Il Rapporto: un quadro generale
In data 25 febbraio 2026 è stato presentato a Milano il 31° Rapporto sulle Migrazioni di Fondazione ISMU ETS. Come ogni anno, il Rapporto offre un quadro preciso e puntuale sul fenomeno delle migrazioni nel contesto italiano, mettendo in luce dati, riflessioni e prospettive. Dopo un focus generale in ambito demografico e giuridico, esso affronta temi legati all’inclusione dei migranti, alle pratiche di convivenza e alle migrazioni in Italia nel contesto dello scenario europeo e internazionale. Inoltre, per la prima volta, trova spazio nel Rapporto la ricerca applicata come osservatorio sulle migrazioni, con lo scopo di valorizzare il patrimonio di conoscenze derivante dai progetti di ricerca sul campo in cui la Fondazione è coinvolta.
Dallo studio del fenomeno migratorio relativo all’anno 2025, emerge un quadro pressoché in continuità con gli anni precedenti, sia a livello di numeri che di disuguaglianze che permangono e si cronicizzano, in uno scenario politico nazionale ed europeo che fa sempre più propri tratti come l’esternalizzazione, la restrizione e il contrasto dei flussi migratori. Emergono, tuttavia, anche dei trend differenti e di segno positivo, quali ad esempio la valutazione crescente dell’immigrazione come risorsa in relazione alla sfida dell’invecchiamento della popolazione e alcuni progressi nell’ambito del lavoro delle donne immigrate (si veda più avanti).
Il Rapporto: alcuni dati
Al 1° gennaio 2025, gli stranieri presenti in Italia risultano 5 milioni e 898mila[1], in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Le nazionalità più rappresentate sono quella romena (19,6% del totale), albanese (7,7%) e marocchina (7,7%), ormai radicate nel nostro Paese. Per quanto riguarda gli arrivi, si registra una diminuzione via terra (frontiera italo-slovena) e una stabilità rispetto al 2024 via mare. Continua il trend di crescita degli stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana (oltre 200.000 l’anno), tra cui molti sono giovani di seconda generazione. Anche la forza lavoro straniera risulta in aumento. I settori di maggiore impiego rimangono i servizi personali e collettivi e l’agricoltura, seguiti da turismo e costruzioni. Questo si traduce generalmente in bassi salari e forte incidenza della povertà. Per quanto concerne la religione, sul totale della popolazione immigrata residente calano i cristiani (52%) e aumenta l’incidenza dei musulmani (31%). In ambito scolastico, si segnala come controtendenza il numero crescente di iscrizioni degli alunni stranieri ai licei, soprattutto tra i nati in Italia, sebbene i livelli di istruzione tra italiani e stranieri rimangano a favore dei primi.
Il Rapporto: il contesto lombardo
Al 1° gennaio 2025, in Lombardia risiedono 1.221.520 cittadini stranieri. Il dato è aumentato rispetto al 2024 e rappresenta il 12,2% del totale della popolazione lombarda. Le province che ospitano più stranieri in termini assoluti sono Milano, Brescia e Bergamo, mentre all’ultimo posto troviamo Sondrio. Romania, Egitto e Marocco i Paesi di origine più rappresentati. A seguire, Albania, Cina, Ucraina e Filippine. In linea con il dato nazionale, l’acquisizione della cittadinanza mostra un trend in crescita: nel 2024 sono 57.055 i nuovi cittadini italiani lombardi di origine straniera. Per quanto concerne la composizione familiare, la Lombardia, insieme all’Emilia Romagna e al Veneto, ospita la maggior parte dei nuclei stranieri numerosi. La provincia di Milano, infine, ha il primato italiano per numero di alunni con cittadinanza non italiana nelle scuole (la Lombardia del resto accoglie il 26% del totale nazionale) e per numero di minori stranieri non accompagnati presenti.
Il progetto BOnD: la partecipazione lavorativa delle donne con background migratorio in Lombardia
A ormai più di 30 anni dalle prime migrazioni numericamente rilevanti sul territorio lombardo, il tema della partecipazione lavorativa delle donne con background migratorio risulta essere quantomai attuale, anche se spesso relegato ad aspetto secondario dato il carattere spesso “al seguito” della migrazione femminile. Rispetto alla controparte maschile però, le donne portano con sé aspettative e valori molto diversi circa il lavoro, che è quindi un ambito in cui motivazioni pratiche, vincoli, opportunità e aspettative culturali si intrecciano in modo profondamente organico.
Il progetto BOnD – Between Origin and Destination nasce appunto per cercare di far luce su come questi fattori si vadano ad intrecciare, con l’intento specifico di andare ad approfondire il ruolo di tutto ciò che non è strutturale nello spiegare la partecipazione lavorativa delle donne con background migratorio. Data la possibile rilevanza di processi di cambiamento e integrazione culturale, la lente primaria di osservazione è quella generazionale, ovvero di come le diverse generazioni migratorie mostrino pattern decisamente differenti sia tra di loro che tra loro e la controparte nativa senza background migratorio[2].
Origine e integrazione lavorativa: tra tassi di partecipazione e nicchie occupazionali
Un punto di partenza rilevante nel tracciare lo scenario lombardo è il sottolineare sia l’estrema diversità in merito alla partecipazione lavorativa femminile che l’estrema concentrazione occupazionale che caratterizza alcuni gruppi. Se si guarda alla partecipazione, si passa infatti dal 66,4% di donne cinesi occupate a tempo pieno al 22,5% delle donne di origine africana. In linea generale, si osservano tre situazioni principali: da un lato le donne di origine cinese con tassi di partecipazione lavorativa superiore a quelli delle italiane, un blocco centrale ad alta partecipazione che include donne sudamericane (Ecuador e Perù in primis), asiatiche (Filippine) o est-europee (Romania e Ucraina), e un blocco a scarsissima partecipazione che include l’Africa e il subcontinente indiano. A completare questa informazione, vi è quella legata al settore di occupazione, in cui si riscontra una chiara concentrazione in settori specifici, con le donne cinesi maggiormente occupate nella ristorazione e nelle attività commerciali a base etnica, le donne di origine sudamericana ed est europea nel settore dell’assistenza domiciliare, e le originarie dell’Asia orientale a dividersi tra servizi a domicilio, servizi sociosanitari e ristorazione. La lettura di questi dati conferma come ad un’elevata partecipazione di alcuni gruppi di donne faccia da contraltare la loro concentrazione in settori solitamente a bassa paga e basse competenze.
Differenze generazionali e integrazione lavorativa
La lettura appena proposta ben si presta ad un primo inquadramento del contesto lombardo, ma il suo approccio statico risulta poco utile nel capire i profondi cambiamenti che stanno attraversando la società lombarda, e il ruolo delle donne migranti in tali cambiamenti. A tal proposito, verranno ora proposti e commentati i dati relativi alla partecipazione lavorativa e al settore occupazione suddivisi per generazioni migratorie (prime e seconde), mantenendo sempre le donne senza background migratorio come termine di confronto. Guardando alla partecipazione lavorativa, si osserva un gradiente lineare: il tasso di occupazione full-time è infatti più alto per le donne native (73%), intermedio per le seconde generazioni (52%) e più basso per le prime generazioni (45%). Specularmente, i tassi di non occupate e casalinghe mostrano una tendenza esattamente contraria. Se si guardano invece i settori occupazionali, due letture emergono chiaramente: per prima cosa, la netta diminuzione delle assistenti familiari (badanti) tra la prima (22%) e la seconda generazione (5%), e una lettura simile viene rilevata anche per le operaie nei servizi generici (dall’11% all’1%). Al contempo, si vede un aumento delle professioni impiegatizie (dall’11% al 19%), di quelle nelle attività commerciali (commesse) (dal 7% al 17%) e nella ristorazione (dal 12% al 20%). Si nota inoltre come la presenza delle donne di seconda generazione nella ristorazione e nelle attività commerciali sia maggiore di quella delle donne native, il che segnala come le donne di seconda generazione stiano andando verosimilmente ad occupare settori lasciati parzialmente scoperti dalle donne native.
Il ruolo della cultura
Il dato che emerge con più chiarezza dai punti precedenti è l’aumento nei tassi di occupazione femminile tra le prime e le seconde generazioni. Considerato che prime e seconde generazioni condividono buona parte dei vincoli e delle opportunità del contesto lombardo, questo dato può essere spiegato attingendo ad argomenti di natura più culturale e valoriale. La letteratura di riferimento mostra, e i dati raccolti all’interno del progetto BOnD confermano, come gli atteggiamenti verso la parità di genere tendono a farsi più positivi e progressisti nel passaggio tra le due generazioni migratorie. Le seconde generazioni infatti, essendo cresciute, formate e socializzate in un contesto di maggiore apertura rispetto alla maggior parte dei paesi di origine, sarebbero una sorta di ponte culturale tra la generazione dei loro genitori e la società ospitante. Non sorprende infatti come la relazione tra gli atteggiamenti verso la parità di genere e la partecipazione al mercato del lavoro sia stretta e decisamente forte. Al punto che il tasso di occupazione si attesta all’87% per le donne con atteggiamenti più progressisti e al 35% per quelle più tradizionaliste. Tali dati confermano come la cultura possa offrire una chiave di lettura importante per analizzare sia la partecipazione eterogenea delle donne con background migratorio, sia i cambiamenti di tale partecipazione.
Conclusioni
Due conclusioni principali possono essere tratte guardando al contesto lombardo. Da un lato permangono sia forti differenze di partecipazione lavorativa che concentrazioni occupazionali dovute al luogo di origine, che fanno emergere e rinforzano l’esistenza di profili tipici per le donne migranti. Tali profili si fanno però più sfumati e meno netti per le seconde generazioni, che mostrano chiare indicazioni di maggiore integrazione nel mercato del lavoro lombardo, sia per quanto riguarda i tassi di occupazione che per quanto riguarda l’abbandono di nicchie etniche e/o mansioni ad alta specificità. Tale cambiamento, come mostrato dai dati raccolti all’interno del progetto BOnD, potrebbe essere spiegato in larga parte da un cambiamento di natura culturale che, partendo dagli atteggiamenti molto tradizionalisti delle prime generazioni, ha portato a un’apertura e a un sostegno maggiore verso la parità di genere per le seconde generazioni, che si è poi tradotto in aumentata partecipazione lavorativa.
- Tutti i dati riportati sono tratti dal Rapporto sulle Migrazioni di Fondazione ISMU ETS, che si basa su dati ISTAT. ↑
- Tutte le informazioni riportate in questa seconda parte di articolo provengono da una survey realizzata con Campionamento per Centri in Lombardia tra il Dicembre 2024 e il Marzo 2025. Un totale di 2800 persone sono state intervistate, equamente divise tra nativi/e, prime e seconde generazioni. Tra le varie, sono state fatte domande circa gli atteggiamenti verso la parità di genere e la condizione lavorativa. Per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del progetto e al capito 16 contenuto nel rapporto ISMU prima menzionato. ↑


