La violenza di genere interroga profondamente il mandato etico e professionale del servizio sociale. Non si tratta di un fenomeno marginale, ma di una realtà strutturale e trasversale che attraversa ogni strato della nostra società. Proprio per questo, come assistenti sociali abbiamo il dovere deontologico e operativo di saperla riconoscere, decodificare e affrontare, offrendo alle donne le corrette soluzioni d’aiuto.
Per analizzare l’efficacia delle risposte territoriali, il Gruppo Tematico “Servizio sociale nelle reti di intervento contro la violenza di genere” del CROAS Lombardia[1] ha promosso la ricerca “La mappatura delle prassi nell’intercettazione della violenza di genere”. I dati emersi ci ricordano che il contrasto a questo fenomeno non può essere delegato solo a pochi: l’obiettivo del CROAS è elevare le competenze di tutta la comunità professionale, e non solo delle colleghe e dei colleghi che già lavorano nei servizi specialistici e che quelle competenze le hanno già consolidate.
Il cambiamento culturale deve nascere innanzitutto da noi. Diventa quindi fondamentale promuovere una formazione specifica che insegni a leggere tempestivamente gli indicatori di violenza, spesso sommersi o invisibili. Dobbiamo aumentare la consapevolezza ed estendere questo patrimonio formativo per raggiungere anche i circa 3.300 colleghi che non hanno risposto al questionario. Solo capillarizzando queste competenze e investendo su un’autentica integrazione sociosanitaria potremo garantire risposte tempestive, diffuse e capaci di accompagnare concretamente le donne verso percorsi di effettiva libertà.
La ricerca svolta e presentata in questo artivcolo si è realizzata con il supporto dell’Università di Milano Bicocca, attivata mediante sottoscrizione di convenzione specifica con il CROAS Lombardia. Il progetto ha preso avvio a maggio 2022 per la definizione della domanda con l’obiettivo di indagare le percezioni e capacità di lettura delle situazioni di violenza di genere nonché l’utilizzo e la gestione di strumenti e competenze tecniche specifiche. L’attività ha previsto la costruzione di un questionario semi-strutturato, inviato a tutti gli assistenti sociali iscritti all’albo lombardo. Sono arrivate in totale 2500 risposte[2], circa la metà dei possibili rispondenti. Le riflessioni qui proposte si concentrano su due filoni di ragionamento, emersi nel gruppo di lavoro: da un lato la capacità di intercettazione della violenza e, di conseguenza, le prassi di intervento; dall’altra la percezione del fenomeno e l’impatto dei pregiudizi nello svolgimento del proprio mandato professionale.
Intercettazione e prassi di intervento
L’analisi qui sintetizzata parte dal presupposto che l’intervento di accoglienza e supporto alla donna vittima di violenza parta dal sostenerla in un processo di empowerment, dal riconoscimento stesso della situazione di violenza in cui è immersa. Per questo, se una donna accede ad un servizio e, nell’incontro con un’AS, sente di poter condividere alcuni aspetti della propria condizione familiare o relazionale, un operatore formato non può dare per scontato che la donna sia consapevole realmente della gravità di ciò che sta vivendo. La vita di una vittima di violenza, infatti, spesso porta ad una condizione di totale immersione e adattamento ad una relazione asimmetrica e disfunzionale (alla condizione di sottomissione e controllo); come sappiamo dalla letteratura [3] , il ciclo della violenza può, in determinati momenti della relazione, allontanare la donna dalla percezione del reale pericolo che sta vivendo[4].
Nell’esperienza professionale, capita di ascoltare una donna raccontare fatti gravi, atteggiamenti controllanti (“mi ha messo un’app sul cellulare per seguire i miei movimenti, ma è per sicurezza”), intrusioni nella vita privata (“ci sono le telecamere in casa, sempre accese, ma lui lo fa per controllare il cane”), divieti (“non hai bisogno di andare a lavorare”), isolamenti (“perché devi frequentare tua sorella? Non ti basta stare con me?”), umiliazioni (“tanto non servi a niente, cosa sai fare?”), narrati come aspetti normali, consueti, accettati quando non addirittura graditi (“è geloso perché ci tiene”); e di fronte alla nostra preoccupazione di operatori, la donna, stupita, cerca di minimizzare, tranquillizzando prima di tutto sé stessa. Questa distorsione della realtà è parte del problema: come operatori dobbiamo conoscere in modo approfondito questo meccanismo e saperlo integrare nel lavoro di accoglienza e assesment che siamo chiamati a svolgere. Purtroppo, la violenza è invisibile e manipolatoria e conduce in una direzione per cui la via d’uscita è difficile ma non impossibile. La denuncia da parte della donna non è un obbligo né una condanna, semmai un’opportunità. È il primo passo per tornare ad essere autonome e libere. Solo se conosciamo (per averli studiati e approfonditi) questi aspetti e sappiamo ri-conoscerli in quella specifica donna che abbiamo davanti, potremo accoglierla e accompagnarla nel modo corretto.
Dal questionario si evince che la maggior parte dei casi di donne vittime di violenza arrivano ai servizi sociali su segnalazione o invio da altri enti o istituzioni (autorità giudiziaria, servizi specialistici, scuola…) mentre è più bassa la percentuale di donne che si rivolgono spontaneamente. Da alcune rilevazioni, si evidenzia che i motivi principali per cui le donne vittime di violenza si agganciano ai servizi avvengono per: problematiche relative alla migrazione[5], richiesta sanitarie e informazioni legali[6]. Questo dato porta a ipotizzare che sia ancora difficile intercettare e riconoscere i segnali di violenza come sopra descritti, prima di una richiesta d’aiuto.
Anche le risposte riguardanti le modalità di intervento a fronte di una situazione di violenza portano a evidenziare la difficoltà di individuare tutte le forme di violenza e/o un limitata conoscenza delle dinamiche sottostanti un maltrattamento familiare. Alla domanda aperta su come intervenire, nel caso in cui una donna non abbia portato una richiesta esplicita di aiuto, ma abbia comunque permesso all’assistente sociale di cogliere dei segnali di rischio o di allarme, colpiscono alcuni approcci “interventisti” o addirittura rischiosi, su cui è opportuno riflettere. Si legge ad esempio, in alcune risposte, la proposta di una immediata segnalazione in Procura della donna, in assenza di una sua attivazione autonoma; oppure, di un invio al Cps, come se la problematica fosse del tutto di natura psichica a carico della donna, e non riguardasse invece azioni violente agite da altri. Altre risposte aperte al questionario hanno indicato attivazione del Pronto Soccorso o delle Forze dell’Ordine come interventi prioritari: questo porta a pensare che si immagini che la violenza sia principalmente fisica, da affrontare quindi con un approccio medico di urgenza, o come una questione di ordine pubblico. Non si può negare che esistano anche questi episodi; tuttavia, va ricordato e ribadito che le forme di violenza sono tante, diversificate, alcune più subdole e difficili da riconoscere, individuare, trattare e affrontare. Situazioni di violenza psicologica, o economica, possono essere molto pervasive e traumatizzanti, tanto quanto le forme più evidenti, e richiedono interventi mirati, spesso continuativi e multidisciplinari. Inoltre, un approccio interventista, seppur volto alla protezione e tutela, se non accompagnato a un processo di consapevolezza e di empowerment della donna può inficiare il risultato stesso del processo attivato.
Infine, alcune riflessioni sulla rete: dalle risposte del questionario, si nota che c’è una scarsa consapevolezza delle assistenti sociali rispetto a ciò che la rete può offrire. Trovandosi in una situazione di aiuto per una donna vittima di violenza, in poche occasioni vengono presi i contatti con la rete territoriale, anche solo per confronto con altri operatori su come intervenire rispetto al caso. Il potenziamento della rete tra le strutture ospedaliere, servizi sociosanitari territoriali[7], centri antiviolenza ed enti locali sono necessari per migliorare gli interventi di tutela verso donne, famiglie e bambini e soprattutto per avere maggiori risorse per affrontare la violenza di genere. L’integrazione dei servizi sanitari e sociali è un valore aggiunto al fine di mettere in campo azioni e cure verso tutte quelle situazioni che meritano di essere attenzionate nella loro globalità tra aspetti sanitari e sociali, in affiancamento al contesto di vita e ai servizi territoriali presenti (consultorio, CAV, ente locale, associazioni di volontariato), ognuno con il proprio ruolo e competenze.
Da queste considerazioni nascono alcune prospettive di metodo, centrate sul presupposto della necessità di un’attenta valutazione e del bilanciamento di due interessi fondamentali: l’autodeterminazione e la protezione:
- In un’ottica di empowerment, il primo passo da fare non sarà fornire alla donna una soluzione fatta di passaggi obbligati, ma offrirle la possibilità di attivare percorsi volti prima di tutto a favorire la consapevolezza della situazione che si trova a vivere. La proposta stessa di un invio al Cav andrebbe fatto con tempi e modi rispettosi della donna e volti all’obiettivo non di “salvarla”, ma fare in modo che “si possa salvare”. L’assistente sociale è impegnata a trovare il modo di considerare ed esplicitare la volontà della donna, il suo pensiero, le sue resistenze, e le sue motivazioni. Accompagnarla a comprendere quali necessità e considerazioni ci portano, ad esempio, a valutare la sua condizione talmente grave dal dover ricorrere a decisioni forti, e magari anche non condivise. Anche in quelle situazioni in cui la donna esplicita , in un dialogo con un assistente sociale, la propria richiesta di aiuto per superare la condizione di violenza, la metodologia dell’intervento deve esse rigorosa, e improntata ad un ascolto attento, empatico, non giudicante; la valutazione del rischio[8] (che può far riferimento a strumenti specifici di risk assesment come SARA, ISA, e Danger Assessment[9]) o comunque l’approfondimento sulla situazione va condiviso con la donna e vanno discusse con lei le diverse possibilità di intervento, e i tempi di attivazione. Anche in questo caso, se sono coinvolti dei minori, l’operatore avrà obblighi precisi, e sarà però importante valorizzare con la donna l’importanza dell’aver chiesto aiuto, come questa sua scelta sia tutelante verso i figli, segno di forza e responsabilità verso il proprio ruolo di genitore, e non viceversa di debolezza e disperazione.
- È di fondamentale importanza promuovere e far parte, dove presente, di un coordinamento tecnico composto da operatori sanitari e del sociale, il pronto soccorso, l’ostetricia e la ginecologia, il servizio di psicologia clinica, il servizio sociale. Ciò permetterebbe di costruire un canale diretto di informazioni al fine di creare micro-equipe integrate coinvolgendo gli attori della rete territoriale e di attivare un piano di intervento operativo orientato alla pianificazione di un progetto individuale.
- Accogliere il vissuto di una donna vittima di violenza può capitare ad un assistente sociale di qualunque servizio: per questo è necessario che la formazione sul tema sia trasversale a tutte le aree, gli enti di appartenenza e le tipologie di servizio. Anzi forse proprio per chi non ha esperienza di casistica quotidiana sul fenomeno della violenza di genere si rende necessario dotarsi di strumenti teorici e metodologici che siano in grado di fornire coordinate di lettura delle situazioni e di interventi adeguati. Per questo è fondamentale che ciascun assistente sociale si formi specificatamente, conosca il funzionamento delle reti antiviolenza e abbia contatti con la propria di riferimento.
Pregiudizi e mandato professionale
Negli ultimi anni l’emersione del fenomeno della violenza contro le donne è aumentata in modo significativo. Sempre più donne si rivolgono al 1522, ai Centri Antiviolenza (CAV) e riconoscono la violenza come tale. I canali di accesso ai servizi si sono moltiplicati, la Rete antiviolenza della Regione Lombardia si è strutturata, sono state introdotte nuove leggi nazionali e regionali, se ne parla di più sui media e sui social, e si sono sviluppate formazioni specifiche sia nelle università sia nelle aziende. Dalle domande aperte del questionario sono emerse percezioni errate che contribuiscono a spiegazioni semplicistiche del fenomeno: si tende a pensare che i casi siano aumentati realmente o che la violenza sia legata alla presenza di cittadini stranieri o a peggiori condizioni socioeconomiche. I dati dimostrano invece che i casi di violenza non sono aumentati, ma è cresciuta la loro emersione grazie a maggiore consapevolezza, accesso ai servizi e strumenti di protezione. Secondo ISTAT, il numero di donne che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi anni: erano 6.743.000 nel 2006 e 6.788.000 nel 2014. Nel 2025, le stime preliminari confermano una stabilità dei dati sugli ultimi cinque anni. Allo stesso tempo, i dati sull’emersione del fenomeno mostrano un trend di crescita: le richieste al 1522 sono passate da circa 21.000 nel 2019 a oltre 51.000 nel 2023; i centri antiviolenza, cresciuti del 43,8% tra il 2017 e il 2023, hanno accolto nel 2024 23.851 donne, di cui 16.350 erano nuovi accessi.
Inoltre, non esistono dati ufficiali che colleghino la nazionalità o l’origine culturale a un aumento della violenza di genere. La violenza maschile contro le donne non è un fenomeno “culturale” legato a specifici gruppi nazionali o religiosi, ma è strutturale e radicata nei rapporti di potere tra uomini e donne, presente in tutti i contesti sociali. Attribuire la violenza a caratteristiche culturali comporta il rischio di alimentare stereotipi e “bias”, creare divisioni sociali e distogliere attenzione e risorse dalle vere cause della violenza. I dati disponibili confermano questa lettura. Nel 2025, secondo l’Osservatorio di Non Una di Meno, il 76,1% delle donne uccise era di cittadinanza italiana; una quota simile era già registrata nel 2021, quando le vittime italiane rappresentavano l’80,3%[10]. Anche nelle rilevazioni sui servizi, tra il 2023 e il primo semestre del 2025 hanno contattato il 1522 30.615 donne italiane e 4.148 donne straniere. Rapportando i dati alla popolazione residente, l’incidenza è dello 0,10% per le italiane e dello 0,16% per le straniere: la differenza non indica una maggiore “propensione” alla violenza, ma riflette condizioni di maggiore vulnerabilità, come minore accesso alle reti di supporto, barriere linguistiche, precarietà giuridica e lavorativa, e difficoltà nell’uso degli strumenti di tutela disponibili. [11] Nel 2024 la grande maggioranza delle donne accolte nei CAV appartenenti alla rete DIRE è italiana, confermando un trend stabile nel tempo. Anche tra gli autori della violenza, circa tre casi su quattro sono italiani, mentre il 26% ha provenienza straniera. Questi dati sfatano lo stereotipo secondo cui la violenza maschile sulle donne sarebbe prevalentemente legata a contesti culturali “altri”[12]. L’emersione del fenomeno tra le donne straniere è aumentata negli ultimi anni grazie a una maggiore facilità di accesso ai servizi e a normative dedicate, come il PDS 18 bis, che rafforzano la protezione e il supporto anche per le cittadine non italiane. Nel complesso, i dati disponibili convergono su un punto chiave: gli autori di violenza non sono “per la maggior parte stranieri”, e la violenza di genere non può essere spiegata richiamando presunte specificità culturali o religiose. I fattori culturali che contano – il patriarcato, il controllo, la disuguaglianza di potere tra uomini e donne – sono trasversali e presenti in tutte le società. Spostare il focus sull’origine nazionale non solo è statisticamente infondato, ma rischia di oscurare le vere dinamiche del fenomeno e di indebolire le politiche di prevenzione e contrasto.
Per “sfatare” l’ultimo mito, le condizioni socioeconomiche non sono la causa principale della violenza, ma influenzano in modo decisivo la capacità delle donne di uscire da relazioni abusive. La mancanza di autonomia finanziaria, l’assenza di un lavoro, l’impossibilità di accedere a una casa propria o di sostenere economicamente i figli rendono le donne più vulnerabili e facilitano il controllo economico da parte del partner, una forma di violenza sommersa ma diffusa. La violenza colpisce trasversalmente, indipendentemente dalla condizione economica della vittima: tra gli autori di violenza, quasi la metà ha un lavoro stabile, dato in crescita rispetto al 2022. Tra le vittime, quasi una donna su tre non ha alcun tipo di lavoro e quindi dipende economicamente dal partner, anche se negli ultimi tre anni si osserva un lieve calo rispetto al periodo 2020-2021. Solo meno della metà delle donne occupate o pensionate può contare su un reddito sicuro, percentuale in crescita rispetto al 2022. A subire episodi di violenza sono soprattutto donne con meno di 60 anni che hanno un livello di istruzione medio-alto, un lavoro e un reddito medio e che sono coniugate e conviventi con il partner e oltre la metà ha figli[13]. Questi dati confermano che la violenza non è concentrata in contesti poveri, ma riguarda donne di tutte le condizioni economiche, con il controllo economico che rimane uno strumento chiave nelle relazioni abusive. Ma qual è il legame reale tra indipendenza economica e rischio di violenza? Studi europei, come l’indagine della Fundamental Rights Agency (FRA) 2012[14], mostrano che l’emancipazione economica non elimina la violenza: cambia solo la forma e il contesto. Una donna che lavora può essere meno esposta alla violenza domestica rispetto a una casalinga solo se il suo reddito solleva l’intero nucleo familiare dalla povertà. Tuttavia, guadagnare più del partner può aumentare il rischio di violenza sessuale o psicologica, mentre la violenza fisica risponde poco alle differenze di reddito all’interno della coppia. Altri dati confermano la trasversalità del fenomeno: secondo ISTAT, il 31,9 % delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale nella vita, incluse donne con lavoro, reddito e buona istruzione. La ricerca IPSAD del CNR[15] evidenzia che molte vittime hanno un livello di istruzione medio-alto, un lavoro e un reddito stabile, spesso convivono con il partner e hanno figli (ANSA, 2023). La violenza, dunque, non colpisce solo le donne economicamente vulnerabili: riguarda tutte le fasce socio-economiche[16].
Considerazioni finali
La tutela delle donne è possibile ma prioritario, insieme all’applicazione delle leggi, è il cambiamento culturale: una profonda sensibilizzazione a partire dai più giovani, una formazione di base e continua che contribuisca a una maggiore consapevolezza di sé, per ridurre il rischio che i propri pregiudizi influiscano sulla pratica, e per l’acquisizione di competenze e strumenti professionali specifici. La sfida è culturale oltre che istituzionale: bisogna educare al rispetto, insegnare nelle scuole che l’amore non è possesso, ma libertà e reciprocità, promuovere la formazione professionale per prevenire e affrontare la violenza di genere.
- Composizione del gruppo tematico: nel periodo 2023 -2025 hanno partecipato Valentina Valagussa, Francesca Rizzardi, Francesca Farrugia, Giusy Coronato, Paola Mantovani, Mandeep Son, Chiara Rossi, Anna Maria Asciutto, Francesca Russo. ↑
- La somministrazione del questionario è avvenuta dal mese di novembre 2024 al mese di dicembre 2024. Si rimanda ad un apposito documento la trattazione più completa dei dati emersi, con questo scritto si propone di condividere invece alcuni approfondimenti sorti a partire da determinate singole risposte alle domande aperte, che hanno suscitato particolare interesse all’interno del gruppo tematico. Anche se si tratta di un affondo solo su alcune risposte, la loro rilevanza per la pratica professionale, a parere di chi si occupa di violenza di genere, ha comportato la scelta di dedicare loro un’attenzione più approfondita. ↑
- Walker E. (2016). The Battered Woman Syndrome 4th Edition. Springer Publishing Company. ↑
- Meneguzzer, M. (2023). Violenza di genere. Analisi psicoanalitiche: dal trauma alla resilienza. (Carthago). ↑
- Dal Libro “Questo non è amore 2025”, Edizione a cura della Direzione Anticrimine del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Ministero dell’Interno ↑
- Dal corso fad del cnoas: “Violenza di genere: emersione, contrasto e prevenzione”;www.conoafnas.it ↑
- https://www.asst-crema.it/news/progetto-integra-insieme-contrastare-violenza-genere ↑
- Baldry, A.C. (2016). Dai Maltrattamenti all’omicidio. La valutazione del rischio di recidiva e dell’uxoricidio. Milano- 6° Edizione Aggiornata- Franco Angeli Editore ↑
- “Linee guida per la valutazione e l’autovalutazione del rischio di recidiva della violenza maschile contro le donne nelle relazioni di intimità”, liberamente scaricabili a questo link https://www.differenzadonna.org/wp-content/uploads/2024/04/FuTuRE_D2.3_Guidelines_ITA-2.pdf. Lo strumento è stato realizzato nell’àmbito di FuTuRE – Fostering Tools of Resiliance and Emersion of GBV with intersectional perspective (ovvero Futuro – Rimodulare gli strumenti di resilienza e di emersione della violenza di genere in una prospettiva intersezionale), un progetto europeo promosso dall’Associazione Differenza Donna (in qualità di capofila), in partenariato con le Università degli Studi della Tuscia di Viterbo e La Sapienza di Roma, e finanziato con i fondi CERV (Citizen, Equality, Rights and Value, in italiano: Cittadini/e, Uguaglianza, Diritti e Valori) 2023 ↑
- https://osservatorionazionale.nonunadimeno.net/ ↑
- https://www.vita.it/violenza-di-genere-per-le-donne-con-cittadinanza-non-italiana-il-rischio-e-maggiore/ ↑
- https://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2025/07/REPORT-Dati-D.i.Re-2024_07.2025_.pdf ↑
- https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/12373/i-dati-sulla-violenza-di-genere-in-italia ↑
- Indagine Violence against women: an EU-wide survey – European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) 2012 ↑
- https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/11/24/cnr-1-donna-su-2-in-italia-e-stata-vittima-almeno-una-volta-di-violenza-fisica_6a720911-89f7-42df-a77c-897890f96779.html?utm ↑
- https://www.ingenere.it/articoli/economia-della-violenza ↑