La necessità di una misura nazionale contro la povertà*

Come spesso ricordato, in Europa solo noi, insieme alla Grecia, siamo privi di una misura nazionale contro la povertà assoluta, cioè la condizione sperimentata da chi non raggiunge uno standard di vita giudicato dall’Istat “minimamente accettabile”. Le denominazioni di questa misura variano, la più nota è Reddito Minimo mentre l’Esecutivo parla di Sostegno per l’Inclusione Attiva (Sia), ma la sostanza è la stessa: un contributo economico accompagnato dall’erogazione di servizi, sociali, educativi, per l’impiego, utili ad acquisire nuove competenze e/o ad organizzare diversamente la propria esistenza.

Il Reddito Minimo dovrebbe essere attivato grazie ad un Piano Nazionale che introduca progressivamente – in tre o quattro anni – il diritto di ogni persona in povertà assoluta a riceverlo, iniziando da alcuni ed allargando via via l’utenza, fino a raggiungere tutta la popolazione interessata. Cominciando da uno stanziamento iniziale si procederebbe, quindi, ad un incremento graduale di risorse (a regime ci vogliono intorno ai 6 miliardi, quasi lo 0,4% del Pil); gli studi stimano che quelle necessarie a partire adeguatamente siano 900 milioni per il primo anno, cifra sicuramente abbordabile se lo si vuole.

Notoriamente, la politica non si è mai appassionata alla povertà assoluta ma, nei mesi scorsi, sembrava che la sua impetuosa diffusione – tocca oggi l’8% delle persone (pari a 4,8 milioni) – ne avesse accresciuto la consapevolezza. Lo si registrava sia nel Governo, dove il  Ministro del Welfare Giovannini aveva preso posizione a favore del Reddito Minimo, sia tra i partiti.

Le novità della Legge di Stabilità

Nella Legge di Stabilità presentata dall’Esecutivo, però, non vi era traccia del Piano: le aspettative, pertanto, si erano spostate sulla discussione parlamentare. Il maxi-emendamento governativo approvato la scorsa settimana al Senato contiene effettivamente una novità, cioè l’incremento di 40 milioni annui delle risorse destinate alla sperimentazione della Carta d’Inclusione Sociale.

Vediamo la situazione dopo quest’ultima decisione. Innanzitutto, per il prossimo anno era già prevista la sperimentazione della Carta d’Inclusione Sociale (o Nuova Social Card) nelle 12 città italiane più popolose (grazie a 50 milioni stanziati da precedenti Governi) e nel mezzogiorno (con 170 milioni ricavati dai Fondi Europei). Il modello della Carta d’Inclusione Sociale, progettato dal ViceMinistro al Welfare, Guerra, fa proprie le più interessanti indicazioni di studi ed esperienze sul Reddito Minimo ed è condiviso da gran parte degli esperti. Si noti che le diverse dizioni di “Reddito Minimo”, “Sia” e “Carta d’Inclusione Sociale” indicano, nei punti fondamentali, il medesimo intervento.

Si aggiungono ora questi ulteriori 40 milioni, che serviranno ad estendere la sperimentazione della Carta d’Inclusione Sociale ai Comuni del centro-nord (allargamento reso possibile anche da alcuni fondi residui, non stimabili con esattezza). Pertanto, questa esperienza riguarderà tutti i Comuni italiani, con una spesa annua totale di circa 260-300 milioni. Complessivamente, nella sua versione ampliata, la sperimentazione della Carta per l’Inclusione Sociale raggiungerà 400.000 persone, meno del 10% della popolazione in povertà assoluta. Si tratta dei membri delle famiglie povere con figli minori, in cui uno dei componenti abbia perso il lavoro negli ultimi 3 anni, un gruppo che ha patito particolarmente i costi della crisi. L’esigua dimensione dell’utenza riflette la differenza tra le risorse stanziate, i 260-300 milioni della sperimentazione, e i 900 che richiederebbe il Piano nel primo anno di attuazione.

Bisogna, infine, evidenziare che la sperimentazione durerà quasi ovunque un anno (esclusivamente nei comuni finanziati con i 40 milioni aggiuntivi sarà di tre).

Le criticità

Vi è, dunque, una criticità dovuta alla limitatezza dell’utenza, che pure risulterebbe superabile con maggiori investimenti negli anni successivi. Purtroppo, però, non esistono “anni successivi” perché la sperimentazione è, per sua stessa definizione, a termine. Ecco il problema principale: l’assenza di una prospettiva, che rappresenta la vera differenza tra una sperimentazione – un intervento previsto per un arco di tempo limitato e poi si vedrà – e un Piano, cioè un percorso che sin dall’inizio definisce l’obiettivo, l’introduzione di Reddito Minimo destinato a rimanere, e indica i diversi passaggi per arrivarci.

Tale mancanza impedisce, tra l’altro, ai soggetti chiamati ad erogare il Reddito Minimo nei territori – Comuni, Terzo Settore e Centri per l’Impiego – di costruire interventi adeguati. Non si può, infatti, pensare che affrontino l’investimento progettuale che ciò richiede non sapendo se l’anno dopo avranno ancora le risorse necessarie.

Il Governo ha affermato che il rafforzamento della sperimentazione  rappresenta “ un primo segnale di attenzione”, che indicherebbe l’accresciuta consapevolezza delle forze politiche verso il tema. Si tratta di un’espressione molto utilizzata durante la seconda repubblica, periodo costellato di sperimentazioni, misure una tantum e altri micro-interventi circoscritti nel tempo, mai tradotti in provvedimenti  più ampi e destinati a rimanere. Il più noto è la sperimentazione del Reddito Minimo realizzata nel 1999-2000 in 39 comuni per volere dell’allora ministro Livia Turco. Anche allora  si parlò di un primo segno di attenzione nella direzione di una successiva riforma; alla fine del biennio, mancando la volontà politica per la riforma, la sperimentazione venne estesa ad altri 267 comuni per un ulteriore periodo e poi finì nel dimenticatoio. A quell’epoca, però, le persone in povertà assoluta erano la metà di oggi.

Il nocciolo è politico. Sinora il Ministero del Welfare ha trovato le risorse per la sperimentazione rastrellando fondi qui e là, in assenza di una scelta dell’Esecutivo a favore della lotta alla povertà. Non c’è, tuttavia, alternativa: o i leader politici decidono che questo obiettivo è una priorità oppure siamo condannati ad infinite sperimentazioni. Per adesso, nell’anno che ha visto la povertà radicarsi nella nostra società, il Governo Letta ha deciso di non avviare il necessario Piano nazionale per contrastarla.

BOX – LA POVERTA’ASSOLUTA

E’ in povertà assoluta chi non raggiunge “uno standard di vita minimamente accettabile” calcolato dall’Istat e legato a un’alimentazione adeguata, a una situazione abitativa decente e ad altre spese basilari come quelle per vestiti e trasporti. Costoro sono passati dal 4,1% delle persone residenti in Italia nel 2005 all’8% nel 2012: sono, dunque, raddoppiati in sette anni.-La povertà assoluta ha cambiato profilo. Non si concentra più, come in passato, nel meridione e tra le famiglie numerose (con almeno tre figli) anche se queste rimangono le realtà dove risulta maggiormente presente. Gli ultimi anni, infatti, ne hanno visto l’incremento galoppante in segmenti della popolazione prima ritenuti immuni: il Nord – dove le persone in povertà assoluta sono aumentate dal 2,5% (2005) al 6,4% (2012) – e le famiglie con due figli (dal 4.7% al 10%).

 

*Articolo pubblicato sul Sole24ore del 4 dicembre 2013