Il Report
2.797 Centri di Ascolto e servizi coinvolti, 192 diocesi (pari al 85,4%), 227.556 persone sostenute.
Questi i dati da cui parte L’Anello Debole. Il titolo è evocativo e come descritto nell’introduzione “ci rammenta la persistenza in ogni tempo e in ogni latitudine di anelli deboli della famiglia umana che, sganciata da meccanismi di solidarietà e accompagnamento, rischiano di isolarsi e staccarsi dal resto della compagine sociale”. La povertà, insomma, non è un fatto individuale, ma un fatto sociale. Ci riguarda tutte e tutti.
Il Report Caritas, oltre a una fotografia di come sta evolvendo il fenomeno della povertà sul territorio nazionale, riporta anche i risultati di tre studi che toccano la (inesistente?) mobilità sociale e la transizione scuola-lavoro per i giovani delle famiglie più fragili. L’Anello Debole offre così – attraverso una serie di dati quantitativi e di osservazioni qualitative – la possibilità di comprendere in maniera più puntuale e umana i processi di impoverimento. È un lavoro fondamentale perché, come abbiamo già descritto in un precedente contributo, siamo al massimo storico: i poveri assoluti sono il 9,4% delle persone, il 7,5% delle famiglie e alcune stime ipotizzano che circa 11 milioni di persone siano a rischio di povertà alimentare.
Chi sono i poveri
I dati del Report, ovviamente legati alla presenza dei Centri di Ascolto, vedono una netta prevalenza di persone che chiedono un aiuto al Nord.
Grafico 1[1]
Inoltre, come mostrano i grafici, ad essere maggiormente presenti al Nord sono la popolazione straniera e gli uomini.
Grafico 2
Grafico 3
Di seguito troviamo invece una ripartizione per fasce d’età e cittadinanza.
Tabella 1 – Persone ascoltate per classi di età e cittadinanza – anno 2021 (%)
*Apolide
Fonte: Caritas Italiana
È interessante segnalare come la maggioranza delle persone che si rivolgono ai Centri di Ascolto abbia un background migratorio – trend confermato dal 2020 – e come le due popolazioni (stranieri e italiani) si distribuiscano diversamente nelle classi di età. L’età media, infatti, è di 45,8 anni; ma tra gli italiani si alza a 52,8 anni.
Grafico 4
Le persone che si rivolgono a Caritas sono per lo più locatarie (64%) in abitazioni private (48,3%) o in alloggi popolari (15,7%). Rispetto al passato aumenta il numero di chi possiede al massimo la licenzia media (dal 57,1% del 2020 al 69,7%).
Anche disoccupati o inoccupati salgono di 6 punti percentuali, raggiungendo il 47,1%, mentre la quota degli occupati scende al 23,6%. Circa un 1 su 4 dichiara di usufruire di interventi pubblici.
La stragrande maggioranza delle persone si rivolge a Caritas per povertà economica e problemi di occupazione. Rispetto alla povertà economica oltre il 63% ha problemi di Reddito insufficiente, situazione che potrebbe significare un aumento dei working poor. Tra le questioni per le quali le persone si rivolgono ai Centri di Ascolto troviamo poi, numericamente molto distante dalle categorie precedenti, i problemi abitativi; elemento che però sappiamo essere particolarmente critico nelle situazioni di povertà.
La maggioranza degli interventi realizzati riguardano infine l’erogazione di beni e servizi materiali.
“Pavimenti appiccicosi”
Quando la povertà si tramanda di generazione in generazione[2]
La metafora usata è molto forte; parlare di pavimento appiccicoso, infatti, suggerisce una situazione estremamente problematica, che mostra la difficoltà delle famiglie a costruire un percorso di uscita dalla vulnerabilità e dalla povertà.
Lo studio è accompagnato da una presentazione del fenomeno della mobilità sociale e da una serie di approfondimenti che aiutano a comprendere alcune dinamiche correlate. Per il lettore ne citiamo tre particolarmente interessanti:
- Mozione di sfiducia? Il blocco della mobilità sociale e le conseguenze sulla cultura democratica italiana
- Istruzione, redditi e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia
- Struttura del sistema scolastico e selezione sociale.
L’analisi mostra come la povertà sia legata, in maniera importante, alla famiglia nella quale si nasce.
I dati rilevano una forte associazione tra i bassi livelli di studio e il basso livello formativo dei genitori (prevalgono i possessori di licenza elementare e media inferiore).
Contemporaneamente nel passaggio dalla generazione dei padri e delle madri a quella dei figli si registra una mobilità ascendente molto ridotta (il titolo di studio modale passa dalla licenza elementare a quella media inferiore).
Una situazione simile la vediamo per la condizione occupazionale, infatti troviamo oltre il 40% dei beneficiari che vedono una mobilità discendente rispetto ai propri genitori e solo il 20% ascendente. Nella tabella osserviamo una più alta mobilità ascendente nel Nord Ovest – che sappiamo essere anche una delle zone più capaci di integrazione – e un’alta mobilità discente nell’Italia insulare.
Tabella 2 – Beneficiari Caritas per tipo di mobilità occupazionale e macroregione di appartenenza (%)
Fonte: Caritas Italiana
Rispetto alle difficoltà economiche, infine, oltre il 55% degli intervistati si percepisce impoverito nel corso della sua vita. Circa il 25% dichiara di vivere in continuità rispetto allo standard dei propri genitori e poco meno del 20% ritiene, invece, di avere avuto un miglioramento.
In questo caso la situazione peggiore la troviamo nel Nord (Est e Ovest) e nel Sud, mentre il Centro vede una maggiore mobilità ascendente. Questa fase della ricerca si conclude identificando – in relazione ad eventuali aiuti ricevuti dalla famiglia di origine – sei tipi sociali che portano ad identificare quanti casi sono riconducibili a povertà intergenerazionale e quanti, invece, a quella di prima generazione.
Tabella 3 – Beneficiari Caritas per tipo di mobilità reddituale e continuità assistenziale (v.a. e %)
Fonte: Caritas Italiana
È allarmante, anche in relazione alle misure di contrasto alla povertà, rilevare come oltre il 50% delle situazioni di povertà possano essere definite, a diverso titolo, povertà intergenerazionali. Ancora più preoccupante la distribuzione per macro-aree che si rileva dal grafico.
Grafico 5
Tra le persone che si rivolgono a Caritas, il rischio di rimanere “appiccicati al pavimento familiare” si trasforma spesso in realtà. Il nesso tra condizione di partenza e povertà è molto significativo.
Questo sembra confermare quanto già espresso nel recente studio OCSE A broken social elevator? How to promote social mobility: chi proviene da una famiglia povera (collocata cioè nell’ultimo decile di reddito) ha bisogno di più tempo per migliorare la propria situazione. Lo studio citato individua in 4,5 generazioni il tempo necessario per uscire dalla povertà nei paesi OCSE, in Italia ne sono necessarie 5.
Contesti, voci e storie di povertà intergenerazionale nelle esperienze delle Caritas[3]
Il tema della mobilità sociale viene inoltre approfondito nel Rapporto da uno studio qualitativo che vuole:
- indagare la percezione dell’ereditarietà della povertà ascoltando chi opera nei servizi;
- tracciare una mappa di fattori determinanti nella trasmissione della povertà;
- definire approcci suggerimenti per affrontare i casi secondo un punto di vista di più ampio respiro.
Emerge anche qui, come era facile immaginare, una povertà multigenerazionale che mette in rilievo due dimensioni: la sfera sociale e la sfera soggettiva.
La prima fa riferimento a una società complessa, che non riesce a garantire a tutti le stesse opportunità di accesso ai servizi e agli strumenti utili per migliorare la propria condizione. Questo aspetto viene correlato in maniera significativa alla povertà educativa e all’appartenenza a quartieri-ghetto, che influenzano in maniera rilevante la vita degli abitanti. In tal senso si parla di ereditarietà della povertà verticale (da padre a figlio) e orizzontale (nel gruppo di appartenenza). Questo secondo elemento è particolarmente sintomatico per quelle persone che hanno poche occasioni di uscire dalla propria rete sociale e di sperimentare altri stili di vita.
Nella dimensione soggettiva, troviamo invece una serie di caratteristiche individuali, dalla bassa autostima alla depressione, che condizionano la vita delle persone.
A partire da queste analisi, i paragrafi finali della ricerca qualitativa provano però, partendo dalla parola delle operatrici e degli operatori, a ipotizzare delle prospettive di lavoro, che possano rompere la povertà intergenerazionale:
- contrastare la povertà educativa attraverso il potenziamento delle scuole, il sostegno economico alle famiglie, i servizi di doposcuola e il sostegno per i genitori degli alunni, in modo da garantire migliori percorsi lavorativi;
- promuovere relazioni, accompagnamento e ascolto, in una prospettiva di capacitazione, di restituzione della possibilità di parola e di decisione, per stimolare una visione di futuro alternativo;
- infondere speranza[4] nelle persone che non hanno fiducia nel futuro, nelle istituzioni e nelle relazioni, così da incoraggiare aspirazioni e sogni che possano spingere fuori dalla contingenza;
- incoraggiare speranza creativa, quella in grado di generare inventiva nelle persone fragili, ma anche nelle istituzioni che, a loro favore, promuovono interventi e politiche;
- lavorare in rete tra operatori, enti del terzo settore e istituzioni pubbliche, in modo da poter affrontare in maniera più condiviso i casi di povertà intergenerazionale.
Dall’aula alla professione: orizzonti di futuro per i giovani europei con vissuti di povertà e disagio sociale[5]
L’istruzione e la formazione professionale sono uno strumento importante per l’integrazione sociale e professionale dei giovani più vulnerabili, oltre che un potente agente di socializzazione. Sono strategie che, oltre all’occupabilità, possono e debbono rafforzare anche la coesione sociale.
Il COVID ha mostrato come di fronte a situazioni inaspettate esplodano le disuguaglianze e che a pagarne il prezzo maggiore sono solitamente i più vulnerabili. In particolare, la pandemia ha evidenziato che le disuguaglianze a scuola e le debolezze nella transizione scuola-lavoro colpiscono in modo particolare i giovani che arrivano dalle famiglie più povere e fragili.
In particolare, l’indagine di Caritas ha messo in luce come il COVID abbia ridotto l’alternanza scuola-lavoro e quindi reso, in qualche modo, meno efficiente il percorso scolastico dell’istruzione professionale. Tale elemento probabilmente ha diminuito la certezza dei giovani rispetto al sentirsi pronti per il mondo del lavoro, ma anche per il proseguimento degli studi. Al tempo stesso la pandemia pare però non aver modificato la loro percezione rispetto al proprio futuro. Non si comprende se questo sia dovuto ad aspettative già ridotte oppure, più probabilmente, ad una rappresentazione del COVID, come elemento passeggero e non influente rispetto alla propria traiettoria esistenziale.
Infine, per quanto riguarda le Scuole di formazione professionale, quasi un quinto delle ragazze e dei ragazzi iscritti agli IFP (istruzione e formazione professionale) proviene da famiglie povere. La stragrande maggioranza dei direttori non tornerebbe alle modalità di Didattica a Distanza e neanche integrata, probabilmente perché, per gli IFP, i laboratori svolgono una funzione estremamente importante. Interessante è però rilevare come – in contrasto rispetto alle risposte delle ragazze e dei ragazzi – i direttori e le direttrici degli IFP percepiscano che il COVID abbia modificato la progettazione del futuro delle studentesse e degli studenti.
E quindi?
Nella conclusione emergono alcune indicazioni che possono aprire una riflessione pubblica sulle politiche. Le raggruppiamo in maniera sintetica:
- separare le funzioni amministrative e gestionali da quelle sociali di accompagnamento, in modo che i percorsi possano essere realizzati per il maggior numero di persone e soprattutto per quelle più fragili.
- creare le condizioni per una collaborazione tra servizi sociali ed Enti del Terzo Settore;
- promuovere equipe di lavoro composte dai diversi servizi territoriali e in grado di gestire unitariamente e all’interno di un progetto condiviso le situazioni in carico;
- migliorare e rafforzare l’uso delle banche dati, anche superando i vincoli legati alla privacy;
- dedicare maggior personale dei comuni per la realizzazione dei Progetti di Utilità Collettiva;
- integrare le diverse misure di sostegno con il Reddito di Cittadinanza, in modo da costruire le condizioni più funzionali per il superamento delle situazioni di povertà.
Troviamo, negli ultimi paragrafi, anche alcune indicazioni che risultano importanti per la programmazione dei fondi europei e nazionali:
- Il Recovery Fund dev’essere interpretato come “una forma di ritorno alla sicurezza sociale attraverso il ritorno allo Stato”;
- Riflettendo sul Reddito di Cittadinanza, appare fondamentale rafforzare la collaborazione tra amministrazione pubblica e Terzo Settore, in una prospettiva unitaria orientata alle esigenze delle persone;
- Il PNRR ha previsto il programma GOL–Garanzia Occupabilità Lavoratori, per rafforzare i percorsi di occupabilità di disoccupati, lavoratori poveri o fragili/vulnerabili (NEET, giovani, maturi), beneficiari di RdC e di ammortizzatori sociali in costanza o assenza di rapporti di lavo- ro. È necessario curarne l’implementazione, in modo da creare una capacitazione di sistema.
- Gli interventi sulla povertà inseriti nel PNRR sono un’occasione preziosa per sostenere le persone in povertà estrema (senza dimora) e creare servizi che facilitano le forme di aiuto e sostegno economico. Sarà fondamentale rafforzare la collaborazione con il territorio, recuperando le esperienze già attive ed evitando che misure come l’housing first e l’housing led si riducano a mera accoglienza.
[1] I grafici presenti in questo articolo sono stati creati con Datawrapper e rappresentano tutti nostre elaborazioni dei dati presenti nel Report Caritas 2022.
[2] L’indagine è stata realizzata da marzo a maggio 2022 e ha coinvolto 115 diocesi. Sono stati intervistati 1.281 assistiti, secondo le linee del campionamento statistico costruito su base regionale (regione ecclesiastica) e stratificato per età e genere, rappresentativo di 24.105 utenti Caritas.
[3] Lo studio è stato condotto attraverso 5 focus group e la somministrazione di interviste in profondità agli operatori, con interviste a beneficiari dei servizi Caritas in situazione di povertà intergenerazionale da almeno 3 generazioni e a operatori e volontari dei servizi Caritas (Centri di Ascolto, Empori della Solidarietà, ecc.)
[4] M. Krumer-Nevo, “Speranza radicale. Lavoro sociale e povertà.”, Trento, Erickson, 2021.
[5] L’indagine ha visto la somministrazione on-line di un questionario semi-strutturato, su due tipologie di soggetti: 1) Scuole di formazione professionale dei salesiani: hanno risposto al questionario i direttori di circa 50 scuole di formazione professionale in cinque Paesi; 2) Centri Caritas, anche collegati con la dimensione Young Caritas: in 5 mesi sono stati avvicinati tutti i giovani di età 14-21 anni intercettati da tali centri.





