Questo contributo è complementare all’analisi proposta nell’intervista al prof. Alessandro Rosina e presenta alcuni dati di scenario sulla situazione delle famiglie italiane e lombarde.
Abbiamo scelto di prendere in considerazione i rapporti di ricerca pubblicati negli ultimi tre anni, consapevoli della rapida evoluzione dei dati e quindi, anche della loro parzialità.
Centrale per il lavoro che presentiamo è stato il riferimento al “Dossier Famiglie in Cifre” pubblicato da Istat nel 2010 che propone una analisi statistica di variabili diverse con focus specifici sulle differenti regioni italiane. Gli altri report

[1]  hanno però offerto integrazioni e approfondimenti importanti e utili. Si rimanda a tali fonti per un approfondimento e una analisi più dettagliata .

Lo scenario: la morfogenesi della famiglia

“Si definiscono politiche per la famiglia quelle che aumentano le risorse dei nuclei familiari con figli a carico; favoriscono lo sviluppo del bambino; rimuovono gli ostacoli ad avere figli e alla conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare; e promuovono pari opportunità nell’ “occupazione” (Definizione OCSE).
“Secondo la definizione anagrafica in uso al Censimento della popolazione con il termine famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o affetti, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune. Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona”.
“Ai fini dell’indagine, per famiglia si intende l’insieme di persone conviventi che, indipendentemente dai legami di parentela, provvede al soddisfacimento dei bisogni mettendo in comune tutto o parte del reddito percepito dai suoi componenti. Il numero di famiglie è ottenuto dividendo il totale della popolazione residente per la stima del numero medio di componenti derivata dall’indagine. Il numero di famiglie stimato con l’indagine si discosta lievemente da quello di fonte anagrafica pubblicato dall’Istat” (Banca d’Italia, La situazione economica e finanziaria delle famiglie lombarde).
Ricerche e documenti concordano oggi nel descrivere una “morfogenesi della famiglia”: la famiglia tende ad ampliare la varietà delle sue forme, modificando i suoi assetti più consolidati e generando nuove forme e nuovi sistemi di relazione tra i suoi membri.
Di seguito, proponiamo, seppur in modo sintetico e rimandano alle fonti di questo lavoro per un approfondimento, alcune delle questioni che descrivono questo processo in atto di cambiamento dei sistemi familiari.

Famiglie lunghe

Si assiste a una prolungata permanenza di giovani adulti nei nuclei familiari originari, le transizioni vero ruoli adulti sono più complesso e posticipato nel tempo: si accentua il fenomeno delle “famiglie lunghe” in cui due generazioni adulte convivono con conseguente ridefinizione dei legami affettivi e familiari, delle progettualità e delle autonomie. A questo proposito, sempre più si parla di generazioni sandwich, nel senso di una compresenza di tre generazioni (figli, genitori e nonni) che convivono in una stessa famiglia, stressandone il sistema economico, relazionale e di cura.
Si parla anche di famiglia lunga nel senso che la famiglia mantiene la sua struttura originaria per un tempo prolungato rispetto ai decenni precedenti.
In Lombardia però, dal 2001 al 2007, assistiamo a una diminuzione dei giovani in famiglia dal 59,9% al 53,9%: giovinezza e prima età sono maggiormente segnati da momenti di sperimentazione al di fuori dei contesti istituzionali e familiari accentuando una fase in cui “non si è più con i genitori, non si è ancora sposati”.

Tassi di natalità

Complessivamente, a livello nazionale si registra una bassa natalità, malgrado in Lombardia, nel 2008, il livello di fecondità risulti più elevato delle regioni del Sud, soprattutto per la presenza di flussi migratori familiari.
La nascita del primo figlio e quindi dell’ingresso degli adulti in ruoli genitoriali è posticipata: l’età media delle madri italiane al primo figlio è andata progressivamente innalzandosi, raggiungendo oggi la soglia media dei 31 anni per l’Italia nord occidentale (in spostamento verso i 32 secondo alcuni dati della Banca d’Italia aggiornati al 2011).
“La società italiana aggiunge alla cosiddetta “sindrome del ritardo” alcuni tratti peculiari, che contribuirebbero a spiegare il persistere della bassa fecondità complessiva nel nostro paese: il prevalere del modello di occupazione femminile a tempo pieno (e la scarsità di lavoro part-time), non sostenuto – a differenza di altri paesi in cui il tasso di occupazione femminile è più elevato – da un sistema adeguato di servizi per l’infanzia e di politiche di sostegno per la maternità e la famiglia, la doppia richiesta di lavoro (familiare e retribuito) insieme ad una divisione di genere del lavoro domestico fortemente sbilanciata a sfavore delle donne. Tali fattori inciderebbero sul comportamento riproduttivo delle donne italiane, sia per coloro che stanno già lavorando, sia per coloro che intendono a entrare nel mercato nel lavoro” (Mills et al. 2008; Saraceno 2003).

Oltre al fenomeno di riduzione delle nascite, anche descritto in termini sociologici come riduzione della “propensione alla maternità”, assume rilevanza il fenomeno childlessness, di coppie cioè che scelgono di non avere figli.
Non ultimo, si registra l’affermarsi di nascite naturali.
“In Italia, in particolare, la fecondità si trova ormai da vari decenni al di sotto del livello di sostituzione delle generazioni ed è tra le più basse al mondo. Le statistiche più recenti rilevano che la fecondità delle donne residenti nel 2008 è stata pari a 1,41 figli per donna, una media bassa per quel valore di 2,1 che, secondo la comunità europea, sarebbe necessario per scongiurare la crescita zero.
Nel nostro paese, pur essendosi osservato nel corso dell’ultimo decennio (fra il 1995 e il 2006) un lieve innalzamento dei livelli di fecondità complessiva – cui hanno contribuito, da una parte ed in misura consistente, l’incremento di nascite da cittadine straniere e, dall’altra, il recupero del posticipo della maternità da parte delle attuali trentenni/quarantenni italiane- tali valori permangono ben al di sotto della soglia che assicura il ricambio generazionale e l’equilibrio fra fascia giovane e fascia anziana della popolazione (“Determinanti sociali e culturali della maternità”, Irer, 2010).

Famiglie straniere, famiglie miste

I flussi migratori stanno modificando le famiglie lombarde: crescono i matrimoni e il formarsi di famiglie straniere o miste.
Nel 2008 il 10% dei matrimoni totali in Lombardia sono matrimoni misti.
Malgrado il flusso migratorio abbia comunque contribuito negli ultimi vent’anni ad accrescere il tasso di fecondità in Lombardia, lo stesso tasso di fecondità specifico delle donne straniere è in diminuzione, fenomeno che viene attribuito ad un processo di adattamento progressivo e accelerato delle donne immigrate al modello riproduttivo della società ospitante.

Famiglie “anziane”

In Lombardia ci sono più famiglie con un anziano che famiglie con un minore e la tendenza sempre in aumento.

Verso una semplificazione della struttura della famiglia

Le famiglie sono sempre più piccole e assistiamo a un processo di nuclearizzazione e di progressiva riduzione delle forme familiari estese e plurinucleari. Anche la quota di nuclei monogenitore è un dato ormai rilevante.
Questo genera da un lato, una polverizzazione dei sistemi familiari nel senso che aumenta il numero di famiglie a fronte di una contemporanea riduzione del numero di componenti.
Dall’altro lato, si osserva una prossimità familiare scelta e intenzionale; i nuclei lombardi sembrano essere, nella maggioranza dei casi, poco dispersi: quasi il 60% dei nuclei familiari delle generazioni di mezzo vive nella stessa città dei genitori per la stragrande maggioranza (quasi il 90%) autosufficienti.

Persone di riferimento delle famiglie

Secondo il rapporto della Banca d’Italia, in Lombardia il numero medio di componenti della famiglia è 2,38 – maggiore che nelle altre regioni del Nord (2,33), ma minore della media italiana (2,51) e delle regioni del Centro-Sud (2,66).
Interessante il dato relativo alla “persona di riferimento” proposto da Banca d’Italia: intendendo la persona di riferimento (p.r.) come quella che percepisce il più alto reddito non da capitale, in Lombardia la frequenza delle famiglie con p.r. anziana (sopra i 65 anni) è del 28 per cento. Seguono quelle con p.r. tra i 51 e 65 anni. Quota delle p.r. sotto i 30 anni è pari al 6,5 per cento.

Doppia presenza e conciliazione

La “doppia presenza” nel mercato del lavoro e nei compiti domestico-familiari si traduce per molte donne italiane in un pesante carico complessivo di lavoro, proprio perché, rispetto agli altri paesi occidentali, nel contesto italiano i ruoli di genere rimangono particolarmente rigidi e tuttora improntati ad un marcato tradizionalismo.
La diseguale distribuzione di genere del lavoro domestico e dei compiti di cura familiare interagisce, nel nostro paese, con un quadro di politiche familiari spesso carenti e contradditorie a sostegno delle responsabilità familiari (ISTAT 2008; Saraceno 2003). Sebbene il tema della conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare sia divenuto negli ultimi anni, sotto la spinta delle direttive dell’Unione Europea, uno degli obiettivi centrali delle politiche sociali e familiari in tutti i paesi dell’unione, l’Italia è infatti ancora indietro tra i paesi europei in quanto a interventi di sostegno per le famiglie con figli (ISTAT 2008).

 

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Paesi e città di residenza

Il 55,8 per cento delle famiglie lombarde vive in comuni con meno di 20.000 abitanti, mentre il 18,0 per cento risiede a Milano (unico comune sopra i 500.000 abitanti nella regione). I comuni minori sono preferiti dalle famiglie più numerose: vi risiede infatti il 57,9 per cento dei componenti, contro il 15,7 che abita a Milano. Nelle altre zone del Paese è relativamente maggiore la quota di famiglie e di componenti che risiedono in comuni di dimensioni intermedie (fonte Banca d’Italia).

Titolo di studio delle famiglie

Interessanti i dati proposti dal rapporto della Banca d’Italia “La situazione economica e finanziaria delle famiglie lombarde” del giugno 2011.
“Nella struttura per titolo di studio le famiglie lombarde si differenziano dal resto del Paese: sono più frequenti che nella media nazionale le famiglie con p.r. (persona di riferimento) laureata (14,2 contro 10,3 per cento); sono altresì più diffuse quelle con p.r. diplomata alla scuola superiore (32,3 per cento; 28 per cento in Italia). Solo il 2,5 per cento di p.r. lombarde è privo di titolo di studio.
In Lombardia, la p.r. è prevalentemente un lavoratore dipendente (42,6 per cento), frequenza in linea con la media italiana.
Prevalgono in regione le p.r. con mansioni operaie o impiegatizie (18,7 e 17,6 per cento; 21,0 e 17,6 per cento in Italia); la quota di direttivi e dirigenti (6,3 per cento) è maggiore che nella media del Paese (4,0 per cento). L’incidenza delle p.r. lavoratori autonomi (imprenditori e liberi professionisti) è più alta rispetto all’Italia (19,1 contro 16,6 per cento).
Tra le famiglie con p.r. in condizione non professionale (38,3 per cento contro il 40,7 per cento della media nazionale, il 36,9 delle altre regioni del Nord e il 44,0 per cento del Centro-Sud), la quasi totalità è costituita dai pensionati”.

Povertà

Secondo l’indicatore proposto dalla Banca d’Italia di “indice di povertà”[2], “la quota di famiglie povere, in Lombardia, è stata dell’8,5 per cento nella media del periodo considerato, più bassa che nel resto del Nord (9,2 per cento) (tavola 7). Al Centro-Sud l’indicatore è molto più alto (27,7 per cento), e ciò si riflette nel valore medio nazionale (18,7 per cento). Alcune caratteristiche socio-demografiche e legate alle condizioni lavorative della p.r. si associano più frequentemente a maggiori livelli di disagio economico e possono venir considerate come “fattori di rischio”: in Lombardia la povertà è due volte più diffusa fra le famiglie con p.r. donna, mentre nelle altre aree del Paese questo fenomeno non si riscontra; l’incidenza di povertà è più alta tra le famiglie giovani; infine, la quota dei poveri è maggiore per le famiglie di disoccupati e, tra quelle degli occupati (i cosiddetti working poor), in quelle degli operai (17,3 per cento; 28,7 per cento in Italia, 40,8 al Centro-Sud, 16,2 per cento nel resto del Nord). Tra le p.r. pensionate l’incidenza della povertà relativa è in linea con la media della popolazione in tutte le aree, appena più bassa al Nord, un po’ più alta al Centro-Sud” (rapporto Banca d’Italia).
La condizione di povertà assoluta in Lombardia (mancanza nella disponibilità di beni essenziali) riguarda circa 125.000 famiglie (3,2% della popolazione). Nuclei familiari in maggiore difficoltà sono quelli composti da una persona anziana o con almeno due figli (fonte Banca d’Italia).

Cause di bisogno e difficoltà

Rispetto alle cause del bisogno e di difficoltà prevalgono: scarso reddito (24,2%) e la perdita o mancanza del lavoro. Seguono motivi di salute (16,7%) e dipendenze (9,8%), mentre un peso inferiore riguarda separazioni e divorzi dal coniuge (4,2%). Di fatto, l’incidenza dei problemi familiari è più rilevante in quanto la modalità “altro” ha raccolto il 19,5% delle risposte e presenta un’ampia gamma di riferimenti alle dinamiche familiari tra cui compaiono maltrattamenti, abusi, mancati rincogiungimenti familiari, adozioni non andate a buon fine (Fonte “Le famiglie lombarde e la rete degli interventi”, Irer 2010).

Questa eterogeneità di definizioni e la molteplicità di cambiamenti ed evoluzioni che stanno caratterizzando le famiglie lombarde, ma non solo, genera un dibattito interessante che chiama in causa variabili e dimensioni non più esclusivamente di carattere sociologico, ma culturali, politiche, sociali…
Abbiamo scelto di approfondire alcune delle questioni che il presente documento pone interagendo con interlocutori portatori di sguardi e prospettive differenti.

 


[1] La famiglia in Italia. Sfide sociali e innovazione nei servizi; apporto Biennale 2011-2012. Osservatorio nazionale sulla famiglia. Carocci, 2012; La situazione economica e finanziaria delle famiglie lombarde. Banca d’Italia. Giugno 2011; Le famiglie lombarde e la rete degli interventi. Irer 2010; La famiglia protagonista: un’analisi di 10 anni di politiche sociali in Lombardia. Irer 2010; Determinanti sociali e culturali della maternità. Irer 2010.
[2] Per un approfondimento dell’indicatore “indice di povertà”, si veda a pagina 11 del rapporto della Banca d’Italia “La situazione economica e finanziaria delle famiglie lombarde”, giugno 2011.