Premessa

Regione Lombardia con la DGR XII/5092 del 6 ottobre 2025 approva il Piano Regionale per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà 2024-2026, in continuità con il Piano Nazionale di Contrasto alla Povertà, già analizzato in un precedente articolo.
Lo strumento pensiamo che sia particolarmente rilevante, in quanto rappresenta il principale dispositivo programmatorio funzionale all’utilizzo del Fondo Povertà, nonché alla ricostruzione complessiva delle misure e degli interventi di contrasto alla povertà.

Il presente contributo vuole offrire una serie di riflessioni che possano essere utili ai decisori e agli operatori degli Ambiti territoriali, tanto in relazione alla programmazione locale, quanto alle principali aree di sviluppo nell’implementazione della misura dell’Assegno di Inclusione (ADI).

Il Piano fotografa il passaggio dal Reddito di Cittadinanza all’Assegno di Inclusione. I dati mostrano chiaramente una sostanziale diminuzione dei beneficiari (-65%). Questo dato sappiamo essere la principale ricaduta del passaggio da una misura universalistica a una misura categoriale: l’ADI, infatti, rivolgendosi al target specifico composto da nuclei con componenti con disabilità, minorenni, over 60 o persone in condizioni di svantaggio certificate, esclude una parte significativa di persone che precedentemente beneficiavano invece del RdC.

 

I principali temi enucleati nel Piano

Il Piano Regionale tratteggia le principali questioni che attengono all’implementazione dell’ADI e alla programmazione e utilizzo del Fondo Povertà, che qui si richiamano sinteticamente.

Il passaggio da RdC ad ADI: un cambio di paradigma

È documentato con chiarezza l’impatto della transizione dal Reddito di Cittadinanza all’ADI. I dati sono eloquenti: in Lombardia i beneficiari ADI nel 2024 sono stati 48.743 nuclei, contro i circa 159.000 nuclei del picco RdC nel 2023. Si tratta di una riduzione di circa il 65% della platea, come riconosciuto esplicitamente nel documento.

Le caratteristiche dei beneficiari della misura in Lombardia sono le seguenti:

  • Nuclei mediamente più piccoli rispetto alla media nazionale (22% con 3+ componenti vs 37,8%);
  • Maggiore incidenza di componenti stranieri (19% vs 9,6% nazionale);
  • Prevalenza di anziani over 60 (31% vs 24,86% nazionale);
  • Importo medio mensile inferiore alla media nazionale (€585,8 vs €621,8).

È dunque evidente come il passaggio all’ADI rappresenti un arretramento rispetto all’approccio del RdC, che seppur con condizionalità e vincoli, era maggiormente orientato all’universalismo.

Le risorse disponibili

Il Fondo Povertà per la Lombardia ammonta a €147.164.713 nel triennio, in calo rispetto ai €194.283.058 del triennio precedente. La Quota Servizi è di € 53,1 milioni nel 2024, €50 milioni nel 2025 e €44 milioni nel 2026. La Quota Povertà Estrema è di €4.840.600 annui, di cui €3.340.000 destinati al Comune di Milano.

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I LEPS e gli obiettivi

Il Piano individua i principali obiettivi che dovranno dar corpo alla strategia regionale. È naturale che questi tengano in seria considerazione anche il sistema dei LEPS.

In primis troviamo la necessità di ampliare la platea che accede all’ADI, aspetto che – anche in considerazione dei dati presentati poco sopra – appare determinante per sviluppare una strategia efficace. Questo deriva primariamente da aspetti di semplificazione – laddove possibile – e di accompagnamento alla presentazione delle domande, ma anche da azioni di coinvolgimento e di rafforzamento delle collaborazioni con i servizi specialistici di area socio-sanitaria (consultori, CPS, SERD, UONPIA) per favorire l’accesso dei cittadini che si trovano in condizioni di svantaggio certificate, come da normativa.

Un secondo accento viene dato al tema dello sviluppo del Pronto Intervento Sociale, servizio riconosciuto come LEPS, ma che non tutti gli Ambiti Territoriali hanno ancora sviluppato in questi anni. Questo aspetto richiede una riflessione specifica, soprattutto se pensiamo agli ambiti territoriali sociali medio-piccoli.

Si rileva, infine, la necessità di rafforzare la collaborazione interistituzionale, sviluppando accordi territoriali e sostenendo l’attivazione di équipe multidisciplinari, dispositivo che effettivamente si sta dimostrando particolarmente rilevante rispetto al passato e che in molti territori sta producendo risultati interessanti e promette un effettivo salto metodologico nella progettazione e accompagnamento dei progetti di inclusione sociale. Nelle indicazioni regionali, tuttavia, non emergono né meccanismi vincolanti, né standard di riferimento e quest’assenza, anche pensando al passato, potrebbe essere un elemento di debolezza e di criticità nell’implementazione.

L’ultimo obiettivo rilevante riguarda la necessità di costruire una strategia per l’accoglienza delle persone senza dimora. Tema che sta diventando sempre più rilevante anche nei Comuni di piccola e media dimensione; infatti negli ultimi anni si osserva come le persone senza dimora non siano più presenti solo nei grandi centri, ma siano diffuse anche nei diversi territori e questo evidenzia la necessità di interventi e politiche diffuse e non più concentrate solo nei grandi centri urbani[1].

 

I nodi e le aree da rafforzare

Nel mese di luglio, nel quadro dello speciale di LombardiaSociale dedicato al Piano Nazionale Interventi e Servizi Sociali 2024-26, è stato pubblicato un articolo che a partire dall’analisi del Piano di contrasto alla povertà definito a livello nazionale, evidenziava le principali criticità in relazione alle specificità lombarde, indicando alcune aree di sviluppo prioritarie. Vengono qui ripresi alcuni degli elementi richiamati, per enucleare i contenuti sviluppati dal Piano lombardo.

Assenza di una regia regionale

Come noto, la Lombardia non ha mai investito realmente sulla costruzione della Rete regionale per la protezione e l’inclusione sociale prevista dal D.Lgs. 147/2017, e le analisi condotte fino a qui hanno sempre evidenziato un “limitato accompagnamento nella costruzione di un sistema di intervento strutturato”[2].

Nel Piano Povertà viene presentato il sistema di governance, dove tuttavia non si prevedono strumenti vincolanti di coordinamento regionale; coerentemente con le caratteristiche della misura, il ruolo regionale si configura più come quella di un facilitatore anziché del regista. Tuttavia, vi sono diversi processi nei quali la Regione potrebbe efficacemente giocare un ruolo di maggior rilievo, ad esempio supportando maggiormente, proprio a partire da un quadro di governance regionale, le relazioni e le collaborazioni interistituzionali nella presa in carico dei beneficiari ADI. I dati riportati nel Piano sembrano infatti mostrare una sostanziale difficoltà di raccordo tra i Servizi Sociale e gli altri servizi: infatti, solo 30 Ambiti hanno sviluppato accordi con i Servizi specialistici ASST e 31 con i CPI.

Sottoutilizzo delle certificazioni di svantaggio

Le certificazioni di svantaggio per l’accesso ADI risultano ancora sottoutilizzate, anche a causa di problematiche tecniche e della scarsa conoscenza del funzionamento della misura da parte dei servizi specialistici, o del loro scarso ingaggio nella stessa. In questa direzione le linee di sviluppo richiamano a un “rafforzamento delle collaborazioni con gli enti deputati all’emissione delle certificazioni”[3] citando anche le Linee di indirizzo del DM 104/2024, ma non identificano nessun dispositivo che preveda campagne informative e di sensibilizzazione, tanto meno circolari operative specifiche. Si rileva come invece questo potrebbe essere un ambito di sviluppo anche per la Regione stessa, che potrebbe facilitare l’ingaggio dei servizi specialistici in area socio-sanitaria, favorendo e accompagnando processi di diffusione e formazione o tramite protocolli definiti a livello regionale.

Pronto Intervento Sociale disomogeneo

Il documento riconosce come il Pronto Intervento sociale risulti ancora in via di sviluppo in diverse aree territoriali, come evidenziato in diversi contributi, e i modelli disponibili appaiano ancora molto diversificati. In questa direzione sono descritte delle buone prassi (es. Ambito Garbagnate), ma non si arriva a identificare o proporre un modello regionale. Anche in questo caso è tutto delegato ai territori senza nessuna volontà di ipotizzare delle indicazioni regionali che possano spingere verso un’omogeneità, mentre potrebbe essere utile facilitare ulteriormente uno scambio tra i territori in merito ai modelli e alle prassi sviluppate.

Sostenibilità post-PNRR

Risulta evidente come la chiusura del PNRR, anche in questo settore, apra delle domande in relazione alla continuità dei servizi e delle attività. Per esempio appare fondamentale – e sappiamo che sono molti gli Ambiti seriamente impegnati proprio in questa operazione – capire come portare avanti i sistemi di Housing sociale oppure le Stazioni di Posta, servizi attivati grazie alla Missione 5 “Inclusione e coesione”, componente 2 “Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore”, sottocomponente 1 “Servizi sociali, disabilità e marginalità sociale”, Investimento 1.3.

Il rischio – ormai possiamo dirlo – è quello di uno smantellamento di pezzi di sistema duramente costruito in questi anni. Le strategie che vengono tratteggiate risultano troppo generiche e probabilmente difficilmente risolutive.

 

Indicazioni di sviluppo per gli Ambiti territoriali

In una visione che nasce da alcuni approfondimenti territoriali, dal Piano Nazionale e da quello Regionale, dal nostro punto di vista, emergono alcune indicazioni per l’implementazione della misura e la programmazione delle misure di contrasto alla povertà, che proviamo a presentare.

Migliorare l’intercettazione dei potenziali beneficiari

Un aspetto fondamentale sul quale lavorare è l’attivazione di strategie di intercettazione riconducibili ad attività di outreach in particolare riguardo ad anziani soli, persone senza dimora e persone con background migratorio.

Elemento centrale, in tale direzione, è costruire reti con il Terzo Settore che prevedano, da un lato, l’informazione e l’orientamento e dall’altro la valorizzazione di sportelli sociali, social market ed empori solidali.

Parallelamente, come sottolineato in diversi punti di questo contributo, è essenziale la definizione di accordi con i servizi socio-sanitari, in modo da permettere una maggior diffusione delle certificazioni di svantaggio, così da superare le criticità di questi anni.

Consolidare le équipe multidisciplinari

La sfida evidente di questi anni è la definizione di protocolli operativi che permettano, nel rispetto delle specifiche competenze, di sviluppare un approccio integrato colmando il gap che si è rilevato. Sono necessari accordi formalizzati, con le ASST in primis, che permettano al sistema di funzionare realmente in maniera integrata e al tempo stesso di stabilizzare le presenze all’interno dei diversi dispositivi territoriali. In quest’ottica, inoltre, è utile identificare e attivare la figura del case manager, in modo da costruire percorsi ordinati e funzionali agli obiettivi.

Diversificare l’utilizzo della Quota Servizi

In questa fase pensiamo che sia centrale diversificare la spesa e provare a uscire dall’investimento sul rafforzamento del servizio sociale e del segretariato sociale – che in taluni casi rischia di coprire dei vuoti di sistema – per provare a intervenire maggiormente sull’area dei sostegni all’inclusione: in particolare l’aumento dei tirocini di inclusione sociale (rappresentano solo il 16% dei servizi attivati), il potenziamento dell’educativa territoriale come attività di accompagnamento dei processi reali e del sostegno domiciliare, che sappiamo essere determinante in alcune situazioni. Un altro aspetto rilevante, considerando che il 19% dei percettori dell’ADI ha un background migratorio, riguarda la mediazione socio-culturale.

Sviluppare il Pronto Intervento Sociale

Il Pronto Intervento Sociale, oltre ad essere configurato come LEPS, è un servizio di cui i Comuni stanno sentendo la necessità, questo apre all’urgenza di codificare un modello di intervento, che possa essere adeguato anche agli Ambiti medio-piccoli. Appare centrale costruire specifiche reti di contatto e di relazione con le Forze dell’Ordine e il Pronto Soccorso, in modo da avere un sistema di intercettazione tempestivo. In questa tipologia di servizio sta emergendo la necessità di garantire una reperibilità h24 anche con centrali operative sovra-ambito.

Programmare la sostenibilità post-PNRR

Come detto la sostenibilità post-PNRR (Housing First, Stazioni di Posta, Centri Servizi) diventa centrale per il mantenimento dei servizi e del sistema che si è costruito. Per fare questo appare fondamentale, dopo aver mappato i servizi e i loro costi di gestione, identificare le linee di finanziamento alternative (PN Inclusione, Quota Servizi, risorse comunali). In questa direzione pensiamo che possa essere di sostegno la costruzione di reti sovra-ambito che garantiscano i servizi a bassa soglia, che a livello di singolo ambito non sarebbero sostenibili.

Integrare politiche abitative e sociali

L’integrazione tra politiche abitative e politiche sociali è un tema centrale nel contrasto alla povertà, in questa direzione appare centrale rafforzare le Agenzie per l’Abitare, in modo che possano supporto le cittadine e i cittadini nella ricerca di alloggi. Ampliare la filiera dell’abitare attraverso il recupero degli alloggi sfitti dell’ERP e l’implementazione di percorsi di Housing Led per nuclei fragili, con accompagnamento integrato.

 

Conclusioni

Il Piano Regionale Povertà 2024-2026 presentato risulta in continuità con il precedente e in linea con le indicazioni nazionali. È sicuramente un documento di ampio respiro che permette di sviluppare delle programmazioni interessanti e articolate. Rimangono comunque alcune criticità di sistema che, a nostro avviso, rischiano di inficiarne lo sviluppo[4].

Il primo aspetto riguarda la debolezza della governance, infatti – ancora una volta – non si rileva una forte regia regionale e tanto meno strumenti e/o standard che possono integrare servizi sociali, socio-sanitari e del lavoro. Il calo del Fondo Povertà, pari a circa il 24% nel triennio, porta a dover individuare delle priorità e a prendere delle decisioni su quali dovranno essere le aree di investimento – e quindi anche quelle di disinvestimento – dei prossimi anni. Nel Piano non appaiono particolari indicazioni e questo, da un lato, lascia liberi gli Ambiti, dall’altro, invece rischia un effetto dispersione delle risorse e diffusione a macchia di leopardo dei servizi. La frammentazione territoriale degli Ambiti lombardi in assenza di una governance forte, di protocolli e di standard definiti rischia di ampliare le differenze tra i diversi territori. In questa direzione appare fondamentale, almeno, provare a integrarne l’azione individuando dei modelli di lavoro che possano facilitare uno scambio di pratiche. Per gli operatori e i decisori degli Ambiti, la sfida è duplice: da un lato, attuare efficacemente le indicazioni del Piano con risorse decrescenti; dall’altro, sollecitare la Regione ad assumere un ruolo di coordinamento più incisivo, costruendo dal basso le reti e gli accordi che la programmazione regionale non garantisce.

 


  1. Anche se sappiamo che non tutti gli ambiti godono delle risorse specifiche. Nello specifico documento gli ATS beneficiari sono: Sesto San Giovanni, Lodi, Cinisello Balsamo, Garbagnate Milanese, Rho, Alto Milanese, Varese, Busto Arsizio, Gallarate, Como, Sondrio, Lecco, Carate Brianza, Seregno, Monza,Bergamo, Brescia – 1, Mantova, Cremona, Pavia, Lomellina.
  2. https://lombardiasociale.it/2025/07/09/piano-poverta-possibili-prospettive-lombarde/
  3. PIANO REGIONALE PER GLI INTERVENTI E SERVIZI SOCIALI DI CONTRASTO ALLA POVERTÀ 2024-2026, p.39
  4. N. Basile, G. Piermaria, “Una trama senza ordito: il sistema lombardo di contrasto alla povertà.”, In C. Gori, C. Guidetti, V. Ghetti, F. Pozzoli, In cerca di un nuovo modello. Lo stato del welfare in Lombardia (https://lombardiasociale.it/ls-in-cerca-di-un-nuovo-modello/)