Il progetto “ARTEMISIA, Un nido di pari opportunità”, finanziato da Bolton Education è partito a gennaio 2025 e si è concluso a giugno 2026; ha coinvolto ricercatrici, pedagogiste e pedagogisti, psicologhe e psicologi, educatrici e genitori/genitrici, in particolare concentrandosi su 4 asili nido del territorio rhodense. L’obiettivo è stato di promuovere un cambiamento all’interno di questi contesti educativi, affinché potessero essere luoghi di promozione della libera espressione di bambini e bambine, a partire dai primissimi anni di vita. Per farlo, è stato necessario partire dall’aumentare la consapevolezza degli adulti che vivono questi ambienti rispetto ai propri stereotipi di genere e, di conseguenza, di come questi impattino sui loro comportamenti educativi. È stato costruito un questionario, somministrato in fasi diverse sia a educatrici che alle figure genitoriali dei 4 nidi aderenti all’iniziativa. Il materiale così raccolto è stato utilizzato come base di discussione per un percorso formativo esperienziale rivolto alle educatrici dei servizi della cooperativa Stripes[1], nonché per un incontro rivolto alle figure genitoriali. Infine, il progetto ha applicato il sapere appreso e co-costruito in questo percorso andando a rivedere con sguardo critico spazi, attività e giochi presenti nei servizi, costruendo una letteratura per l’infanzia adatta alla promozione delle pari opportunità e producendo un materiale specifico di divulgazione a partire dai risultati del questionario.

 

Infografica 1 – Il progetto Artemisia

Di seguito verranno approfondite le azioni di ricerca e divulgazione, affinché quanto emerso possa essere da stimolo per altri operatori e operatrici nonché persone che svolgono funzioni genitoriali.

 

La ricerca

In questo progetto, la ricerca ha avuto il compito di esplorare e far emergere gli stereotipi di genere all’interno della comunità educativa coinvolta, ovvero educatrici, genitori e genitrici dei 4 asili nido aderenti. L’ottica non è stata né giudicante né valutativa, in quanto si è partiti dall’assunto teorico che identifica gli stereotipi di genere come comuni lenti di osservazione di ciò che ci circonda, idee rigide e semplificate, ovvero sistemi di credenze che vengono nutrite in modo condiviso nei confronti di un determinato gruppo o categoria sociale[2], in questo caso riguardanti aspettative sull’essere e il fare di maschi e femmine, uomini e donne. Gli stereotipi ci aiutano a muoverci nella complessità del mondo, non vanno per questo demonizzati, ma riconosciuti perché se ne possa disinnescare il potere implicito. Ad esempio, esiste un forte legame tra violenza e ordine di genere: “la violenza contro le donne affonda le proprie radici nelle dinamiche storiche, sociali e culturali segnate da relazioni di potere asimmetriche in cui il maschile tende a prevalere sul femminile[3]”. La matrice sociale della violenza (non l’unica[4]) riguarda aspetti strutturali, identitari, simbolici e relazionali che si costruiscono, e tramandano, a partire dalla nostra nascita: la scelta del nome, i colori della nostra prima stanza, i giochi che ci verranno (o meno) regalati.

A partire da questi presupposti, è stato costruito un questionario strutturato, anonimo, suddiviso in quattro sezioni: anagrafica; riflessioni sul sé; riflessioni sui/sulle bambini/bambine; riflessioni sul contesto. La domanda di ricerca che ha guidato l’intero processo, dall’individuazione dei contenuti del questionario al commento dei dati raccolti, è stata: Il nido ha un ruolo nel contrasto alla violenza? Chi si occupa di educazione si occupa anche di promozione delle pari opportunità? Tra giugno 2025 e marzo 2026 sono stati raccolti 111 risposte da parte di genitori e genitrici e 26 risposte da parte delle educatrici.

I dati raccolti hanno sia confermato quanto ci propone la letteratura esistente, ovvero la persistenza e la diffusione degli stereotipi di genere, sia offerto spunti interessanti per lavorare concretamente all’interno degli spazi educativi. Un aspetto interessante da sottolineare, a conferma della persistenza degli stereotipi, è che le tendenze rilevate sono in gran parte le medesime tra chi svolge funzioni educative e genitoriali, a cambiare sono le intensità delle credenze. Di seguito alcuni esempi, a partire da alcuni degli input forniti nei questionari:

  • “le donne sono maggiormente portate per gli studi umanistici, perché sono più in grado di esprimere e gestire le proprie e altrui emozioni” – Entrambi i campioni riportano residuale l’influenza del proprio genere come condizionamento delle proprie scelte di studi o di lavoro (disconfermando lo stereotipo), ma per la maggior parte concordano su come il genere influenzi il modo in cui esprimono le proprie emozioni.
  • “il rosa è da bambine, l’azzurro da bambini; i giochi “della casa” sono per bambine, i giochi o letture “di avventura” sono da bambini” – Un’affermazione che riporta una forte varianza di risposte, sia tra educatrici che tra genitori/genitrici, è “i libri per bambini e bambine contengono stereotipi di genere”. Sempre rispetto ai libri, le rispondenti indicano che non è mai capitato che scegliessero un libro da regalare sulla base del genere del destinatario/a, mentre è capitato per la scelta dei vestiti o dei giochi: tra genitori e genitrici, più della metà non regalerebbero una barbie a un bambino, mentre quasi la totalità non si sorprenderebbe alla richiesta di una bambina di giocare con le macchinine. Le motivazioni potrebbero essere varie ma potrebbe anche confermare la teoria secondo cui per un bambino (fisico, irruento, energico[5]…) mostrare atteggiamenti socialmente “da femmina” (sensibile, empatica, precisa…) abbia un’accezione maggiormente negativa rispetto a una bambina che si esprime con giochi “da maschio”. In letteratura ritroviamo questo fenomeno all’interno del concetto di “maschile come genere neutro[6]”.
  • “le donne sono portate naturalmente alla cura e alla crescita dei figli” – Un’altra affermazione che ha raccolto una forte distribuzione di risposte in entrambi i campioni, e che interroga in particolare i servizi nido, è il ruolo di madri e padri nei primi mesi di vita del proprio figlio o figlia, in quanto emerge come le decisioni vengano prese, nella maggior parte dei casi, insieme, ma i ruoli di mamma e papà non siano intercambiabili[7]. Questo si riflette evidentemente sulle azioni: quando ci si interroga su chi chiamare quando un bambino/a si sente male all’asilo, le risposte prendono in considerazione la madre, indifferentemente la madre o il padre, ma raramente si chiamerebbe sempre e solo il padre. Il concetto di cura, declinato all’interno dei ruoli di genere, è ancora fortemente radicato, nel suo squilibrio[8]. Lo conferma anche la risposta alla domanda secondo cui più della metà dei genitori è d’accordo o parzialmente d’accordo sul fatto che nei servizi nido lavorino più donne perché “più adatte”.

 

Infografica 2 – Riflessioni su bambini e bambine

Uno dei nodi affrontati dal progetto Artemisia ha riguardato, quindi, sulla base dei risultati ottenuti, le seguenti domande: come lavorare sulla parità, decostruendo una struttura di potere squilibrata, se gli adulti presenti non sono equamente coinvolti ed equamente responsabili nella primissima fase di vita? Come individuare le specificità di ruolo e di attitudine all’interno di una coppia genitoriale, per poterla sostenere nello svolgimento del proprio compito educativo, senza ascrivere a madri e padri ruoli solo sulla base della loro identificazione di genere? Come guardare ai servizi senza oscurare i processi strutturali che orientano prevalentemente le donne ai lavori di cura e, di conseguenza, ne orientano poi la strutturazione?

Interrogarsi su questi aspetti richiede un processo di autocritica coraggiosa[9], per disinnescare i processi del “si è sempre fatto così” e guardare a nuove forme di sviluppo dei propri ruoli di cura ed educazione all’interno dei contesti (familiari o educativi).

 

La divulgazione e i prossimi passi

Il questionario ha permesso a molti genitori e genitrici di esprimersi sulle tematiche affrontate, in generale, e ci sono state diverse occasioni per discutere con le educatrici di come sia complesso andare oltre alcuni pre-concetti. È emerso anche come questi temi possano spaventare. Nelle parole di un partecipante: “É un tema che da genitore mi spaventa. Ho paura che mio figlio non sia libero di determinarsi come crede per paura del giudizio della società che lo circonda”.

Oltre a dare spazio per accogliere e affrontare diversi dubbi e timori, questa prima parte del progetto ha poi portato a strutturare iniziative di sensibilizzazione aperte per le persone adulte interessate (hanno partecipato madri, padri, nonne) e azioni di osservazione dei luoghi educativi al fine di identificare tutti gli aspetti che concorrono alla trasmissione degli stereotipi di genere (es: proposte ludiche, scelta dei libri, organizzazione degli spazi, comunicazione con le famiglie, scambio di riconoscimenti e svalutazioni nelle attività con i bambini e le bambine, uso della documentazione ecc…). È importante rilevare come i giovani padri in questi contesti siano stati particolarmente partecipi, e questo conferma una tendenza osservata anche dalle educatrici che vede un progressivo aumento della presenza dei padri nel rapporto con i servizi all’infanzia.

Infine, si dà riscontro a come le riflessioni emerse abbiano portato necessariamente a sollecitazioni personali, promuovendo processi riflessivi particolarmente apprezzati. L’immagine ad inizio articolo è stata scattata durante uno di questi momenti, il 26 febbraio 2026 durante una serata aperta dedicata ai genitori dal titolo “I maschi non piangono, le femmine non alzano la voce…e altre bugie che ci raccontiamo”. La serata è stata condotta dalla psicoterapeuta, formatrice ed esperta di tematiche di genere e contrasto alla violenza Simona Ramella Paia e ha coinvolto le persone presenti in un percorso dalla teoria alla pratica, dagli esempi di altri all’interrogarsi su sé stessi, per riflettere su come le proprie scelte educative possano concretamente mettere in discussione gli stereotipi di genere. L’assunto sostenuto dall’intera équipe di lavoro è che educare al rispetto dell’individualità[10] è il primo atto di prevenzione contro ogni forma di violenza.

Altri interventi tangibili e che rimarranno anche successivamente alla conclusione del progetto hanno riguardato, per esempio, la revisione della letteratura per l’infanzia presente nei luoghi educativi.

In conclusione, questo progetto è stato per tutte e tutti coloro che vi hanno preso parte un percorso che ha attivato emozioni, fatto sorgere domande e costruito alleanze. Sono maturate col tempo alcune consapevolezze:

  • è fondamentale partire dalla prima infanzia per promuovere il riconoscimento dell’altro e sostenere la libera espressione di sé e, in questo, i servizi all’infanzia possono essere un supporto prezioso alle famiglie che si trovano ad affrontare le sfide di questa fase di vita;
  • occuparsi di contrasto alla violenza riguarda tutti e tutte e interroga in particolare le persone adulte con funzioni educative. Occuparsene significa assumersene la responsabilità a partire da piccole scelte quotidiane: quale gioco regalare, come parlare a un bambino o bambina di ciò che sta provando, che tipo di esempio essere;
  • per promuovere cambiamento serve tempo, a partire dall’accettare se stessi per incontrare in maniera aperta e non giudicante l’altra persona.

 


  1. https://www.pedagogia.it/stripes/aree/area-06/ ↑
  2. Mazzara (1997), Stereotipi e pregiudizi, Il Mulino ↑
  3. Maci (2026), Servizio sociale e violenza contro le donne. Modelli e strumenti di intervento, Carocci editore ↑
  4. Riferimento ai fattori di rischio (individuali, relazionali, contestuali e strutturali) nell’insorgenza di comportamenti maltrattanti (OMS, 2002). Per approfondimento del modello multicausale del matrattamento: Grifoni (2016), L’uomo maltrattante. Dall’accoglienza all’intervento con l’autore di violenza domestica, FrancoAngeli ↑
  5. Aggettivi raccolti attraverso il questionario, all’interno di un campo libero utile a far esprimere coloro i quali avevano risposto affermativamente alla domanda “ci sono differenze tra bambine e bambini?” ↑
  6. Il concetto di “maschile neutro” comporta che per una persona di genere femminile assumere atteggiamenti del genere maschile sia meno degradante che il contrario. Un esempio tipico immediato rispetto a questa teoria riguarda il colore rosa e il colore blu. Abbatecola, Stagi (2017), Pink is the new black. Stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia, Rosenberg & Sellier ↑
  7. Nell’impostazione del questionario è stato scelto, e chiarito in premessa, di stressare l’idea di famiglia basata su coppie genitoriali eterosessuali al fine di promuovere l’emersione di stereotipi di genere ↑
  8. Lipperini (2007), Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli ↑
  9. Madri e padri rispondenti indicano come importanti i temi oggetto del questionario, ma escono anche diverse posizioni che affermano come “non sia adatto” esporre bambini e bambine così piccoli direttamente a queste tematiche. ↑
  10. Intesa come riconoscimento delle peculiarità soggettive, rispetto degli altrui spazi e desideri, ricerca ed espressione del proprio sè ↑