L’Ordine degli assistenti sociali della Lombardia ha da poco presentato una proposta alla Regione, nell’ambito dell’attuazione della riforma del sistema socio-sanitario. In cosa consiste?
La nostra proposta intende impegnare la Regione nel definire e riconoscere all’interno degli enti e dei servizi sociosanitari regionali interessati dalla Legge 23, un’area specifica di servizio sociale professionale – SSP – che consenta la definizione di livelli di responsabilità, di coordinamento, assegnati ad assistenti sociali, chiamati così a concorrere chiaramente alla realizzazione dei piani strategici aziendali.
In funzione di tale obiettivo è necessario costruire una relazione con gli organi politico-istituzionali della Regione in modo tale da poter essere co-costruttori dei modelli organizzativi, regolamentati da norme specifiche, da attuarsi in modo omogeneo sul territorio regionale.
La legge regionale e le successive Linee d’indirizzo per la definizione dei POAS (DGR 5113 del 29/4/2016, L.R. 15 del 29.06.2016, DGR 5513 del 2/8/2016) hanno individuato in ATS e in ASST una Direzione Sociosanitaria a cui riteniamo debba afferire il SSP – Servizio Sociale Professionale. Negli IRCCS, per il quali ad oggi non è stata prevista una direzione sociosanitaria, viste le esperienze organizzative già presenti, si propone che il SSP sia posto a capo della direzione sanitaria.
A ciò si unisce anche la proposta che, considerando la parità tra pubblico e privato, l’istituzione del SSP sia criterio di accreditamento per gli enti erogatori di servizi.
Perché l’Ordine si è fatto promotore di questa proposta, quali sono le ragioni che l’hanno motivata?
Possiamo individuare tre principali ordini di ragioni:
a) Valorizzazione della dimensione sociale nel nuovo assetto istituzionale
L’impegno che l’Ordine degli Assistenti Sociali della Lombardia ha assunto, in questa fase di riorganizzazione del sistema sociosanitario lombardo, è quello di assicurare la valorizzazione della dimensione sociale nel promuovere e tutelare la salute delle persone e dei gruppi, nei territori riuscendo così a contribuire al meglio alla realizzazione delle finalità della L.R. 23/2015.
In particolare “la promozione delle forme di integrazione operativa e gestionale tra i soggetti erogatori dei sistemi dei servizi sanitari, sociosanitari e sociali”, la realizzazione di reti sussidiarie di supporto di fragilità sanitarie, sociali e socioeconomiche, la promozione ed elaborazione di forme e modelli di integrazione tra le diverse tipologie di prestazioni, individuati da Regione come i passaggi sostanziali per un miglioramento del sistema, sia in termini di appropriatezza degli interventi che di adeguato utilizzo delle risorse economiche, e riconosciuti come tali dal Nostro Ordine, richiedono un’attenta lettura dei bisogni sociali e l’adozione anche dei modelli e dei paradigmi di analisi e d’intervento sociale.
Se si considera che la L.R. 23 assegna alle ATS la funzione di garantire l’integrazione delle prestazioni sanitarie e sociosanitarie con quelle sociali di competenza delle autonomie locali avvalendosi del Dipartimento della “Programmazione per l’integrazione delle prestazioni sociosanitarie con quelle sociali” (PIPSS), e alle ASST la funzione di favorire tale integrazione attraverso l’organizzazione del settore territoriale in Presidi territoriali sociosanitari territoriali (PreSST) luoghi di erogazione delle prestazioni sanitarie, sociosanitarie e sociali territoriali e domiciliari, in particolare per persone in condizioni di cronicità e di fragilità, risulta del tutto motivata la proposta di istituire il servizio sociale professionale e riconoscere una specifica organizzazione degli assistenti sociali, per altro prevista in sanità già dalla l. 27/2006.
L’Ordine sostiene inoltre che i professionisti assistenti sociali possono e debbano per profilo professionale, per titoli di studio e per competenza, occupare posizioni di coordinamento e di direzione anche nell’ambito del sistema sanitario. Anche in questo caso ciò è già previsto dalla normativa nazionale che con la l.138/2004 ha sancito l’accesso alla dirigenza in sanità anche all’assistente sociale, oltre ad alcune professioni sanitarie.
b) Riconoscimento di un modello strutturato di Servizio Sociale Professionale nei nuovi contesti istituzionali
Da anni l’Ordine sollecita Regione Lombardia rispetto alla richiesta d’istituzione del Servizio Sociale Professionale in sanità, prima nelle Aziende Ospedaliere e Sanitarie ed ora in ATS, ASST e IRCCS. Ha iniziato nel 2006 ad impostare un approccio sistematico ed organizzato promuovendo azioni specifiche come gruppi di lavoro tematici che andavano ad analizzare i cambiamenti e le sperimentazioni regionali nei vari ambiti (nei consultori, nella vigilanza e accreditamento, nelle cure palliative, nella rete ospedaliera) per produrre documenti con i quali si sono cercate e promosse occasioni di confronto con Regione, in particolare con gli assessorati Sanità e Famiglia. Traccia di quanto messo in atto è documentato sul nostro sito web.
Per questo, letta la DGR sui POAS (Piani Organizzativi Strategici), nella quale non appare in nessun modo definita ed organizzata la presenza del Servizio Sociale professionale, ma viene invece previsto utilizzando un termine, si può dire improprio un servizio di assistenza sociale laddove già presente in ASST, si è ritenuto di scrivere alla DG Welfare avanzando già nel mese di giugno una proposta che vuol essere costruttiva. Infatti solo la presenza di una struttura organizzativa specifica di Servizio Sociale Professionale nell’organizzazione delle ATS, ASST e IRCCS può garantire che nei diversi luoghi e momenti in cui saranno valutati in bisogni del territorio, definiti i percorsi, i servizi e gli interventi per attuare la presa in carico, la continuità assistenziale, la valutazione multidimensionale, il passaggio dal curare al prendersi cura, sia effettuata ed espressa un’analisi e quindi una proposta che consideri la dimensione sociale delle persone, della comunità e del territorio.
Gli assistenti sociali sono da sempre impegnati e continuano ad esserlo nelle strutture ospedaliere, nei servizi specialistici socio-sanitari e sanitari territoriali per realizzare progetti d’intervento a sostegno di persone e nuclei familiari con bisogni sanitari complessi o cronici, ma riteniamo che per attuare l’innovazione del sistema sociosanitario lombardo delineata con la legge regionale 23 sia necessaria un’integrazione di competenze e profili professionali anche a livello strategico.
Se gli assistenti sociali continueranno ad essere distribuiti all’interno delle diverse articolazione aziendali, la cui responsabilità è di norma assegnata ad altri profili professionali, o addirittura assegnati alla dipendenza funzionale di servizi organizzati per figure sanitarie (SITRA), l’apporto specifico in termini programmatori e “ di sistema” di cui si parlava sarà sempre mediato, se non occasionale ed estemporaneo.
La domanda che poniamo in sostanza è: “Come è possibile realizzare una concreta e efficace integrazione socio sanitaria per le prestazioni a tutela dei cittadini fragili ed in condizione di cronicità nei servizi della ATS e nella ASST non è presente a livello organizzativo , nel confronto e condivisione con gli altri soggetti del sistema , in particolare con gli enti locali, il professionista titolato alla lettura dei bisogni sociali, dei modelli e dei paradigmi d’intervento sociale?
c) Promozione della crescita professionale nelle realtà aziendali
In relazione a quanto esposto, l’Ordine professionale, nell’assumere questa iniziativa con Regione Lombardia e con gli organi istituzionali delle ATS, ASST e IRCSS , vuole porsi anche come una risorsa di sostegno nei confronti della comunità professionale, per accompagnare e promuovere processi organizzativi e percorsi evolutivi sul piano professionale, connessi anche a possibili progressioni di carriera, soprattutto nei contesti in cui questo tipo di riconoscimenti di ruolo e funzioni devono ancora prendere forma.
Quali sono i principali rischi che vedete dal vostro osservatorio nell’attuazione della riforma e quali attenzioni si rendono necessarie?
Il rischio che si ravvisa, se non fosse adeguatamente considerato e strutturato dai principali soggetti del sistema (ATS e ASST e IRCCS) il processo di integrazione tra la componenti sanitaria, sociosanitaria e sociale, è il realizzarsi di percorsi in cui al centro resta la malattia, la patologia, la non autosufficienza psico-fisica, mentre il contesto sociale di un territorio, la persona con la sua famiglia, le sue risorse non solo in termini economici, i suoi desideri, restano sullo sfondo.
Si ritiene che un’azione correttiva utile ad evitare tale rischio stia proprio nel valorizzare e strutturare nelle ATS e nelle ASST le competenze del Servizio Sociale Professionale sia in termini di analisi “epidemiologica”, in relazione alle caratteristiche sociali di un territorio, sia in termini di costruzione, promozione e gestione della rete di servizi territoriale, sia in termini di capacità di promuovere progetti nei quali i bisogni ed i desideri delle persone e delle loro famiglie incontrano le risorse delle rete dei servizi.
La sfida posta dalla legge 23 per l’’evoluzione del sistema richiede, per essere vinta, un reale e attento lavoro finalizzato alla costruzione e alla conservazione delle reti territoriali, quelle delineate dal legislatore regionale (Rete Integrata perla Continuità Clinico Assistenziale per la presa in carico del paziente cronico: RICCA, Rete Integrata Materno Infantile (RIMI), Rete della salute mentale così come riorganizzata dalla L. R. 15/2016)
Dopo anni in cui la il sistema sanitario e sociosanitario sono stati divisi, appare, a nostro avviso, difficoltoso riannodare il filo dell’integrazione, ed ancora più confuso risulta il quadro relativo all’integrazione di questi due sistemi, ora uniti, con il sistema degli interventi sociali la cui responsabilità è dei Comuni e Piani di Zona.
Inoltre gli interventi della nuova legge 23/2015 sulla legge 3/2008, che è stata in più punti abrogata e/o modificata, espongono al rischio di creare una separazione tra il sistema sanitario/sociosanitario e il sistema di servizi sociali. Questo aspetto sarà, per l’importanza che riveste, oggetto di un nostro impegno nei prossimi mesi.
Riteniamo necessario inoltre che sia posta attenzione ad evitare, da un lato, l’applicazione di modelli ospedalieri al territorio e, dall’altro, la perdita di efficaci modelli organizzativi e buone prassi operative presenti nelle AO e nelle ASL.
Vi è poi un elemento di criticità costante nel percorso di affermazione del Servizio Sociale Professionale e cioè il fatto che quella degli assistenti sociali, pur essendo una professione necessaria al sistema sanitario, è debole sia numericamente che per status nei confronti del comparto sanitario e amministrativo. Pensiamo solo al fatto che in Lombardia gli assistenti sociali nei servizi sanitari e sociosanitari sono circa 1.000 (rilevazione del 2011), e precisamente 314 in Aziende ospedaliere, IRCCS e Case di Cura private e accreditate e 689 nelle ASL. A questo dato numerico, negli ultimi anni, si è aggiunto un ulteriore fattore di indebolimento determinato dalla presenza di Assistenti sociali con contratti atipici (co-co-co, a progetto, attraverso cooperative o dipendenti da associazioni), quindi non strutturati all’interno dei servizi e per questo meno incisivi nel dare continuità agli interventi professionali.
Quali sono le prime reazioni che avete registrato alla vostra proposta?
I POAS delle ATS, ASST e degli IRCCS sono al vaglio di Regione Lombardia e pertanto al momento non abbiamo ancora la possibilità di effettuare un’analisi approfondita ed una valutazione. Come Ordine professionale riteniamo che sia funzionale al raggiungimento delle finalità enunciate da RL nella Legge 23 promuovere nelle Agenzie, nelle Aziende e negli Istituti di Ricerca, le funzioni degli assistenti sociali presenti da sempre in ambito sanitario.
Presso il CROAS Lombardia è attivo da maggio 2016 un gruppo di lavoro sulla Legge Regionale 23 che sarà impegnato nei prossimi mesi ad esaminare i POAS approvati puntando l’attenzione sia sul recepimento in tutto o in parte dei contenuti della proposta, sia sulle modalità con cui sono state organizzate i Dipartimenti e le rete territoriali in cui dovrebbe realizzarsi l’integrazione sociosanitaria; l’intento è quello di tenere aperto uno spazio di osservazione sull’applicazione delle legge 23, che possa elaborare contributi utili alla professione e alla istituzioni coinvolte.
E’ per noi positivo però aver ricevuto, dopo la formalizzazione della proposta, richieste di incontro da parte di alcune ATS e un positivo confronto rispetto ai contenuti della proposta con un rappresentante di Regione Lombardia in un recente evento pubblico.


