Nonostante gli assistenti sociali impegnati negli enti locali siano moltissimi, la letteratura scientifica che approfondisce questo specifico contesto lavorativo è piuttosto scarsa. Per rispondere alla diffusa esigenza di avere un luogo di confronto professionale sul tema, l’Ordine degli Assistenti Sociali della Regione Lombardia ha creato nel 2018 il gruppo tematico “Servizio sociale professionale negli enti locali”.

Fin da subito, il gruppo si è reso conto dell’estrema varietà dei modelli organizzativi adottati dall’ente locale per svolgere le stesse funzioni e si è interrogato sulle conseguenze sia sull’operato dell’assistente sociale che sui diritti dei cittadini. Studiare il rapporto tra l’assistente sociale e l’organizzazione comunale ci è sembrato importante per esercitare questo ruolo in modo consapevole e “criticamente ingaggiato”[1], trovando il giusto equilibrio tra i diversi mandati.

La domanda cruciale è stata: esistono delle condizioni organizzative minime per garantire un servizio sociale «sufficientemente buono»? A partire da questo interrogativo è stata costruita una ricerca, con la consulenza scientifica della prof.ssa Fargion dell’Università Trento, con lo scopo di fare una fotografia della situazione attuale per ricavare delle raccomandazioni per il futuro.
A marzo 2021 è stato pubblicato un questionario on line che ha avuto un grande successo, raggiungendo oltre l’80% degli assistenti sociali operativi presso gli enti locali (indipendentemente dal tipo di contratto e datore di lavoro).

A maggio 2022 i risultati della ricerca sono stati pubblicati nel Quaderno dell’Ordine “Elementi per la definizione dei requisiti minimi per il Servizio Sociale nell’Ente Locale”. Il 12 ottobre 2022 si è tenuto un importante convegno regionale per presentare gli esiti della ricerca.
In questo articolo sintetizziamo i principali risultati contenuti nel Quaderno.

 

Mission

Qual è la mission, cioè lo scopo ultimo del Servizio sociale nell’ente locale? La ricerca ha indagato sia la situazione attuale degli assistenti sociali che la situazione ritenuta auspicabile: rispetto alla prima, le risposte hanno rimandato principalmente ad un lavoro individuale “sul caso”, ma quando è stata indagata la situazione auspicabile, è emerso un forte interesse a “uscire dall’ufficio” e ad andare sul territorio, con uno sguardo orientato allo sviluppo di politiche sociali locali. Questo ci sembra indicare l’auspicio che l’attività del Servizio sociale non sia appiattita su una dimensione amministrativa e prestazionale ma includa anche il lavoro con la comunità, sebbene questa dimensione risulti ancora poco praticata.

 

Rapporto con il livello politico

Il tipo di rapporto e di vicinanza tra l’assistente sociale e il politico dipende molto dalla dimensione dell’ente: tendenzialmente, quanto più grande è un Comune, tanto più aumenta la distanza tra amministratori politici e cittadini, e tra amministratori politici e assistenti sociali, e quindi il rapporto è meno diretto. A ben vedere, però, il rapporto con il livello politico non è una diade ma un triangolo che comprende un terzo vertice: la cittadinanza.

Per stabilire un buon livello di benessere organizzativo è necessario trovare il giusto equilibrio tra questi tre punti, soprattutto in termini di potere decisionale (chi decide che cosa). A questo fine serve una buona conoscenza reciproca e il rispetto dei ruoli e confini (principio della separazione tra indirizzo politico e attività amministrativa), dei buoni dispositivi di comunicazione nonché una dirigenza in grado di svolgere un ruolo di «cuscinetto» e collegamento verticale tra le parti.

 

Rapporto con il livello amministrativo

Il rapporto con il livello amministrativo è stato analizzato sia in riferimento alle posizioni sovra-ordinate che al personale impiegatizio. Nel primo caso, si è già accennato all’importanza che il livello del responsabile di servizio eserciti un ruolo di raccordo e filtro verso l’alto (con la dirigenza e il livello politico) e talvolta anche con i cittadini. E’ inoltre importante che sia garantita la circolarità delle informazioni, la condivisione degli obiettivi e delle modalità operative del proprio servizio, e che vi sia una buona conoscenza della normativa, unita alla consapevolezza dei limiti e delle possibilità della propria organizzazione.

Rispetto al personale amministrativo dedicato al servizio sociale, la ricerca ha fatto emergere che esso non è sempre presente, soprattutto nei Comuni piccoli. Laddove purtroppo tale figura non è prevista, queste attività di tipo impiegatizio sono svolte anche dall’assistente sociale, a discapito delle sue attività professionali e della qualità delle prestazioni rese. E’ interessante prevedere la possibilità di istituire uno sportello sociale che fornisca informazioni e supporto alla cittadinanza per le pratiche che non richiedono una valutazione sociale.

 

Il carico di lavoro

Un tema particolarmente sentito è quello del carico di lavoro, con ben il 75% degli assistenti sociali che lo ritiene “alto” e che non riesce a gestirlo adeguatamente (63%). Tuttavia, questa forte percezione si scontra con la difficoltà a quantificarlo: il 67% dichiara che nella propria realtà lavorativa non viene misurato il carico di lavoro e, anche tra chi lo misura, la maggioranza ritiene che lo strumento di rilevazione utilizzato sia poco o per nulla efficace (61%).

Per poter affermare che il carico di lavoro è eccessivo occorre disporre di dati certi che lo dimostrino. Ma l’analisi delle risposte aperte fornite da chi ha risposto al questionario ha permesso di cogliere una certa diffidenza rispetto all’idea che sia possibile “misurare” il lavoro sociale, quasi che questa operazione “tolga umanità” alla professione. In realtà, definire dei criteri espliciti per valutare le situazioni e “pesarle” serve a individuare degli orientamenti trasparenti per governare la complessità. In sostanza potremmo dire che le persone e i numeri non sono in alternativa.

Lo strumento che ha le potenzialità per misurare la “gravosità” delle situazioni in carica è la cartella sociale informatizzata. Su di essa, però, il quadro che ci ha restituito la ricerca è abbastanza critico: un assistente sociale su tre non ce l’ha, ma anche tra coloro che ce l’hanno è alto il giudizio di chi la trova poco e per nulla efficace (39%). La limitata diffusione della cartella sociale informatizzata, unitamente al suo scarso utilizzo, è un grosso limite per l’intera comunità professionale.

 

Gli spazi del servizio sociale

La ricerca ha voluto prendere in esame anche un aspetto solitamente ignorato: la qualità spaziale dell’ambiente. L’ufficio, la sala d’attesa e l’edificio in generale sono spazi con delle caratteristiche derivanti da scelte organizzative specifiche e concorrono a comunicare al cittadino contenuti e significati. Non sono elementi neutri ma, al contrario, influiscono sulle dinamiche relazionali, sulle attribuzioni di significato, sui messaggi impliciti veicolati. E’ quello che viene definito il “potenziale generativo dello spazio”: come per altri elementi simbolici delle organizzazioni (il linguaggio, i rituali, le tecnologie), lo spazio è un segno, una traccia dell’intelaiatura di significati che orienta le interazioni organizzative. Allo stesso tempo, lo spazio è il medium dei processi di creazione di senso: esso concorre a creare questa intelaiatura ed esercita perciò una forza sulle interazioni, ne stabilisce strutture e direzioni[2]. Su questo aspetto sono state proposte delle riflessioni in ordine a tre aspetti: l’accessibilità e l’accoglienza, la privacy del cittadino e la sicurezza degli operatori.

 

La comunicazione

Da ultimo, è stata analizzata la comunicazione. La collocazione all’interno dell’ente locale può indurre anche l’assistente sociale ad adeguarsi alle consuetudini linguistiche di quest’istituzione burocratica, arrivando a utilizzare quella che Calvino definisce l’antilingua, cioè un linguaggio inesistente che traduce le parole di uso comune in vocaboli altisonanti e obsoleti, dal significato vago e lontano[3]. Al contrario, è importante che gli assistenti sociali comunali si pongano in modo critico rispetto alle consuetudini all’interno delle proprie organizzazioni, interrogandosi sul fatto che gli atti prodotti dall’ente, e in particolare dall’ufficio di Servizio sociale, abbiano l’obiettivo di essere compresi dai cittadini o invece non si pongano questo problema, limitandosi a reiterare quanto si è sempre fatto.

 


[1] Il riferimento è alla teorizzazione proposta da Bertotti (2015) che, incrociando le due dimensioni della “Responsabilità verso l’utenza” e del “Senso di appartenenza all’organizzazione” individua quattro possibili modi di vivere il proprio ruolo all’interno dell’organizzazione: Divorziato (+-), Distaccato e critico (–), Iper adattato (-+), Criticamente ingaggiato (++).
Fonte: Bertotti T. (2015), “Resources reduction and welfare changes: tensions between social workers and organisations. The Italian case in child protection services” in European Journal of Social Work, v. 2016, 19, n. 6 (2015), p. 963-976.
[2] L. Bifulco, T. Vitale. Da strutture a processi: servizi, spazi e territori del welfare locale. Sociologia urbana e rurale, 2003, XXV (72), pp. 95-108. Hal-01018178.
[3] Italo Calvino, “L’antilingua”, articolo pubblicato su “Il Giorno” in data 3 febbraio 1965. Divertente il racconto del carabiniere che trasforma il racconto del cittadino in una deposizione inutilmente complicata e contorta, scritta in antilingua appunto.