L’istituzione del Pronto Intervento Sociale (PIS) come Livello Essenziale delle Prestazioni Sociali (LEPS) rappresenta una delle sfide più complesse e stimolanti per il sistema di welfare contemporaneo. Sebbene la Legge 328/2000 ne avesse già previsto il principio, è solo con il Piano Sociale Nazionale 2021-2023 che questo dispositivo ha trovato una declinazione normativa precisa. Nel contesto lombardo, caratterizzato da una forte frammentazione e da profonde differenze tra i territori, la costruzione del PIS richiede una riflessione che sappia coniugare la tenuta organizzativa degli Ambiti con la garanzia dei diritti esigibili da parte di tutti i cittadini lombardi.

È a partire da questa cornice che il Gruppo Tematico Servizio sociale professionale negli enti locali del Consiglio Regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali (CROAS) della Lombardia ha promosso la ricerca “Un LEPS, un servizio, una sfida comune: come costruire il Pronto Intervento Sociale in Lombardia” i cui esiti sono stati raccolti nell’omonimo quaderno pubblicato dall’Ordine e presentati nell’ambito del convegno regionale svoltosi a Milano lo scorso 27 maggio presso la Sala Gregorianum, rappresentando un’importante occasione di confronto sul futuro della gestione delle emergenze sociali nel territorio regionale, come spiegheremo nel corso di questo articolo.

 

La spinta istituzionale

I lavori si sono aperti con i saluti istituzionali di Simona Regondi (Presidente CROAS Lombardia) e di Sara Santagostino (Presidente del Dipartimento Welfare di ANCI Lombardia), le quali hanno concordato sulla necessità di una forte sinergia istituzionale per accompagnare i Comuni e gli Ambiti territoriali nella progettazione e nello sviluppo di servizi capaci di garantire tutele effettive di fronte ai bisogni emergenti.

La Presidente Regondi, in particolare, ha sottolineato l’importanza della professione per “inverare” il mandato costituzionale, cioè per tradurre in pratica l’articolo 3 che affida alla Repubblica e alle sue istituzioni il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena realizzazione umana e l’uguaglianza dei cittadini. Ha inoltre sottolineato la necessità di una transizione definitiva da una logica di “assistenza discrezionale” basata sulle risorse disponibili a livello locale, alla piena affermazione di diritti soggettivi esigibili su scala regionale.

Un segnale rilevante sul piano della governance regionale è giunto dal messaggio dell’Assessore alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari Opportunità di Regione Lombardia, Elena Lucchini. L’Assessore ha richiamato il recente Accordo Quadro sottoscritto tra la Regione e il CROAS Lombardia, individuandolo come strumento strategico per lavorare insieme anche in questo specifico ambito.

 

Per un vocabolario condiviso del PIS

Dopo i saluti, il primo intervento è stato affidato al prof. Andrea Mirri, uno dei massimi esperti italiani sul tema, assistente sociale, coordinatore scientifico del Sistema Emergenza Urgenza Sociale regionale toscano (SEUS), formatore, consulente e docente a contratto nelle Università di Pisa e Firenze. Questi ha offerto una sintesi critica sulle caratteristiche intrinseche del PIS contenute nella scheda LEPS 3.7.1 pubblicata nel Piano Sociale Nazionale (pag. 107), ricordando alla comunità professionale come la relazione d’aiuto nelle situazioni di urgenza richieda competenze specifiche per poter dare risposte adeguate ai bisogni complessi dei cittadini nonché per contenere efficacemente e tempestivamente la fase di acuzie. Ha sottolineando l’importanza di profili professionali appositamente formati, perché non è possibile immaginare professionisti “tuttologi”, capaci di presidiare indistintamente ogni ambito di intervento. Le emergenze sociali richiedono competenze specialistiche, formazione continua e la capacità di lavorare in rete con altre professionalità, riconoscendo il valore dell’integrazione dei saperi come condizione necessaria per garantire risposte appropriate e tempestive.

Ha inoltre approfondito il tema della fiducia, che talvolta viene erroneamente ritenuta una dimensione esclusiva della relazione d’aiuto che si sviluppa in un contesto di lavoro ordinario e non come qualcosa che appartiene anche al contesto di emergenza. Di fatto, la fiducia non si instaura solo dentro relazioni che si sviluppano nel tempo, ma si può creare anche “all’istante” quando l’operatore che interviene mostra quelle competenze professionali necessarie per la cosiddetta “relazione di soccorso”: capacità di valutazione immediata, lettura dei contesti, gestione delle situazioni di crisi, conoscenza delle risorse territoriali, competenze comunicative e decisionali. Nei contesti di emergenza, la qualità della relazione d’aiuto dipende dalla capacità dell’operatore di coniugare prossimità, responsabilità e competenza professionale, senza confondere la “prontezza” dell’intervento con l’estemporaneità o la frettolosità. Considerando inoltre che la natura stessa dell’emergenza sociale espone i professionisti alla necessità di assumere decisioni tempestive in condizioni caratterizzate da complessità e informazioni incomplete, diventa centrale sviluppare contesti organizzativi che valorizzino la supervisione professionale, il confronto tra pari e l’analisi critica delle pratiche, affinché anche l’errore possa essere riconosciuto come occasione di apprendimento e miglioramento continuo dei servizi.

L’intervento del Professor Mirri ha rappresentato un monito per la comunità professionale e le istituzioni: il Pronto Intervento Sociale è un Servizio e come tale richiede organizzazione, risorse dedicate e la condivisione di un vocabolario comune in base al quale la comunità professionale può attuare una profonda riflessione culturale. Non solo: l’istituzione del Servizio di PIS impone un ripensamento anche dell’assetto complessivo dei Servizi territoriali, perché possa essere garantita tutta la “filiera” degli interventi, dall’emergenza all’ordinarietà.

 

Il ruolo degli assistenti sociali nel PIS

L’intervento di Barbara Rosina, Presidente del CNOAS, ha aggiunto un’importante riflessione sul ruolo degli assistenti sociali all’interno del Pronto Intervento Sociale: “siamo di fronte a una sfida molto più ampia: la capacità dei territori di costruire un sistema di risposte alle emergenze sociali che sia uniforme, integrato ed esigibile.” Parole che hanno restituito il senso profondo della sfida che il PIS rappresenta oggi: non un semplice dispositivo organizzativo o una funzione tecnica prevista dai LEPS, ma uno degli strumenti attraverso i quali il sistema pubblico misura la propria capacità di garantire tutela, prossimità e dignità alle persone.

 

Tra frammentazione territoriale e necessità di una governance regionale: i nodi emersi dalla ricerca del CROAS sullo stato dell’arte in Lombardia

La sessione mattutina ha offerto una fotografia dello stato dell’arte in Lombardia attraverso la presentazione della ricerca promossa a fine 2025 dal Gruppo “Servizio Sociale negli Enti Locali” del CROAS, presentata dalla coordinatrice del gruppo Giulia Ghezzi. Rimandando ad un precedente articolo e alla lettura del Quaderno dell’Ordine per un’analisi più approfondita, qui ci limitiamo ad accennare al fatto che, su 91 Ambiti territoriali sociali, 50 affermano di avere già un Servizio di PIS, completamente o parzialmente rispondente al LEPS e 41 sono invece senza PIS. Tra questi ultimi, 31 l’hanno inserito nel Piano di zona 2024—2026 e ben 26 ritengono di riuscire a realizzarlo, almeno parzialmente, entro la fine della triennalità. Dei rimanenti Ambiti, 4 intendono inserire la realizzazione del PIS nel Piano di zona 2027-2029 e solo 6 Ambiti non hanno intenzione di farlo oppure non hanno risposto al questionario.

L’approfondimento delle risposte date dagli Ambiti che hanno un PIS ha però messo in luce una certa variabilità nella realizzazione, identificando modelli organizzativi non sempre in linea con il LEPS. Questo risultato è abbastanza comprensibile, considerando il fatto che la vera spinta propulsiva per la realizzazione di questo Servizio è arrivata solo con il Piano sociale nazionale 2021-23 e quindi siamo ancora ai primi passi. La dottoressa Ghezzi ha sottolineato l’importanza che ora si arrivi ad una fase di consolidamento in cui la Regione possa giocare un ruolo attivo nel promuovere le buone prassi, coordinare gli Ambiti e omogeneizzare le risposte dei territori, anche attraverso l’istituzione di un tavolo di lavoro presso la Regione a cui CROAS e ANCI Lombardia potrebbero utilmente partecipare.

 

Modelli di governance a confronto

L’approfondimento dei possibili modelli di governance regionali è stato proprio l’oggetto della tavola rotonda successiva a cui si sono seduti i rappresentanti della Toscana, del Veneto e ovviamente della Lombardia. Sono emersi temi quali la corresponsabilità tra i diversi livelli istituzionali nel garantire l’esigibilità dei diritti da parte dei cittadini in un contesto caratterizzato dall’emergenza e dalla complessità, la necessaria definizione e la stabilità di risorse nel lungo periodo. La Regione Toscana, in particolare, ha presentato il proprio modello, probabilmente il più avanzato all’interno del panorama italiano, che ha addirittura una centrale operativa unica regionale a cui si possono agganciare i diversi Ambiti territoriali; interessante, inoltre, è stata la sottolineatura di quanto la creazione di un logo e di una divisa per tutti gli operatori sociali abbia rappresentato un punto di svolta nella possibilità di essere riconosciuti all’esterno.

Il dott. Foti, Direttore Generale della DG Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari Opportunità di Regione Lombardia ha espresso disponibilità ad accogliere suggerimenti per la costruzione di una cabina di regia con la presenza di Anci e del Croas, un passaggio importante verso una governance condivisa e partecipata del sistema.

 

Verso un welfare dei diritti: le prospettive per i territori lombardi

La tavola rotonda sviluppata nel pomeriggio ha visto alcune realtà territoriali lombarde raccontarsi nell’esperienza del Servizio di Pronto Intervento Sociale. Dal confronto tra gli Ambiti del Rhodense, Cremonese e Lodigiano sono emerse alcune peculiarità relative soprattutto all’organizzazione oraria del Servizio “in time o extra time”, al target di intervento, alle modalità di accesso al servizio, alle risorse e strumenti in dotazione ai Servizi presentati.

Al di là delle differenze organizzative, dei target prioritari e delle modalità operative adottate nei diversi territori, il confronto tra le esperienze presentate ha evidenziato alcuni elementi comuni. In tutti i contesti, infatti, il Pronto Intervento Sociale si è sviluppato come risposta alla necessità di superare modalità frammentate o informali di gestione delle emergenze sociali attraverso la costruzione di servizi dedicati, dotati di procedure definite, professionalità specialistiche e strumenti operativi condivisi. Un ulteriore elemento trasversale emerso dalla tavola rotonda riguarda la centralità del lavoro di rete: il PIS si configura sempre più come un dispositivo di raccordo tra enti locali, servizi sanitari, forze dell’ordine e terzo settore, capace di garantire una risposta tempestiva all’emergenza e, al contempo, la continuità della presa in carico da parte dei servizi territoriali competenti.

Il PIS si profila così non solo come una prestazione tecnica da erogare h24, ma come l’adempimento di un preciso mandato etico e costituzionale: l’architettura pubblica che presidia l’imprevisto sociale affinché nessuno si trovi isolato nel momento della frattura biografica. La sfida strutturale in Lombardia è aperta e i primi passi verso una governance condivisa sembrano indicare la direzione corretta.