato, estendendosi ad altri AT e diventando oggetto di specifici protocolli.
  • Il SAD ha assunto nuove vesti che ne hanno messo in luce le potenzialità: non più (solo) erogatore di prestazioni ma anche regista del territorio, antenna dei bisogni della comunità, promotore di coesione sociale e di “allargamento” della rete (ambito imprescindibile per la cura dei soggetti fragili).
  • Gli operatori hanno sviluppato nuove competenze, imparando a discernere ciò che è importante e urgente da ciò che non lo è; a tributare maggior attenzione ai bisogni globali delle persone; a uscire da ruoli rigidi cercando nuovi modi di stare sul territorio. Ovunque si è constatata l’importanza di essere flessibili e di pensare insieme (coprogettare) per fronteggiare l’emergenza e generare nuove prassi.
  • L’integrazione sociosanitaria si è confermata, una volta in più, un punto critico. Se tra gli operatori risulta ben praticata, lo stesso non avviene a livello istituzionale, complici anche i continui cambi ai vertici degli Enti conseguenti alla riforma sanitaria regionale. Tutti gli intervistati ritengono non più rimandabile l’instaurarsi di processi d’integrazione socio sanitaria stabili e duraturi nel tempo.
  • Tra operatori e amministratori locali è diffusa la convinzione che il sistema di domiciliarità nel complesso vada ripensato e che il SAD debba/possa trovare nuovi ruoli, come da tempo auspicano gli studiosi. Interessante (e tutta da studiare) l’ipotesi di una funzione dell’assistenza domiciliare (e/o dei servizi in genere) anche nel contrastare l’isolamento sociale e/o geografico nonché nel supportare l’invecchiamento attivo (Valle Imagna).

In sostanza, la drammatica irruzione del Covid e lo stress test a cui è stato sottoposto il welfare hanno anche costituito una formidabile occasione per imparare. I tre articoli indicano che alcuni territori stanno mettendo a frutto l’esperienza della fase pandemica, cercando di correggere la rotta del proprio agire e/o esplorando direzioni nuove, ognuno secondo la propria realtà e specificità, anche grazie alle possibilità scaturite dal PNRR e dalla legislazione successiva.
E’ probabile che altri Ambiti lombardi stiano provando a imprimere direzioni nuove alla domiciliarità; alcune sperimentazioni  in questo senso emergevano già in Lombardia prima della pandemia.
Non si può però ignorare che le esperienze dei territori, per quanto interessanti e degne di nota, s’inseriscono in uno scenario regionale di servizi molto frammentato e disomogeneo, come più volte sottolineato da LombardiaSociale.it: inoltre in questo quadro il SAD, tranne rare eccezioni, occupa una posizione abbastanza marginale e raggiunge esigue percentuali di utenti.
Per non rischiare d’indebolirsi per strada, dunque, i lodevoli sforzi messi in campo localmente andrebbero sostenuti dalla Regione, se non altro con l’assunzione di un ruolo di regia volto a omogeneizzare e migliorare i SAD comunali; quest’unità di offerta, invece, sembra continua inesorabilmente a restare fuori dal raggio di attenzione dei decisori lombardi.

 


[1] I precedenti due articoli sul tema pubblicati da LombardiaSociale.it:
La domiciliarità dopo la pandemia: l’AT di Melzo, 6 marzo 2023
La domiciliarità dopo la pandemia: il Comune di Lecco, 8 maggio 2023
[2] Dopo la pandemia, gli anziani sono stati particolarmente interessati da due Missioni del PNRR: la M 5, che prevede tra l’altro la riforma dell’assistenza ai non autosufficienti, e la M6, che delinea quella della sanità territoriale. La domiciliarità degli anziani si incrocia fortemente con entrambe le tematiche. I provvedimenti legislativi a cui ci riferiamo qui, sono soprattutto le azioni della M52.1 punti: 2) favorire la vita autonoma e la deistituzionalizzazione delle persone anziane, in particolare dei NA; 3)  rafforzare i servizi sociali a domicilio per garantire la dimissione anticipata e prevenire il ricovero in ospedale), ai nuovi Leps  e alla LR 22/21 e correlati.
[3] L’Azienda è un ente strumentale dei 20 comuni che compongono l’AT sopraccitato, che presiede all’indirizzo delle politiche sociali territoriali.  Per maggiori informazioni Azienda territoriale per i servizi alla persona – Valle Imagna Villa d’Almè (ascimagnavilla.bg.it).
[4] L’Ambito distrettuale Valle Imagna – Villa d’Almé comprende venti comuni: Almè, Almenno San Bartolomeo, Almenno San Salvatore, Barzana, Bedulita, Berbenno, Brumano, Capizzone, Corna Imagna, Costa Valle Imagna, Fuipiano Valle Imagna, Locatello, Paladina, Palazzago, Roncola, Rota d’Imagna, Sant’Omobono Terme, Strozza, Valbrembo, Villa d’Almè.
[5] Per maggiori informazioni si veda: https://www.cooperativa-cittadelsole.it/