Negli ultimi anni, l’impegno della Regione nel sostegno alla famiglia si è esplicato su più fronti attraverso un insieme di provvedimenti che hanno introdotto l’erogazione di contributi economici da parte dei servizi consultoriali a sostegno della maternità fragile, della natalità e della genitorialità (denominati Fondo Nasko, Fondo Cresco e Sostengo). Tali strumenti si pongono al confine con le misure di contrasto alla povertà e di integrazione al reddito, in risposta ai bisogni di famiglie che si trovano in condizioni di particolare fragilità e vulnerabilità socio-economica.
Nonostante la Regione dal 2015 abbia stabilizzato queste misure, ad oggi manca una valutazione a tutto tondo dei Fondi erogati in fase di sperimentazione, che consenta di superare il clima di incertezza, di dare valore alle misure e al lavoro condotto in questi anni, di individuare meccanismi, attenzioni e dispositivi operativi e organizzativi che ne migliorino l’efficacia, programmando riorganizzazioni e trasformazioni maggiormente condivise e sostenibili.
Sino al dicembre 2014 le valutazioni regionali sugli esiti di queste sperimentazioni si sono limitate a descrivere sinteticamente le caratteristiche del target, la soglia di reddito e il numero dei beneficiari. Nel corso del 2015 sono state introdotte azioni di monitoraggio più specifiche, volte a rilevare il corretto utilizzo del contributo da parte dei beneficiari, la tipologia dei supporti attivati in relazione a bisogni abitativi e/o lavorativi, che però non entrano nel merito degli esiti di tipo “qualitativo” e di “contenuto” delle progettualità. Per poter valutare la reale efficacia delle azioni e degli interventi specifici che si sono realizzati sarebbe utile sondare una serie di altri elementi, quali l’approccio dell’utenza con il servizio, i bisogni rilevati e i cambiamenti ottenuti attraverso i supporti offerti, le metodologie di intervento adottate, l’effettivo livello di integrazione socio-sanitaria raggiunto nei consultori, il raccordo attuato con la rete dei servizi, le difficoltà incontrate dagli operatori, ecc., in relazione agli obiettivi e alle finalità indicati dalle DDGR regionali.
In relazione a queste difficoltà valutative e all’assenza di elementi informativi completi e dettagliati sulle misure, si propongono qui alcune considerazioni che nascono dall’esperienza e dall’osservazione diretta degli interventi in diversi consultori lombardi.
Le principali criticità riscontrate nei tre Fondi
Guardando alle tre misure, da una prima analisi del gruppo di lavoro A partire da queste criticità il gruppo di lavoro ha sviluppato un approfondimento specifico per le due misure che maggiormente hanno investito le funzioni degli assistenti sociali nei servizi: Nasko e Sostengo[3]. Avviato nell’ottobre 2010, Il Fondo Nasko è rivolto alle donne che versano in condizioni di disagio economico e che rinunciano ad interrompere volontariamente la gravidanza, a fronte di un contributo economico destinato all’acquisto di beni e servizi per la madre e per il bambino[4]. Osservando le esperienze e la casistica, sarebbe pertanto auspicabile: Il Fondo Sostengo (genitori separati) è lo strumento attraverso cui Regione Lombardia potenzia gli interventi di sostegno ai genitori in fase di separazione o legalmente separati o divorziati e con figli minori con l’intento di tutelare il diritto del minore ad una crescita armonica e serena e di accompagnare i genitori nella ridefinizione del loro ruolo genitoriale, nella delicata fase di riorganizzazione e di ricostruzione e di un nuovo equilibrio familiare[5]. Non sono disponibili dati quantitativi a supporto di questa categorizzazione ma dal confronto del gruppo, composto da operatori provenienti da diverse realtà territoriali, è emerso con forza come appartengano all’ultima categoria un numero esiguo di situazioni mentre, più di frequente, ci si ritrovi nelle prime tre. Ciò significa che spesso i reali bisogni della persona non coincidono con quanto può essere offerto dal servizio consultoriale attraverso questo strumento. Con l’introduzione di queste misure, sta avvenendo il passaggio da un consultorio che sostiene la famiglia tout court, verso interventi che riguardano una fascia di popolazione specifica caratterizzata da fragilità e vulnerabilità economica, lasciando alle spalle quell’ottica di prevenzione del disagio sociale imperniata sugli interventi di comunità, oltre che di promozione e di sostegno alle “normali” funzioni familiari. I consultori, di fatto, sono divenuti lo strumento funzionale di un modello di welfare che sta producendo molteplici effetti, con profonde ripercussioni sull’identità e sulle funzioni attribuite agli stessi dalla normativa che li ha istituiti. Componenti del gruppo Consultori Familiari costituito presso l’Ordine regionale degli Assistenti Sociali della Lombardia: Paola Basso, Maria Cristina Bettanello, Marina Dei Cas, Marta Castelli, Annamaria Confalonieri, Maria Beatrice La Monica, Barbara Maffongell, Emma Orsi, Chiara Sanna, Annmaria Repossi, Sabrina Sandonato, Zaltieri Manuela Zaltieri [1] Nel 2014 il Gruppo di lavoro sui Consultori Familiari, costituito presso il CROAS Lombardo, ha realizzato 2 edizioni del laboratorio “L’assistente sociale nel consultorio familiare in un welfare che cambia”, condotto da A.Casartelli e C. Guidetti dell’IRS, a cui hanno partecipato circa 45 assistenti sociali provenienti da CF pubblici e privati distribuiti sul territorio regionale. Dalle riflessioni emerse in quel contesto è nata l’esigenza di approfondire e sistematizzare i materiali prodotti che ha portato alla redazione del documento “L’assistente sociale nei consultori familiari e gli effetti delle trasformazioni in atto.”
Il fondo Nasko
Nasko è la misura che maggiormente ha sollevato una serie di interrogativi tra gli assistenti sociali e chiamato in campo questioni che toccano anche aspetti di natura etica.
Dall’esperienza diretta di attivazione di questi interventi e dalla generale esperienza di lavoro consultoriale, nella maggioranza dei casi si riscontra infatti come all’origine della scelta di IVG, se svincolata dal contributo Nasko, difficilmente venga dichiarata la difficoltà economica. Le principali motivazioni espresse sono l’incertezza, l’ambivalenza per il dubbio di non “fare la cosa giusta” o il sentirsi impreparate, il disorientamento, i dilemmi spesso laceranti, uno stato d’animo conflittuale, un senso di inadeguatezza al ruolo materno/genitoriale, accompagnati dalla preoccupazione per la vita futura.
Quando invece la donna arriva con l’obiettivo “non dichiarato” di ricevere il Fondo Nasko, viene meno il senso del colloquio di IVG connesso alla finalità originaria di prevenire o ridurre il ricorso all’IVG perché la decisione a favore della prosecuzione della gravidanza di fatto è già presa. In tal caso infatti, la riflessione della donna non appare tanto centrata sulla scelta in sè, quanto sulle necessità contingenti correlate alla condizione di precarietà economica.
Da tali considerazioni risulta l’evidente criticità di aver introdotto l’erogazione di un contributo vincolato alla rinuncia all’IVG, in base ad una precisa scelta politica assunta da Regione Lombardia, mentre l’esperienza dimostra che la misura economica potrebbe essere un valido strumento di sostegno alle maternità fragili tout-court.
Il Fondo Nasko infatti, se diversamente finalizzato, potrebbe favorire la presa in carico a lungo termine di situazioni di fragilità che altrimenti non arriverebbero al consultorio.
L’attuale impostazione normativa, inoltre, contrasta con il principio di equità, perché condiziona sia la donna, nel momento in cui si rivolge al servizio, sia l’intervento dell’operatore, il quale può fornire supporti concreti solo nella misura in cui la donna dichiara di essere fortemente “orientata all’IVG”.
Ciò comporta il rischio di favorire una strumentalizzazione della domanda di IVG falsata, sin dall’origine, dalla possibilità di ricevere il contributo; distorcere la lettura e il significato della domanda stessa di IVG; ostacolare il processo di autoriflessività rispetto alle implicazioni sottese alla decisione.
Sotto il profilo etico l’A.S., per rispettare il proprio mandato, dovrebbe poter offrire aiuto, anche economico, senza doversi allineare rigidamente a categorie pre-definite di tipologia di domanda o scelta.
Il Fondo Sostengo
Nell’esperienza di erogazione di SOSTENGO possiamo dire che le persone che accedono al Consultorio per presentare la domanda si possono suddividere in quattro categorie:
Come abbiamo visto, anche l’applicazione di questa misura presenta molte sfaccettature che rivelano una certa distanza tra quanto auspicato dal legislatore e le effettive esigenze portate dai beneficiari, spesso poco o per nulla correlate alla gestione della separazione/divorzio intesi in senso stretto.
Sulla scorta dell’esperienza condotta sino ad oggi, il consultorio rappresenta una risorsa in un numero limitato di casi, in quanto la domanda scaturisce essenzialmente da bisogni di natura economica che il servizio non può soddisfare. Nonostante il contributo favorisca l’accesso di genitori separati /divorziati, questo non assicura necessariamente una presa in carico congruente con le finalità della misura stabilite dalla Regione, i cui esiti aprono molti interrogativi sull’opportunità che sia il consultorio ad accogliere e a gestire in primis tali situazioni di disagio.
In teoria le problematiche toccano direttamente le competenze del servizio, ma nella pratica emerge quanto, in molti casi, il medesimo venga chiamato in causa in modo improprio. All’ A.S. viene, infatti, assegnato il compito di gestire e risolvere problemi contingenti, senza avere i mezzi a disposizione, stante la mancanza di risorse a cui attingere. La legislazione richiama collaborazioni attive con enti, politiche sulla casa e sul lavoro presenti sul territorio che sono però di fatto al momento assolutamente carenti.
Sarebbe invece più consono che queste situazioni venissero accolte dal Servizio Sociale del Comune il quale governa direttamente interventi di questa natura. L’AS del Comune, una volta attivate le risorse possibili sul versante socio-assistenziale in base alle diverse forme di sussidio disponibili, qualora ravvisasse la possibilità di promuovere l’intervento consultoriale o l’accesso ai fondi, potrebbe fare invii mirati accompagnando l’utente , nel rispetto dei suoi tempi e delle sue motivazioni.
Questo processo avrebbe il vantaggio di sfruttare pienamente le potenzialità del servizio e dei fondi preparando il terreno ad un lavoro emotivamente impegnativo ma che per essere efficace richiede una motivazione chiara ed un certa consapevolezza dei disagi presenti da parte dell’interessato. In tal caso i percorsi avrebbero una maggiore linearità e rispondenza ai bisogni reali, così come si eviterebbero i rischi di forzature e dispersione di tempo e di energie, sia per l’utente che per l’operatore.Considerazioni conclusive: quali cambiamenti per i consultori?
La scelta della Regione di introdurre la leva economica come chiave di accesso ai consultori ha creato un senso di destabilizzazione ed un clima di disorientamento negli assistenti sociali, da subito individuati, all’interno del servizio, come gli operatori più “competenti” per questo tipo di presa in carico.
Certamente questa nuova tipologia di domanda comporta un mutamento di prospettiva consistente, poiché sollecita una diversa modalità di approccio ad un target di utenza molto differente rispetto al passato, ora costituito dalle fasce di popolazione più deboli e svantaggiate, portatrici di bisogni materiali e concreti. Ma i C.F. hanno un’esperienza, una cultura ed una competenza che si sono costruite in 40 anni di storia che non possono essere modificate solo dall’alto con un’operazione “topdown” attraverso la semplice deliberazione di nuovi compiti e funzioni.
Gli assistenti sociali lamentano, infatti, la mancanza di una visione prospettica più ampia riguardante il processo di riforma regionale in atto, che consenta loro di alzare lo sguardo dall’operatività quotidiana e di comprendere le direttrici strategiche dei nuovi scenari di welfare entro i quali si posizionano tali cambiamenti.
La sensazione diffusa è che si cerchi di cambiare il modello di welfare attraverso attraverso l’introduzione di misure ma senza fornire chiarimenti rispetto alla cornice in cui la Regione intende collocare i nuovi servizi.
[2] Tale meccanismo è stato ora superato per le misure rivolte ai genitori separati, in seguito all’introduzione dell’Avviso pubblico, con una logica di maggiore salvaguardia del principio di equità.
[3] Da tale analisi è stato escluso il Fondo CRESCO, a causa del ruolo marginale svolto dall’A.S. nella sua erogazione: trattandosi di una misura che prevede un monitoraggio della crescita e del benessere del bambino soprattutto dal punto di vista alimentare, la situazione è seguita in genere dal personale sanitario del CF (ostetrica- infermiera).
[4] La misura prevede l’attivazione di progetti personalizzati di aiuto concordati con la beneficiaria e consiste nell’offerta di una somma massima di € 3.000, suddivisi tra i sei mesi antecedenti il parto ed i 12 mesi successivi alla nascita del bambino. La titolarità dei progetti è affidata ai Consultori pubblici e privati accreditati o ai CAV, in collaborazione con la rete dei servizi.
[5] Il beneficio economico ammonta ad € 2.400 per ogni progetto personalizzato di aiuto, pari ad € 400 mensili, erogati in un arco temporale di 6 mesi. Tali interventi si traducono in azioni finalizzate a costruire specifici progetti individuali con i beneficiari del contributo, in relazione alle specifiche esigenze e difficoltà rilevate. Le domande possono presentate in arco temporale definito a seguito di pubblicazione di un avviso pubblico da parte delle singole ASL.