Il convegno promosso da Caritas Ambrosiana e CNCA è stato un’occasione importante per ascoltare e costruire un intreccio tra voci, linguaggi , sguardi e pensieri anche molto eterogenei che nel dialogo di quella mattina, stavano cercando di costruire un quadro e uno scenario sulla tutela che fosse ricompositivo, che fosse capace di promuovere delle letture che seppur a livelli diversi, mostravano tutta la loro necessaria complementarietà.
Un Convegno che ha dichiarato sin da subito la sua origine e il suo fine: ribadire la priorità non negoziabile, anche e soprattutto in questo tempo di grande crisi, della tutela di bambine e bambini, ragazze e ragazzi.
Se è vero infatti, che, testimoni gli operatori presenti, oggi si affacciano ai servizi situazioni i cui bisogni, le difficoltà, le fatiche portate trovano sempre più difficoltà ad essere accolti e presi in carico, diventa oltremodo necessario ripensare e promuovere sistemi di tutela e di cura adeguati e coerenti con il contesto storico e sociale attuale.
Le riflessioni proposte sono state molte e da prospettive e traiettorie anche molto differenti. Di seguito, riproponiamo alcuni dei passaggi e delle questioni emerse e che crediamo di qualche utilità per operatrici e operatori, amministratrici e amministratori che a diversi livelli intervengono nella programmazione, nella progettazione e nella gestione di servizi e interventi di tutela.
Sulle risorse
Un primo dato da cui partire nella riflessione e ben evidenziato da uno dei relatori intervenuti, riguarda la necessità di uscire da rappresentazioni mitiche di un passato dalle abbondanti risorse…
Una veloce rilettura dell’andamento, nell’ultimo decennio, delle voci di spesa sociali e sanitarie nazionali ha ben evidenziato la necessità di smontare una visione mitica e spesso molto diffusa di un passato caratterizzato da una spesa sociale e sanitaria ingente e abbandonate… Un passato che non c’è più, ma che forse non c’è mai stato…
Oggi assistiamo a una riduzione delle spese sociali e sanitarie consistente. Il Fondo nazionale politiche sociali che nel 2008 contava 1231 milioni d euro, nel 2011 è crollato a 178 milioni di euro, cioè il 15% di quello che lo Stato centrale passava alle Regioni nel 2008.
Nel 2009, l’Italia ha speso il 1,4% del proprio PIL per bambine famiglie, quando la media europea è del 2,3, quasi il doppio. L’Italia per questa voce di spesa è sempre stata agli ultimi posti e questo dimostra che non è un problema di governo o di coalizione, ma un problema più generale di attenzione alle politiche sociali del paese. Questo non significa che l’Italia spende poco per il welfare. L’Italia spende per il welfare e per le misure di protezione quanto gli altri paesi europei ed è nella media europea, ma ha configurato la sua spesa a favore del sistema di protezione e pensionistico.
Se guardiamo a questi dati rimpianti non ce ne sono: il nostro paese è sempre intervenuto e continua ad intervenire in maniera residuale per minori e famiglie, malgrado siamo lo stato in cui si parla di più di valore della famiglia.
Sulle relazioni tra gli attori coinvolti
E il tema delle risorse chiama in causa un altro nodo centrale nel discorso intorno agli interventi e ai servizi di tutela: la necessità di entrare nel merito della relazione tra amministrazioni e terzo settore in termini non general generici, ma intorno ad alcune questioni puntuali che rimandano anche a competenze specifiche.
I criteri di allocazione delle risorse in primis, intorno ai quali anche il terzo settore oggi chiede di essere riconosciuto come interlocutore competente e interlocutore attivo nei processi decisionali e programmatori. Parlare di risorse quindi chiama in causa anche il tema della compartecipazione il cui significato è stato richiamato, nell’intervento di apertura, con il principio anglosassone “nessuna tassa senza rappresentanza”. Parlare di compartecipazione alla spesa significa ripensare gli spazi e i meccanismi di rappresentanza del terzo settore, del privato, delle stesse famiglie, superando un’interpretazione semplicistica e banalizzante del principio di sussidiarietà in termini di delega a buon prezzo.
Se il tema delle risorse chiama in causa la relazione tra Amministrazioni e terzo settore, altro polo centrale nel discorso è il sistema giudiziario.
Dal 2007 ad oggi, i rapporti tra Magistratura e sistema dei servizi sono stati caratterizzati da una fatica reciproca nel riconoscersi e nel comprendere le specifiche funzioni e competenze.
Da un lato, con l’applicazione delle regole del giusto processo, la magistratura era concentrata sul definire un sistema di regole e ha dovuto ridisegnarsi anche alla luce del titolo V.
Per un altro verso, si è verificato uno spostamento nella responsabilità del sistema dei servizi, la titolarità è passata dal sistema socio sanitario alle autonomie locali, c’è stato un momento di fermo e un riassetto del sistema dei servizi che ha assunto forme e denominazioni molto differenti generando nella Magistratura la percezione di un mondo fuori assolutamente incomprensibile.
Diventa necessario oggi pensare con attenzione il confine tra sistema dei servizi e contesto giudiziario, un perimetro permeabile il cui ripensamento diventa però necessario per riuscire a superare la fase attuale caratterizzata, secondo i relatori, da due soliloqui, quello del sistema delle responsabilità pubbliche e quello della giustizia.
Sui dati
Ed è proprio lo sguardo del sistema giudiziario che ha proposto, durante il convegno, una riflessione interessante e cogente sui dati oggi disponibili sul diritto di famiglia e, soprattutto, sull’averne disponibilità e sulla necessità di convergere nella loro lettura e interpretazione.
Il problema riguarda soprattutto l’interpretazione dei dati, tre esempi:
- sulle segnalazioni che arrivano dai servizi, per quanto riguarda Milano, si è registrato un sostanziale abbattimento dei numeri, dato però che può essere variamente interpretato come diminuzione di fatto dei bambini a rischio rispetto al 2006, come aumento delle competenze genitoriali e di cura del sistema familiare o come implementazione della competenze dei servizi a costruire assetti e servizi capaci di accogliere e trattare i problemi senza arrivare all’estrema ratio della segnalazione.
- la stabilizzazione degli articoli 31 (procedure attivate dai genitori per restare su territorio italiano per motivi di cura e salute dei figli), anche questo è un dato in calo, forse perché funziona meglio il sistema amministrativo di rilascio dei permessi di soggiorno.
- sul trend di uscita dalle comunità, è un altro dato di ambigua lettura. Il rientro in famiglia è ancora l’indicatore più alto, anzi nel 2010 cresce. Sarebbe bello, sollecitano i relatori intervenuti, pensare che i ragazzi dopo la comunità rientrano in famiglia perché c’è stato un recupero delle funzioni genitoriali, una ricostruzione di legami, una elaborazione del trauma, ma forse è più realistico interpretare il rientro in famiglia come difficoltà ad investire progettualmente ed economicamente nell’attuazione di decreti e di interventi alternativi.
Ripartire dai dati sembrerebbe essere passaggio obbligato non solo per costruire delle letture condivise tra sistema dei servizi e sistema giudiziario, ma soprattutto per condividere un andamento e per riprogettare le priorità in termini di allocazione delle risorse e di definizione delle finalità progettuali.
Sugli interventi
Sempre mantenendo il focus sulle relazioni, varie e molteplici, tra i diversi sistemi organizzativi che interagiscono nella tutela di bambini e ragazzi, interessante è stata l’attenzione posta intorno alla sempre più crescente specializzazione e settorializzazione degli interventi di servizi e operatori, specailizzazione che negli anni ha generato una eccessiva complessificazione e proceduralizzazione del lavoro e delle prese in carico che fa sì che nei procedimenti di presa in carico sono pensati a tutela del minore, rischiano però di parcellizzare e inficiare il processo stesso di presa in carico…
Oggi competenze e specialismi non sono più dati e contributi a favore del minore, ma occasioni di settorializzazione, di difesa, di arroccamento in saperi disciplinari specilistici che non riescono più a dialogare, a costruire integrazioni con altri saperi e contributi. Bisogna tornare a valorizzare le compenetrazioni delle competenze.
In questa direzione, diventa allora necessario, questo il richiamo soprattutto degli Amministratori, pensare e promuovere la rete di interventi nei confronti della famiglia ripensando il lavoro stesso con le famiglie. Lavorare oggi con le famiglie significa confrontarsi con livelli di complessità che servizi e operatori ben conoscono e con famiglie che sempre più spesso vivono i provvedimenti nei confronti dei minori come interventi contro di loro, attivando dinamiche fortemente conflittuali con i servizi stessi.
In questo senso, lo sforzo che servizi e operatori oggi sono chiamati a fare è quello di uscire da una visione romantica e idealizzata della famiglia, visione che non sempre aiuta ad attivare letture articolate e specifiche e che non permette di vedere e riconoscere le tante famiglie che attraversano i servizi, riconoscendo dignità ad ognuna di esse, indipendentemente dalla loro possibilità di essere risorsa. Uscire da una idealizzazione della famiglia per riconoscere dignità a tutte le famiglie.
In conclusione
Un ultima considerazione riguarda la connessione con le riflessioni fatte e la nuova fase programmatoria lombarda.
In Regione Lombardia il problema della connessione e della rete tra servizi è una questione centrale e quanto dibattuto durante il Convegno in materia di tutela lo ha ben sottolineato. Rilanciare e ricostruire connessioni tra servizi e competenze specifiche significa oggi garantire, ai piani di zona e ai Comuni, confini più ampi del loro perimetro istituzionale, per poter interagire maggiormente con la componente sanitaria, per capire come integrare la componente sanitaria nella costruzione del benessere relazionale e sociale della comunità e per uscire da logiche burocratiche o prestazionali come quelle che troppo spesso negli ultimi anni, hanno caratterizzato il moltiplicarsi di Protocolli o Atti.
Paritariamente, i piani di zona devono essere in grado di promuovere sguardi ampi capaci di coinvolgere tutti i soggetti della vita comunitaria, tutte le reti territoriali: i servizi educativi, i servizi scolastici, i servizi per il lavoro… L’appello e il richiamo a conclusione di Convegno è stato: il vero specialista che ci potrà porterà fuori dalla crisi è lo specialista dell’insieme, colui che non va troppo in profondità, ma in allargamento. Ci vuole qualcuno che intenzionalmente rimetta insieme i fili che ci sono, ma che hanno bisogno di essere stretti, anche uscendo dalla fase di “ubriacatura” che ha pensato la sussidiarietà, la coprogettazione, come competizione tra soggetti e progetti specialitsici e specifici, che negli anni hanno però perso di vista gli interessi più ampi e generali del territorio e della comunità.
Infine ripensare i livelli minimi essenziali. Essere nati o vivere a Milano, a Palermo o a Venezia significa di fatto vivere con diverse possibilità, con diversi rischi, con diversi servizi. E’ stata ribadita la necessità, urgente, di avviare una riflessione concreta sulla definizione dei livelli minimi essenziali, necessità che richiama ancora una volta l’assoluta non negozialibilità della tutela.