Lo sfruttamento lavorativo esiste?

Il lavoro sommerso e lo sfruttamento lavorativo non sono fenomeni circoscritti all’agricoltura o alle sue forme più estreme e visibili, né sono legati ad alcune zone del nostro Paese. Purtroppo lo sfruttamento lavorativo prende forme differenti e ha la capacità di adattarsi — anzi, sarebbe più corretto dire essere funzionale — ai diversi sistemi produttivi. Le persone sfruttate le troviamo nei magazzini della logistica, nelle cucine dei ristoranti, nei cantieri edili, nei servizi di cura alla persona: ovunque ci sia un’asimmetria di potere, una condizione di fragilità e la difficoltà di farla emergere. Le troviamo anche in quelle forme ipermoderne che sembrano — ingannando — garantire spazi di autonomia, come nel caso dei rider.

Spesso non si tratta nemmeno di situazioni palesemente illegali, ma di quella che gli esperti chiamano zona grigia del lavoro: contratti che non corrispondono alle mansioni reali, orari che eccedono quelli dichiarati, paghe inferiori ai minimi contrattuali, ferie negate, pagamenti in contanti. Violazioni che fanno male, che intrappolano le persone in condizioni di dipendenza, ma che restano invisibili perché non configurano immediatamente un reato e perché chi le subisce spesso non sa dove andare — o non si fida di chi potrebbe aiutarlo. Le persone con background migratorio sono potenziali vittime di questi processi e rischiano di rimanere intrappolate in dinamiche di piccole e grandi violazioni dei diritti, che spesso agiscono nell’ombra. È per rispondere a questa invisibilità che nasce il progetto InLav Lombardia — Integrazione Lavoro Lombardia, dalla collaborazione tra Regione Lombardia (capofila), ANCI Lombardia e Università degli Studi di Milano Bicocca.

 

InLav: un progetto per agire e capire

L’obiettivo è di realizzare, sull’intero territorio regionale, un intervento strutturato che tenti di rispondere al problema dello sfruttamento lavorativo, con particolare attenzione alle persone con background migratorio. InLav vuole sperimentare un modello orientato all’emersione del lavoro irregolare e all’inclusione socio-lavorativa dei singoli. In questa direzione individua tre passaggi principali: l’aggancio, la presa in carico e lo sviluppo di percorsi di assistenza, protezione e inclusione all’interno dei contesti lavorativi e sociali.

Nello specifico il progetto si propone di:

  • Strutturare un’azione regionale che sostenga e sviluppi le competenze degli operatori e delle operatrici pubbliche e del terzo settore che lavorano nell’ambito delle politiche sociali o del lavoro.
  • Attivare e sperimentare 12 Punti Unici di Accesso (PUA InLav) a cui le persone vittime o potenziali vittime di sfruttamento lavorativo possano rivolgersi.
  • Garantire una continuità dei processi di lavoro attraverso la definizione di Patti territoriali provinciali per l’emersione del lavoro sommerso e l’inclusione, in raccordo con le politiche regionali. I soggetti principali di questa azione sono le Province e gli Ambiti Territoriali Sociali.

In relazione a quest’ultima azione sono stati realizzati diversi momenti di approfondimento, sia sulle principali problematiche, sia sui possibili obiettivi di lavoro. Questo aspetto è particolarmente rilevante in quanto si sviluppa su una delle principali ipotesi di lavoro di InLav: il tentativo di integrare le politiche sociali (attraverso gli Ambiti Territoriali Sociali) e le politiche del lavoro (Province e Centri per l’Impiego).

In questo contributo vogliamo dar conto delle principali questioni emerse nel corso del progetto, oggi in fase di conclusione, dei principali fattori di vulnerabilità — che costituiscono le leve dello sfruttamento delle persone migranti — e, infine, delle prospettive di sistema che ne sono derivate. I temi di seguito presentati sono emersi, in particolare, nel contesto di laboratori di preparazione dei Patti Territoriali Provinciali, che hanno visto la partecipazione – a geometria variabile – degli operatori InLav, degli enti del Terzo Settore, delle Province, dei Centri per l’Impiego, della Guardia di Finanza, dell’Ispettorato del Lavoro, dei CPIA, degli Ambiti Territoriali Sociali, dei sindacati e dei Nuclei Carabinieri dell’Ispettorato del Lavoro.

 

Le questioni

Dall’analisi dei singoli territori coinvolti[1] emergono alcuni elementi ricorrenti che accomunano — seppur con modalità e intensità diverse — contesti differenti. Li presentiamo di seguito, tenendo presente che non tutti i territori li hanno evidenziati con la stessa rilevanza.

Frammentarietà della Governance

Il fenomeno dello sfruttamento lavorativo è complesso e tocca ambiti differenti: per questo è necessario costruire una governance multiattoriale e multilivello. Questo richiederebbe un livello di organizzazione che difficilmente oggi è rintracciabile sui territori e ciò apre a una serie di problematiche di coordinamento e di integrazione. In particolare, per esempio, la possibilità di connettere le politiche del lavoro con le politiche sociali. Una criticità diffusa, in tale direzione, è stato il coinvolgimento dei servizi sociali dei Comuni e, in alcuni casi, dei Centri per l’Impiego.

Difficoltà di intervenire nella Zona Grigia

In premessa abbiamo evidenziato come non sempre ci troviamo di fronte a fenomeni di sfruttamento lavorativo classico, come per esempio nel caso del caporalato. Questo avviene, ad esempio, nei settori della ristorazione, della cura, della logistica, ecc. Questo, da un lato, fa apparire la questione meno drammatica, ma dall’altro rende anche molto più complesso intervenire e costruire risposte strutturate. Paradossalmente, in alcune situazioni, permette addirittura di instaurare una sorta di relazione di gratitudine dello sfruttato nei riguardi dello sfruttatore. Quest’ultimo, infatti, viene spesso riconosciuto come la persona che consente di recuperare risorse e, in alcuni casi, offre uno spazio dove dormire.

Difficoltà di agire in chiave preventiva

I meccanismi legislativi, come vedremo più avanti, nel caso delle persone con background migratorio rendono purtroppo ancora più difficile realizzare attività di prevenzione e di sensibilizzazione. Sui territori si è discusso molto della possibilità di sviluppare azioni che promuovessero una cultura della legalità, nella convinzione che una migliore comprensione — sia da parte dei datori di lavoro, sia da parte di chi lavora — permetta di contenere il fenomeno. È anche vero che, soprattutto dove erano presenti gli organi di controllo, questa attività è parsa poco efficace: è evidente che in un certo tipo di economia il lavoro irregolare appare — erroneamente — come la formula più vantaggiosa, o comunque quella più immediata.

 

Gli elementi di vulnerabilità

Il percorso ha permesso di mettere in luce i principali fattori di vulnerabilità che, da un lato rendono ancora più difficile la vita delle persone con background migratorio, dall’altro facilitano il loro sfruttamento. Li descriviamo in estrema sintesi.

Documentale

La complessità della regolarizzazione, del rinnovo dei documenti e del decreto flussi portano spesso le persone ad avere situazioni documentali molto fragili, conducendole rapidamente verso una condizione di irregolarità formale. Questo le rende facile preda dello sfruttamento lavorativo, spesso proprio in quella zona grigia di cui abbiamo scritto poco sopra.

Linguistica — Relazionale

La scarsa conoscenza della lingua italiana è una spinta verso l’isolamento. Non si tratta solo di non comprendere quello che viene detto o di non saper leggere i documenti consegnati, ma diventa una vera e propria barriera sociale che acuisce la percezione di solitudine e debolezza. Questo costituisce un fattore di vulnerabilità lavorativa anche perché confina le persone all’interno della propria comunità etnica, dove spesso diventano vittime dei propri connazionali. La mancata padronanza della lingua, inoltre, è strettamente connessa all’assenza della percezione di avere dei diritti. Il quadro dei diritti resta ancorato al Paese di provenienza, dove spesso si mantengono i riferimenti e dove magari le famiglie dello sfruttato e dello sfruttatore si conoscono.

Abitativa

In diversi territori l’hanno definita la Trappola della Casa. È evidente, infatti, che in molti casi l’elemento materiale che crea un legame tra sfruttato e sfruttatore è proprio il fatto che il secondo offre un posto dove vivere al primo. Spesso non parliamo di una casa, e nemmeno di una stanza, ma solo di un giaciglio che viene ampiamente ripagato attraverso l’attività lavorativa. Ne consegue che — se la vittima decide di interrompere il rapporto e/o di rivendicare i propri diritti — si trova non solo senza lavoro, ma anche senza un posto dove dormire.

Economica

Un altro elemento materiale è quello economico, che si intreccia con la storia personale di ciascuno. Sono molte le situazioni in cui le persone devono sottostare alle peggiori condizioni perché gravate da un debito migratorio da restituire, quanto hanno pagato per il viaggio verso l’Italia. Questo le pone spesso nell’impossibilità di dire no. Lo sfruttatore è spesso proprio colui che detiene quel debito. In altri casi, invece, ci sono persone vincolate dalle rimesse: ragazzi e ragazze, uomini e donne, che lavorano nel nostro Paese anche per inviare denaro alla famiglia rimasta in patria. In entrambi i casi, affrancarsi da una relazione di sfruttamento diventa estremamente difficile.

Psicosociale

Non sono poche le persone che nel loro viaggio verso il nostro Paese hanno subito violenze, sevizie e abusi. Tutto questo lascia ferite che difficilmente si rimargineranno nelle condizioni di vita in cui si trovano. Siamo di fronte a traumi post-traumatici che portano a comportamenti disfunzionali e spingono sempre più verso i margini, l’irregolarità e condotte illegali. Alla fine di questo percorso le persone diventano dei fantasmi, pronte per essere sfruttate nei modi peggiori. In altre situazioni è evidente anche, a causa di esperienze passate legate magari ad altri contesti, una forte sfiducia verso le istituzioni, che le espone totalmente alle dinamiche dell’irregolarità e dell’illegalità.

Queste caratteristiche spesso si sommano e si sovrappongono, portando le persone in condizioni di estrema fragilità e vulnerabilità. In questo quadro InLav è riuscito a incidere maggiormente su alcuni aspetti, in particolare quello documentale, linguistico e relazionale. Meno sugli altri, che richiedono tipologie di intervento diverse. In questi casi il tentativo è stato quello di facilitare alcuni passaggi verso altri servizi e costruire un sistema funzionale di referral[2].

 

Uno sguardo al futuro

Lo sfruttamento lavorativo, come abbiamo visto, si genera anche in funzione di una serie di concrete e sovrapposte vulnerabilità — documentali, linguistiche, abitative, economiche, psicosociali — e per questo non può essere contrastato con interventi isolati. Nel percorso di programmazione territoriale, è emersa la necessità di muoversi su dimensioni e priorità differenti.

Piano strategico

È fondamentale che i processi di contrasto trovino un ancoraggio stabile alle sedi istituzionali esistenti (tavoli con la Prefettura, Piani di Zona, tavoli dedicati al lavoro, ecc.). L’obiettivo deve essere quello di superare la separazione tra politiche sociali e politiche del lavoro, che oggi lascia le persone più vulnerabili in una terra di nessuno. Senza un luogo di questo tipo gli interventi sono esposti alla discontinuità e alla fragilità delle relazioni personali.

Piano organizzativo

Questo livello richiede la definizione di protocolli condivisi che identifichino chi fa cosa in ogni fase del percorso — dall’emersione alla tutela, fino all’inserimento lavorativo. Senza riferimenti chiari le reti territoriali rischiano di essere evanescenti e frustranti, sia per gli operatori e le operatrici, sia per le persone che si avvicinano per chiedere supporto.

Piano operativo

Occorre stabilizzare e dare continuità agli interventi, in particolare quelli sulla vulnerabilità documentale, linguistica e relazionale, ma anche individuare soluzioni per le fragilità più materiali — abitativa ed economica — bisogni che, se non affrontati, diventano una barriera invalicabile e impediscono di intaccare la trappola relazionale in cui finisce la vittima e di avviare reale percorsi di inserimento lavorativo.

Piano tecnologico e informativo

Strumenti semplici, multilingue e aggiornabili sono una leva immediata per raggiungere chi oggi non sa dove andare o non si fida di chi potrebbe aiutarlo — e questo vale tanto per i lavoratori quanto per gli operatori dei servizi.

In conclusione, pensiamo sia necessario sottolineare come per affrontare un fenomeno così complesso occorra, da un lato, dare continuità agli interventi e, dall’altro, costruire un sistema integrato — politiche sociali e politiche del lavoro — e multilivello — articolazioni dello Stato, Regione, Province, Ambiti Territoriali Sociali e Comuni — che renda possibile un’azione profonda e realmente trasformativa.

 

 

 


  1. Per maggiori informazioni sugli attori di progetti, i soggetti coinvolti e il processo progettuale si rimanda al sito di InLav.
  2. Nei prossimi mesi usciranno ulteriori riferimenti e una specifica pubblicazione che approfondirà il progetto e i suoi risultati.