Sta suscitando notevole interesse la prima mossa di peso del nuovo Assessore alla Famiglia, Solidarietà Sociale e Volontariato, Maria Cristina Cantù, cioè la delibera N° 116 del 14 maggio sull’Istituzione del fondo regionale a sostegno della famiglia e dei suoi componenti fragili. Le ragioni risiedono nella curiosità di conoscere l’orientamento della Giunta da poco insediata e nell’intenzione, dichiarata nella delibera, di rafforzare il nostro settore. L’attenzione ricevuta s’intreccia con una certa confusione circa “cosa sia veramente scritto” in tale atto perché la ridotta chiarezza del testo lascia spazio a numerose interpretazioni.

Più finanziamenti? 

I 330 milioni del Fondo indicati nella delibera rappresentano l’aspetto che maggiormente ha catturato l’interesse ma anche quello che più sta producendo fraintendimenti. Innanzitutto, bisogna puntualizzare che non esiste, ad oggi, alcuno stanziamento aggiuntivo per il welfare.
L’atto regionale, infatti, quantifica in 330 milioni annui le ”risorse economiche ottimali necessarie a dotare il Fondo” e afferma che lo “stanziamento iniziale sarà costituito in sede di assestamento”. Dunque risulta che: a) manca qualsiasi indicazione riguardante se e quando la soglia dei 330 milioni sarà raggiunta; b) non vi è alcun cenno concernente le risorse effettive del Fondo, per l’immediato così come per i periodi successivi; c) con l’assestamento di bilancio – a cavallo dell’estate[1] – vi dovrebbe essere un primo stanziamento, sulla cui entità non è dato sapere nulla; d) non viene comunicato se le eventuali risorse del Fondo risulterebbero ulteriori rispetto a quelle già oggi a disposizione dell’Assessorato alla Famiglia (1786 milioni di Euro per il 2013) oppure se sarebbero recuperate togliendole da altre voci di spesa del medesimo; e) non viene spiegato come si è arrivati a stimare il fabbisogno del Fondo in 330 milioni, nel suo totale così come nelle parti che lo compongono[2].

Presa in carico, buoni e voucher

La delibera presenta numerosi interventi da realizzare. Sono indicazioni da considerare con cautela poiché legate ad un fondo della cui reale futura esistenza niente di certo è dato sapere. Con particolare frequenza, però, ricorrono due punti, sui quali la nuova amministrazione ha più volte insistito anche in altre sedi, sia in campagna elettorale sia dopo il voto[3]. Questi, dunque, paiono configurarsi come orientamenti generali della Giunta Maroni.
Uno riguarda il rafforzamento dei percorsi di presa in carico nei diversi momenti dell’informazione iniziale e dell’accesso, della definizione di progetti d’intervento personalizzati da parte di apposite equipe/unità valutative e della capacità di accompagnare utenti e famiglie nel tempo con apposite figure (case manager).Si insiste particolarmente sull’unitarietà della presa in carico e sull’ottica processuale, cioè sull’importanza di essere presenti nelle varie fasi dell’esperienza di utenti e famiglie.
È un’indicazione positiva perché intende affrontare una delle criticità principali del welfare lombardo. L’amministrazione regionale – come noto – è stata sino al 2008 l’unica in Italia ad esprimere una posizione contraria alla presa in carico dell’utente da parte dei servizi pubblici e, di conseguenza, a non promuoverla in alcun modo.
A partire dal 2008 la presa in carico è entrata tra gli obiettivi enunciati dalla Giunta, inserita regolarmente in tutti i suoi atti (come la l.r. 3/2008, la riforma ADI, il PAR disabilità e la Delibera delle Regole 2012, e se ne potrebbero citare molti altri). Tuttavia, la capacità di tradurre gli obiettivi in pratica, cioè di passare dal dichiarato all’agito, è stata complessivamente piuttosto ridotta: ad oggi la presa in carico continua a rappresentare una delle maggiori carenze del nostro welfare[4]. Qui risiede una sfida chiave per la nuova gestione: transitare dal riconoscimento di una finalità fondamentale alla capacità di renderla concreta, cioè di tradurla in un effettivo cambiamento per le persone che si rivolgono ai servizi.

L’altro orientamento consiste nel puntare su buoni e voucher socio-sanitari, riproponendoli in una varietà di contesti. S’intende così portare avanti – e, si direbbe, rafforzare – la priorità assegnata dalla precedente amministrazione a questi strumenti. Il nodo qui riguarda la coerenza tra obiettivi e strumenti. Nella delibera – come in altri documenti e dichiarazioni – la nuova amministrazione definisce importanti finalità strategiche: rafforzare gli interventi di prevenzione delle situazioni di disagio, potenziare i servizi domiciliari, rimodulare l’offerta residenziale e semi-residenziale, rendere migliore la presa in carico. Si tratta di scopi condivisibili, figli di una diagnosi puntuale sulle criticità del nostro welfare. Gli strumenti individuati per raggiungerli sono, appunto, buoni e voucher.
Gli strumenti scelti sono adatti al raggiungimento degli obiettivi definiti? Le precedenti esperienze lombarde, così come quelle nazionali e internazionali, suggeriscono forti dubbi[5]. In sintesi, se nella definizione degli obiettivi l’Esecutivo Maroni afferma di voler affrontare le aree di maggior criticità non risolte dalla Giunta Formigoni, nella definizione degli strumenti indica gli stessi privilegiati da quest’ultima, che non paiono però adatti a perseguire le finalità menzionate. Trovare una quadratura del cerchio tra l’intenzione di “affrontare i problemi non risolti dai predecessori”e l’utilizzo “degli stessi strumenti dei predecessori” pare un esercizio problematico.

I soggetti coinvolti

La parte della delibera riguardante il ruolo dei diversi attori – sociali ed istituzionali – nel disegno del nuovo Fondo non è molto chiara. Non viene specificato, innanzitutto, se le eventuali nuove risorse sarebbero destinate alla filiera sociale/Comuni o a quella sociosanitaria/Asl.
Ai Comuni viene assegnato un ruolo di spicco nella consultazione sui criteri di funzionamento del Fondo. Ciò riflette la generale scelta strategica, più volte dichiarata dalla Giunta, di assegnare ai Comuni un ruolo di maggiore rilievo rispetto ai propri predecessori, i quali –come noto – mantenevano un rapporto privilegiato con le Asl. Un riequilibrio della governance territoriale a favore dei Comuni è indubbiamente necessario. Si attende, dunque, di comprendere in che modo avverrà: la delibera non fornisce indicazioni in proposito.
L’atto, nondimeno, dimentica di considerare il coinvolgimento degli altri soggetti istituzionali e sociali nella programmazione dei nuovi interventi. Si tratta di una scelta negativa, contraria  alla prassi e alla normativa (Legge 3/2008, articolo 3)[6].

Tra Fondo famiglia e riforma del welfare lombardo

La nuova Giunta è partita con alcuni passi positivi. In numerose occasioni ha dichiarato l’intenzione di fare dei servizi sociosanitari e sociali una priorità, così come quella di assegnare ai Comuni un ruolo più forte rispetto al passato. Inoltre, i documenti prodotti sinora contengono diagnosi piuttosto lucide sulle criticità del welfare nella nostra regione.
Venendo al Fondo Famiglia, l’elevata indeterminatezza dei suoi contenuti rende impossibile proporne oggi una valutazione complessiva. Certamente, però, sarebbe stato consigliabile definirne in modo più preciso interventi, percorsi attuativi e risorse prima di presentarlo pubblicamente.
Tre paiono ora i rischi da evitare.

  • Primo, dar vita all’ennesimo micro-fondo, in aggiunta al coacervo di linee di finanziamento già esistenti, che renderebbe ancora più frammentato e confuso il settore.
  • Secondo, progettare gli interventi senza tener conto dell’esperienza degli anni scorsi, sulla quale è disponibile un’ampia mole di dati ed informazioni.
  • Terzo, concentrare il dibattito intorno al nuovo fondo, distogliendo così lo sguardo dalla complessiva realtà dei servizi in Lombardia. Proliferazione di micro-fondi, scarso utilizzo dell’evidenza empirica ed eccesso di attenzione su circoscritte azioni simboliche sono tutti problemi che in passato si sono effettivamente verificati nella nostra regione.

I prossimi mesi sono cruciali perché vedranno la Giunta Maroni definire il proprio profilo.La nuova amministrazione è chiamata a sviluppare – a partire dai dati – la sua disamina del welfare lombardo e, di  conseguenza, a stabilire le linee programmatiche per il quinquennio. Quale che sia il destino del Fondo Famiglia, è questo il passaggio decisivo.

 


[1]Lo scorso anno l’assestamento di bilancio ha avuto luogo in luglio.
[2]I 330 milioni sono scomposti – per la quasi totalità – nelle seguenti voci: 180 per le persone disabili gravi, 100 per anziani non autosufficienti, 5 per persone affette da ludopatia e 38 per persone vittime di violenza(donne e minori). Di nessuna tra queste cifre viene spiegato in che modo sia stata stimata.
[3]Si vedano, ad esempio, la sintesi e il video  dell’intervento di Matteo Salvini all’incontro con i leader politici promosso a gennaio 2013 da Lombardia Sociale “Quale futuro per il welfare lombardo” e la comunicazione del Presidente Maroni sulle linee programmatiche della nuova Giunta in ambito sociale e socio-sanitario.
[4]Sul tema, tra gli altri, si vedano i contributi di Gori e Ghetti (luglio 2012), Tidoli e Cicoletti (ottobre 2012), Merlo (settembre 2012 e aprile 2013) e i capitoli “Il percorso nei servizi” e “L’offerta dei servizi nel percorso di vita” del volume “Come cambia il welfare lombardo”, contenente una valutazione delle politiche di welfare lombarde del decennio 2000-2010, interamente disponibile sul sito.
[5] In merito si vedano, ad esempio, i contributi di Guerrini (settembre 2011), di Ledha (settembre 2012) e i capitoli “I titoli sociali” e “I voucher sociosanitari” del  volume “Come cambia il welfare lombardo”
[6]Afferma il comma 1 di tale articolo che: “Nel quadro dei principi della presente legge e in particolare secondo il principio di sussidiarietà concorrono alla programmazione, progettazione e realizzazione della rete delle unità di offerta sociali e sociosanitarie, secondo gli indirizzi dettati dalla Regione:

  • a) i comuni, singoli ed associati, le province, le comunità montane e gli altri enti territoriali, le aziende sanitarie locali (ASL), le aziende di servizi alla persona (ASP) e gli altri soggetti di diritto  pubblico;
  • b) le persone fisiche, le famiglie e i gruppi informali di reciproco aiuto e solidarietà;
  • c) i soggetti del terzo settore, le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative e gli altri soggetti di diritto privato che operano in ambito sociale e sociosanitario;
  • d) gli enti riconosciuti delle confessioni religiose, con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o  intese, che operano in ambito sociale e sociosanitario.”