Le politiche regionali e nazionali negli ultimi anni hanno rimesso al centro l’importanza e l’efficacia in termini di prevenzione e promozione del benessere gli interventi rivolti ai bambini e bambine nei loro primi 1000 giorni di vita e alle loro famiglie. Come si afferma nel documento “Nurturing care for early childhood development: se si cambia l’inizio della storia si cambia tutta la storia[1]”. Abbiamo proposto quindi a esperte del settore in Lombardia di raccontarci come si lavora oggi insieme ai genitori e ai loro figli e figlie in questo periodo delicato di vita, quali bisogni emergono e cosa risulta facilitante oppure ostacolante al fine di riflettere sul futuro del welfare in relazione a questo particolare e cruciale asse di intervento.

L’articolo riporta i contenuti emersi in un focus group a cui hanno partecipato esperte operatrici e progettiste nel campo di intervento rivolto a bambine e bambini nella fascia 0/3 anni, coprendo un ampio spettro del campo sociosanitario e socioeducativo. Ringraziamo quindi Erica Amprino dell’associazione Mitades (Milano); Valentina Polizzi e Marta Francesca Romana di Save the Children; Enrica Bianchi del Consultorio Il Mandorlo (Casalpusterlengo, Lodi), Cooperativa Emmanuele; Susanna Serati e Valentina Sala della Cooperativa Stripes (Rho).

Le considerazioni emergono da esperienze diverse (servizi educativi, ecc.) e in risposta ad ogni domanda si riporta una sintesi trasversale e le risposte specifiche che sono correlate alla specificità del servizio o intervento implementato dalla singola organizzazione[2].

 

Quali target intercettano le iniziative e gli interventi rivolti ai genitori e ai bambini nei primi mille giorni e quali bisogni emergono?

Dal confronto e dalle esperienze presentate, emergono canali di accesso diversificati a spazi, progetti e servizi che si rivolgono a bambine e bambini nella fascia 0/3 anni e ai loro genitori, e una eterogeneità di famiglie che ne usufruisce, in relazione alle caratteristiche e agli obiettivi degli interventi: famiglie che si rivolgono ai servizi in autonomia (es. asilo nido e servizi intregrativi) per necessità, ovvero organizzazione e conciliazione vita-lavoro, oppure per scelta educativa; famiglie inviate o “sollecitate” dai servizi sociali (in particolare mamme collocate in comunità o nuclei già in carico ai servizi) con l’obiettivo di rafforzare la rete e sostenere le competenze genitoriali. Vi sono poi contesti poco caratterizzati, quali ad esempio i contesti ospedalieri del progetto Fiocchi in Ospedale, nei quali l’intercettazione è “generalista” poiché l’ospedale è un bacino ampio: si incontrano famiglie con profili molto eterogenei, con una quota rilevante di persone con background migratorio e in condizione di vulnerabilità. Nei progetti territoriali (hub/laboratori, spazi mamme, consultori) il target è misto e differenziato in relazione agli obiettivi degli interventi: da un lato famiglie in condizione di vulnerabilità socio-economica, abitativa e culturale, spesso straniere; dall’altro famiglie con risorse economiche che accedono anche a servizi a pagamento, alla ricerca di un supporto in relazione alla loro nuova condizione.

Un elemento che accomuna tutti i neogenitori infatti, a prescindere dalle condizioni socio-economiche, è quello di trovarsi in una condizione di vulnerabilità legata proprio al fatto di diventare genitori.

Dunque, trasversalmente al target, si riscontrano bisogni analoghi e ricorrenti, che parlano tanto della necessità di costruire competenze genitoriali ed educative, quanto di usufruire appieno di tutte le opportunità presenti sul territorio, che spesso pur essendo numerose risultano poco conosciute e accessbili.

In particolare, vengono evidenziati bisogni legati alla lettura dei bisogni evolutivi, soprattutto nei primi anni: fatiche nel comprendere segnali, tappe di sviluppo e differenze individuali; necessità di accompagnamento quando emergono bisogni speciali e fragilità, anche in assenza di un adeguato supporto sanitario e più in generale molto bisogno, portato dai genitori, di essere visti e “letti” nella loro specificità e nella singolarità della loro famiglia, e quindi di poter trovare, oltre a spazi collettivi, anche sostegni e supporti individualizzati.

Altri bisogni trasversali sono legati a vissuti di solitudine e di scarsità (anche temporanea) di reti sociali, di prevenzione della depressione post partum e sostegno alla salute mentale nel periodo perinatale e di supporto alla socializzazione e alla partecipazione comunitaria.

Inoltre, grande rilevanza assume il bisogno di orientamento e accompagnamento nell’accesso ai servizi, che pur essendo numerosi e spesso anche capillari, soprattutto nei contesti urbani come Milano, risultano poco accessibili, e carattetizzati da una scarsa integrazione tra livelli e attori (ospedale/territorio e servizi sociali/sanitari e educativi) che rende difficile per le famiglie reperire le corrette informazioni e accedere a tutte le opportunità disponibili, sia in termini di servizi che in termini di misure e interventi. A questo bisogno trasversale si aggiungono la necessità di mediazione linguistica e culturale per le famiglie straniere (mediazione non solo come traduzione, ma come comprensione di pratiche e aspettative) e di upporto nella gestione della relazione con la pubblica amministrazione (SPID, bonus, pediatra, esenzioni, pratiche).

Si registra un coinvolgimento paterno in crescita, accelerato in parte dal periodo post-Covid (grazie alla diffusione del lavoro da remoto): più papà partecipano all’ambientamento al nido e alle routine di entrata/uscita. Restano però aspettative ancora centrate sui “bisogni primari” (sonno, pasti, cambio), mentre i servizi provano a portare attenzione anche su benessere emotivo e qualità della giornata. Funzionano anche spazi dedicati ai papà (gruppi/incontri), che favoriscono l’espressione di fatiche e vissuti; si sottolinea che talvolta l’esclusione deriva anche da dinamiche intra-coppia. Rispetto alle nuove forme familiari (mono-genitorialità, coppie omosessuali), non emergono bisogni signofocativamente differenti, quanto piuttosto l’esigenza dei servizi di usare un linguaggio e pratiche inclusive (genitori vs mamma/papà) e di garantire accoglienza non giudicante.

A completamento della riflessione su reti, servizi e interventi nei primi mille giorni di vita, si sottolinea la necessità che servizi e operatori riescano a non fermarsi al bisogno portato, e quindi riconosciuto, dalle famiglie, per riuscire a leggere anche bisogni e domande implcite, o nascoste, ed agire di conseguenza una funzione di accompagnamento alle famiglie con un forte valore preventivo, attraverso la costruzione di relazioni accoglienti e non giudicanti e la facilitazione dell’accesso alla rete dei servizi.

Tabella 1 – Risposte specifiche correlate alla specificità del servizio o intervento implementato dalla singola organizzazione

Cooperativa Stripes – servizi educativi 0/3 e servizio di home visiting pedagogico: nel quadro dei servizi educativi 0-3, le famiglie arrivano per scelta educativa o necessità di conciliazione, mentre altre sono inviate dai Servizi Sociali (ad es. nel caso di madri collocate in comunità, ma non solo) che propongono l’asilo nido come servizio di sostegno alla genitorialità.

Se guardiamo alle famiglie accompagnate a frequentare il nido dai servizi sociali, il lavoro si focalizza sull’accoglienza e sull’attività di rete con i servizi, con una grande attenzione al coinvolgimento dei genotori; mentre il lavoro che si realizza con i bambini è uguale a quello realizzato con tutti gli altri bambini.

In generale, si lavora molto sul coinvolgimento delle famiglie, attraverso incontri e formazioni su vari temi legati alla genitorialità, dai temi più classici rispetto alla neo genitorialità (gioco, stimolazione, gestione del sonno, etc), all’accoglienza delle potenzialità del bambino da unpunto di vista emotivo e cognitivo, fino a interventi più specialistici da parte di terzi, come pediatri, osteopati o nutrizionisti.

Dal punto di vista dei bisogni, è importante sottolineare che non sempre i bisogni portati dalle famiglie coincidono con quelli che vengono rilevati dalle educatrici dei servizi. Noi vediamo una diffcoltà diffusa a interfacciarsi con i loro bambini e leggere veramente i loro bisognoi, soprattutto da un punto di vista emotivo e relazionale. Dunque un ruolo fondamentale dei servizi è di accompagnare le famiglie a leggere i bisogni dei bambini, attraverso la conoscenza delle tappe di crescita dei bambini e guardando allo sviluppo individuale, soprattutto nei casi in cui emerge la necessità di interventi più specifici.

Un’altra iniziativa sviluppata dalla cooperativa è quella dell’Hub di Desio[3], dove realizziamo attività per bambine/i nella fascia 0/12 mesi accompagnati da un adulto, e dal progetto di home visiting pedagogico, che può essere richiesto spontaneamente dalle famiglie o dai Servizi Sociali. Emergono bisogni trasversali di sostegno della relazione genitore/bambino, di confronto e rassicurazione sulle tappe evolutive del bambino e di uno spazio di confronto non giudicante. Rileviamo una grande “fame” di eventi, inziative e spazi di confronto da parte dei genitori, qualsiasi sia la loro condizione, ed è importante fare attenzione a intercettare anche le famiglie che hanno maggormente bisogno e che magari faticano ad esprimerlo.

Save the Children – progetto Fiocchi in ospedale: con riferimento al progetto Fiocchi in ospedale, abbiamo la possibilità di riportare uno sguardo nazionale e di tipo generalista, nel senso che intervenendo in ospedale si intercetta un bacino ampio e non selezionato intorno a specifiche tipologie di famiglie o di bisogno.

Il primo elemento è che tutte le famiglie che “mettono al mondo qualcuno” sono potenzialmente vulnerabili, anche quelle che per condizioni di contesto o di situazione famigliare o economica non evidenziano particolari criticità. Oltre a queste, il servizio interviene a favore di famiglie che sono segnalate dai servizi sociali o dai consultori famigliari, per mettere a disposizione una dote di cura, cioè un piccolo budget che serve a decomprimere un bisogno urgentissimo (come pagare una rata dell’affitto o spese sanitarie imporvvise) per consentire alla famiglia di realizzare un percorso insieme ai servizi.

I bisogni di base trasversali a tutti che ricorrono sono lavoro e alloggio, soprattutto nelle grandi città; accompagnamento linguistico e culturale per le famiglie con back ground migratorio (mediazione su temi come medicalizzazione della nascita, l’alimentazione, etc); bisogni sanitari, soprattutto nell’area della salute mentale e della dipendenza da sostanze. Problemi pregresssi che al momento della nascita possono acuirsi o aggravarsi.

Guardando, invece, ai bisogni più strettamente correlati con i primi 1000 giorni, emerge un bisogno legato alla genitorialità come acquisizione di una postura relazionale, perché spesso è necessario apprendere come relazionarsi con il bambino; un bisogno di integrazione tra i servizi nel periodo perinatale, che sono invece spesso frammentati e poco in comunicazione tra loro, con conseguente senso di smarrimento dei neo-genitori e difficoltà ad accedere alle opportunità disponibili; bisogni di accompagnamento educativo e di conoscenza delle opportunità e del valore dei servizi educativi al di là della conciliazione lavorativa; e infine un bisogno di relazioni accoglienti (non amichevoli, ma rispettose e accoglienti), gestite con un linguaggio chiaro, comprensibile e non giudicante.

Cooperativa Emmanuele – Consultorio Il Mandorlo e progetto Nakaté: il nostro intervento si colloca in un territorio da contestualizzare, che è quello della provincia lodigiana, caratterizzato dalla presenza di tanti Comuni piccoli e dispersi e un territorio per lo più agricolo, dove si è evidenziato negli anni un significativo incremento della migrazione, e in particolare la presenza di un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) con tante mamme di origine straniera e bambini piccoli.

Il consultorio lavora quindi sia con le mamme sia nell’intercettazione delle donne durante la gravidanza, con interventi mirati anche a prevenire la depressione post partum. I principali bisogni che riscontriamo sono quello relativi a un senso diffso di solitudine delle neo mamme e un forte bisogno di socializzazione e di partecipazione alla vita della comunità; all’accesso ai servizi – anche in relazione alla difficile mobilità sul territorio; al sostegno alla genitorialtà nei primi giorni di vita e poi per tutta la fase dei primi 1000 giorni, con una specifica attenzione al superamento delle esperienze traumatiche pregresse per le donne migranti, e alla prevenzione del maltrattamento infantile.

Associazione Mitades – progetto Fiocchi in ospedale, Spazio mamme e progetto di Home visiting : nei nostri interventi intercettiamo due target diversi. Con i progetti Fiocchi in ospedale e Spazio mamme, realizzati in collaborazione Save the Children, lavoriamo in territori periferici della città di Milano, con tante famiglie straniere e/o molto numerose e in povertà socio-economica e socio-culturale, dove il tema abitativo è ricorrente, dove capita anche di intercettare situazioni di violenza domestica. Si tratta di famiglie che hanno una accessibilità limitata ai servizi, o addirittura una non conoscenza dei servizi.

L’altro target è composto da famiglie che frequentano altri servizi di Mitades, che hanno maggiori opportunità economiche, e possibilità di accedere anche a servizi a pagamento.

Si tratta di un target che ha bisogni diversi ma che ha anche alcuni punti comuni, che sono legati alla vulnerabilità trasversale che caratterizza tutte le persone che diventano genitori.

Il primo è avere punti di riferimento chiari sul territorio, perché soprattutto dove ci sono tante oppprtunità, questo può creare confusione. È importante informare le famiglie e fare in modo che conoscano i servizi, per renderle autonome.

Il secondo è un suppirto genitoriale, da ua parte molto preciso e concreto rispetto alle tape della crescita, dall’altra fornendo spunti e strumenti più+ generali attraverso incontri con esperti o spazi di confronto per rinforzare i genitori sui propri sguardi, informandoli ma non andando a sostituirsi loro.

Il terzo è avere spazi dove fare esperienze ma anche solo dove essere accolti, non prestazionali, dove poter trascorrere del tempo fuori casa insieme al proprio bambino.

Dunque c’è un bisogno diffuso di tipo informativo ma anche di condivisione e socializzazione, in particolare per le mamme. Si intercettano i papà ma meno, ad eccezione dei nuclei stranieri dove spesso sono presenti per la conoscenza della lingua. Di fatto però, dove si creano spazi dedicati ai papà, che sono frequentati solo da italiani, questi portano gli stessi bisogni delle mamme e mostrano di avere bisogno di un’attenzione dedicata rispetto al loro vissuto do paternità e al ruolo che possono avere.

Guardando specificamente alle mamme straniere, il grande bisogno che si intercetta è quello della mediazione, che non è solo linguistica, ma anche e soprattutto culturale come avvinciamento e conoscenza al “funzionamento” della nascita in Italia e all’accesso ai servizi.

Infine, tutta l’area di bisogni legata al lavoro, e ai servizi educativi come strumento di conciliazione, che laddove non sono disponibili rendono molto difficile intraprendere un percorso lavorativo.

 

Quali interventi e/o strumenti di lavoro, diretti e indiretti, ritenete imprescindibili per rispondere ai bisogni evidenziati?

Gli strumenti ritenuti imprescindibili per rispondere ai bisogni evidenziati, in termini di interventi diretti alle famiglie si possono così sintetizzare:

  • Spazi di accoglienza informali e a bassa soglia, cioè spazi che siano visibili, raggiungibili, anche con mezzi pubblici, accessibili con passeggini e anche nelle ultime settimane di gravidanza, per favorire l’aggancio e la relazione; è importante che siano accessibili dai neogenitori senza criteri o vincoli, neanche ad esempio il vincolo della lingua italiana, o del possesso dei documenti di soggiorno. Devono essere spazi aperti in giorni e orari che siano chiari, senza appuntamenti e e dove le donne e le mamme sappiano di poter trovare una persona che le accoglie e che possano trovare un riferimento stabile.
  • Punti unici informativi e di accesso alla rete dei servizi, che siano a bassa soglia, cioè di facile accesso per tutti, e capaci di fornire informazioni univoche, cioè di dare informazioni chiare rispetto ai servizi che ci sono sul territorio, e che queste informazioni siano le stesse da parte di tutti i servizi. Si tratta in sostanza di costruire un’unica rete informativa che riesca a tenere insieme il tema della salute, dell’educazione, del supporto sociale, che sono ancora in questo momento molto frammentati.
  • Laboratori e attività genitore–bambino (anche con nonni o altri adulti di riferimento), che possano essere spazi di rafforzamento della relazione e al contempo di socializzazione e incontro. In questo senso risulta cruciale sviluppare e riconoscere i servizi per la prima infanzia come servizi alla persona aperti al territorio che compartecipano alla comunità educante. I servizi all’infanzia sono spesso poco riconosciuti dall’esterno come elementi di valore pubblico, anche dal livello istituzionale, che fatica a vederli parte della comunità educante. È necessario invece aiutare la comunità, il territorio e le famiglie a vedere i servizi 0/3 come un’oppportunità non solo per chi li frequenta, ma anche come spazi e luoghi aperti al territorio, che propongano iniziative con un taglio educativo a 360 gradi, che possano consentire di intercettare precocemente bisogni e situazioni di vulnerabilità.
  • Interventi fortemente personalizzati come home visiting/visite domiciliari (con taglio educativo o socio-sanitario a seconda dei modelli), e percorsi individualizzati che “vedano” la singola famiglia nella sua specificità, e che possono giocare un ruolo fondamentale dal punto di vista dell’intercettazione precoce non solo dei bisogni ma anche di situazioni di forte vulnerailità, della mammma o dell’intero nucleo.

Per quanto riguarda gli strumenti indiretti, e dunque i dispositivi di processo, gli approcci, le metodologie e gli elementi necessari al funzionamento degli interventi si individuano come imprescindibili:

  • La presenza di una regia istituzionale, che presidi e garantisca l’accesso ai servizi e che possa essere collocata in capo agli Ambiti Territoriali, che dovrebbero avere la regia e la capacità di essere flessbili e di collaborare con una rete di terzo settore che ricopra una funzione di facilitazione dell’accesso e di costruzione di reti. Una forte regia istituzionale, che oggi spesso manca o viene lasciata a enti del terzo settore attivi sul territorio, costituisce un elemento chiave per il funzionamento delle reti e per coinvolgere anche il mondo dell’impresa e del lavoro, che possono ricoprire un ruolo importante rispetto al sostegno ai neogenitori, che oggi è ancora poco esplorato.
  • La creazione e il mantenimento di una rete territoriale, che veda i servizi educativi in collaborazione con i servizi sociali e sanitari, per accompagnare le famiglie e facilitare l’accesso a servizi e opportunità, garantendo continuità.
  • La presenza nei servizi e nei progetti di équipe multidisciplinari, composte da diverse figire professionali che possano sostenere la genitorialità da diversi punti di vista e che possano garantire personalizzazione interventi e non standardizzazione.
  • Servizi di mediazione linguistico-culturale che siano strutturali all’interno di tutti i servizi e gli interventi, per garantire pieno accesso e fruibilità delle iniziative ai genitori stranieri.

 

Guardando alle misure e alle politiche pubbliche attive in questo ambito, in particolare a livello reagionale ma non solo, quali i Centri per la famiglia, i servizi di home visiting, i consultori: cosa funziona e cosa manca?

Si riconosce l’utilità del “punto unico di accesso” (Centri per la Famiglia/hub/spoke) per integrare informazioni su ambiti diversi; tuttavia, sul campo il marchio “Centro per la Famiglia” è ancora poco riconosciuto dalle famiglie, che arrivano più grazie relazioni pregresse o a specifiche attività, che per etichetta istituzionale. In Lombardia non è ancora diffusa e riconosciuta universalmente, come forse in altre regioni, l’idea di potersi rivolgere a un Centro per la famiglia.

Sempre su questo fronte, in particolare in relazione al rapporto consultori–centri per la famiglia si segnala timore di sovrapposizione: in Lombardia (con i consultori “integrati”) la transizione richiede chiarimenti di confini; si descrive un indirizzo che distingue il consultorio come funzione sanitaria e di cura e il Centro per la famiglia come funzione socio-educativa e di orientamento, ma è necessario articolare con chiarezza le rispettive funzioni e le forme di collaborazione.

Sempre nell’ambito dei Centri per la famiglia, ma non solo, è importante evitare il rischio di irrigidimenti burocratici (schede di invio e tracciamenti) che, pur comprensibili per finalità di sistema, possono appesantire i processi e rallentare o frenare l’accesso delle famiglie.

Si evidenzia la necessità di una regia pubblica forte, in capo prioritariamente agli Ambiti Territoriali, capace di coordinare e mettere a sistema, ma anche flessibile nel valorizzare chi genera fiducia sul territorio ed entra effettivamente in contatto diretto con le famiglie (es. mediatori, terzo settore).

Quanto all’home visiting, viene rimarcata la differenza tra modelli educativi territoriali (pedagogisti) e modelli socio-sanitari (ostetriche/équipe multidisciplinari), con la necessità di chiarezza terminologica e operativa, ma anche di dare maggiore visibilità e accessibilità alla sperimentazione in corso in Lombardia: si tratta di servizi a cui le neo-mamme non accedono per mancanza di informazioni o per problemi di competenza tra gli ospedali e le ASST di residenza.

In questo senso risulta fondamentale rafforzare da una parte la capacità informativa dei punti nascita, dall’altra considerare che non è sufficiente perché il momento del parto può non essere il momento giusto per recepire informazioni. Da qui la necessità di sviluppare e rafforzare le relazioni tra le ATS, le ASST e la rete dei pediatri e dei medici di medicina generale, che incontrano le famiglie nei mesi successivi al parto, perché possano anche loro veicolare informazioni rispetto a servizi di sostegno e alle relative modalità di accesso.

Quali indicazioni chiave per rafforzare le politiche pubbliche sui primi 1000 giorni?

Le proposte convergono su:

  • continuità e presa in carico più ravvicinata: il percorso non dovrebbe “finire” al corso preparto, ma proseguire con un accompagnamento strutturato post-nascita, secondo una prospettiva di cura intesa in senso ampio: psicologico, relazionale e sociale, con un’ informazione tempestiva e un orientamento già dal punto nascita;
  • accessibilità reale: corsi preparto e servizi devono essere raggiungibili per orari, mezzi pubblici, lingua e comunicazione (soprattutto per donne migranti), così da intercettare precocemente anche chi oggi resta fuori o fatica ad accedere;
  • stabilizzazione dei dispositivi efficaci: superare frammentazione e precarietà progettuale, trasformando buone pratiche (mediazione, home visiting, spazi a bassa soglia, reti territoriali) in politiche/servizi strutturali;
  • governance integrata e rete stabile: coordinamento tra sanitario, sociale ed educativo, con una regia istituzionale chiara e verifiche di implementazione, ma costruita con il contributo del terzo settore e degli attori di prossimità;
  • valorizzazione di reti cittadine e territoriali (es. tavoli tematici) come dispositivi permanenti di ascolto, lettura dei bisogni e progettazione, secondo una prospettiva di comunità educante capace di coinvolgere e attivare tutte le componenti del territorio.

 


  1. Documento d’indirizzo frutto del lavoro di un gruppo internazionale di esperti e di una vasta consultazione con governi, centri di ricerca e organizzazioni internazionali, coordinato dal Dipartimento per le cure a donne e bambini dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, presentato insieme a Unicef e World Bank a maggio 2018. ↑
  2. Erica Amprino, Associazione Mitades: dal 2009 l’associazione lavora nell’ambito degli interventi per i primi 1000 giorni e per la fascia 0-6 anni, nella zona nord ovest di Milano; collabora inoltre al progetto Fiocchi in ospedale e allo Spazio mamme promosso da Save the Children nel quartiere di Quarto Oggiaro a Milano; coordina il tavolo 1000 giorni che aggrega varie realtà di Milano che si occupano di interventi nei primi 1000 giorni.Valentina Polizzi e Marta Francesca Romana – Save the children: riportano riflessioni in particolare dal progetto Fiocchi in ospedale, dalla partecipazione all’Alleanza per l’infanzia, al Centro per la salute dei bambini, e al programma Primi passi – in avvio con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – che prevede assistenza tecnica a 80 Ambiti Territoriali per lo sviluppo di equipe multidisciplinari che accompagnino le famiglie nei primi 1000 giorni.Enrica Bianchi – Cooperativa Emmanuele: porta al focus l’esperienza della cooperativa dalla gestione del Consultorio Il Mandorlo a Caslpusterlengo (Lodi), consultorio familiare accreditato di matrice laica (unico nella provincia), dalla gestione di servizi come micro nido, spazio gioco, dalla gestione del nido comunale e dall’implementazione del progetto Nakatè sostenuto da Con i Bambini nel quadro del fondo di contrasto alla povertà educativa.

    Susanna Serati e Valentina Sala, Cooperativa Stripes: Susanna è pedagogista nei servizi educativi dell’ area 0-6; Valentina, project manager dell’area Sviluppo e Territorio, porta riflessioni dal progetto PariPasso, iniziativa nazionale dedicata ai primi 1000 giorni, finanziata da Con i Bambini nel quadro del fondo di contrasto alla povertà educativa.. ↑

  3. https://www.pedagogia.it/stripes/paripasso-per-crescere-insieme/↑