La ricerca

Fondazione Cariplo ha recentemente presentato il quaderno L’impatto del Covid-19 sugli enti del terzo settore. Prime stime sui dati delle candidature al Bando LETS GO! che raccoglie gli esiti della ricerca realizzata utilizzando  i dati raccolti nel mese di giugno del 2020 attraverso le candidature al bando Lets Go.

La ricerca è nata con l’obiettivo di produrre una stima degli effetti della prima ondata e del lockdown sugli enti del TS ed è stata realizzata in collaborazione con l’Istat, collaborazione che ha consentito di utilizzare i dati degli enti candidati al bando per stimare l’impatto della pandemia sul complesso degli enti del terzo settore lombardi, grazie all’utilizzo di fattori di ponderazione che ne hanno limitato gli effetti distorsivi.

La ricerca, in relazione agli ambiti di intervento degli enti ammessi al Bando[1], riguarda 33.255 enti e oltre 200.000 lavoratori, attivi nel territorio di competenza della Fondazione (Lombardia e Province di Novara e Verbano-Cusio Ossola) su un totale di enti no profit rilevati dall’Istat pari a 57mila in Lombardia e 30mila in Piemonte.

Sebbene la ricerca riguardi per la grande maggioranza associazioni (9 su 10), dal punto di vista dell’analisi che riguarda i lavoratori e le relative politiche di gestione del personale, gli enti considerati risultano essere  per lo più cooperative sociali, e i numeri più significativi in termini di dipendenti riguardano nello specifico le cooperative che operano nel settore sociale.

Una ricerca dunque che fornisce dati relativi solamente alla prima fase pandemica, e quindi al primo semestre 2020, e che fornisce un quadro di forte peggioramento della situazione economica degli enti del terzo settore, che si trovavano invece, almeno fino al 2019, in una fase di forte espansione. Durante la presentazione del Quaderno il Prof. Blangiardo ha infatti ricordato come, tra il 2011 e il 2018, mentre le imprese si riducevano, gli enti Non Profit sono aumentati del 17% a livello nazionale. Mentre in Lombardia la crescita è stata ancora più sostenuta (20,4%) e ha portato alla presenza di 57.710 enti no profit a cui afferiscono circa 200.000 dipendenti.

 

Come sta il terzo settore lombardo?

Il terzo settore lombardo non sta bene. Questa è certamente la principale conclusione che si trae dai dati della Fondazione, ma proviamo a riassumere qui i principali esiti della ricerca, di cui si può trovare una presentazione esaustiva nel quaderno.

Una perdita stimata complessiva da 375 milioni euro

Nel trimestre marzo-maggio 2020 (maggiormente colpito dal lockdown) si è registrata una differenza media tra ricavi e costi di 29mila euro.  Se già nel 2019 la differenza era mediamente negativa (-18mila euro), con il 2020 la differenza si è acutizzata, portando a stimare una perdita stimata complessiva per l’intero settore pari a 375 milioni di euro.

Il fatturato si riduce: si stimano 3,3 miliardi in meno

La crescita dei proventi annui registrata nel triennio 2017-2019 aveva portato a stimare, in continuità con il medesimo trend, un valore medio di 400 mila euro per il 2020. La previsione per il 2020, dati del primo semestre alla mano, fa invece prevedere un fatturato medio di 301 mila euro, con un peggioramento di 98mila euro rispetto alle attese pre-crisi. Un peggioramento del 28%, che se rapportato all’intero settore è pari a 3,3 miliardi di fatturato in meno, rispetto a quanto si poteva prevedere per il 2020, e 2,2 miliardi in meno rispetto al triennio precedente.

Anche dal punto di vista delle previsioni in merito ai risultati della fine dell’anno, i dati dipingono uno scenario fosco: se nel triennio 2017-2019 gli enti in perdita erano meno di un terzo del totale, le previsioni per il 2020 è che lo siano più dei due terzi del totale. In particolare, il risultato netto di esercizio era in media positivo nel triennio 2017-2019 (pari a circa 5.000 euro), mentre per il 2020 si prevede una perdita media per organizzazione di circa 30mila euro; in valore assoluto, per l’intero settore, la perdita complessiva è stimabile in circa 1 miliardo di euro.

E i lavoratori? Sempre più a rischio

Dal punto di vista dei lavoratori, che, come detto, sono 200.000 negli ETS analizzati, la ricerca fa emergere che circa un quinto degli enti ha fatto ricorso alla cassa integrazione, enti che coinvolgono nel complesso 168mila dipendenti.
Inoltre, a giugno 2020 il 38% delle organizzazioni non aveva ripreso del tutto o in parte le proprie attività, con un coinvolgimento di circa 83mila dipendenti.
Quasi un terzo degli enti del terzo settore ha fatto richiesta di una o più misure di sostegno.

Quali reazioni?

Gli enti non sembrano essere rimasti immobili. Oltre 14mila enti, a fronte della pandemia e della crisi da questa innescata hanno modificato la propria attività per evitare la sospensione durante la fase di lockdown, con varie strategie tra cui, oltre alla cassa integrazione e alla richiesta di misure di sostegno, anche stretegie attive, quali la riconversione dei servizi e della produzione, l’attuazione di nuovi investimenti, la trasformazione digitale.

In conclusione, la ricerca ha presentato il primo quadro di lettura dei dati economici relativi alla crisi da pandemia, a cui probabilmente ne seguiranno molti nei prossimi mesi, anche a seguito dell’analisi di dati esaustivi relativi a tutto il 2020.
Dati preoccupanti da ogni punto di vista: certamente in relazione alla perdita economica e al rischio di fallimento di tanti enti, e ai relativi rischi che corrono, o che hanno già subito, i rispettivi lavoratori; ma in una visione più complessiva anche e soprattutto riguardo al rischio di una gravissima crisi diffusa di un settore su cui in Lombardia si poggia, secondo il principio di sussidiarietà, il funzionamento di tutte le politiche di welfare sociale.
Ad oggi è impossibile calcolare o stimare quanti servizi si trovino a rischio di chiusura o interruzione delle attività e quante persone potrebbero trovarsi prive dei propri servizi e operatori.

Se perdiamo il terzo settore lombardo, quale futuro per il nostro welfare?

 

 


[1] La ricerca fa riferimento agli enti attivi in Lombardia e nelle province di Novara e Verbano-Cusio-Ossola che operano nei seguenti settori della classificazione settoriale ICNPO: a) Ambiente, Servizi di tutela e promozione dei diritti, b) Cultura e ricreazione, c) Sanità, d) Servizi di assistenza sociale, e) Sviluppo economico e coesione sociale, f) Istruzione, g) Cooperazione e solidarietà internazionale.