Fondazione Somaschi[1] è da sempre impegnata nel contrasto alla violenza di genere, offrendo supporto e protezione alle donne e ai loro figli. Dal 2017 ha deciso di occuparsi anche degli uomini che agiscono violenza, con un’équipe dedicata, dando via al gruppo “non più violenti”, oggi riconosciuto come CUAV (centro per uomini autori di violenza di genere). Questo percorso ha portato poi alla sperimentazione di iniziative di prevenzione rivolte specificatamente agli uomini. In questo articolo verrà raccontata sinteticamente l’esperienza di un gruppo dedicato a uomini padri, per dare risalto all’importanza delle iniziative di prevenzione e di come la genitorialità sia frequentemente una leva per riflettere sul sé. Per questo può essere utile formarsi su le interconnessioni tra genitorialità e violenza, prevenzione e trattamento, per uno sviluppo degli interventi a contrasto della violenza di ampio impatto.
Da dove nasce “progetto Andrea”
Come anticipato, l’impegno di Fondazione Somaschi nel lavoro con gli uomini che agiscono violenza di genere nasce anni fa dalla riflessione che l’impegno nel contrasto alla violenza non dovesse rivolgersi solo alle donne, col rischio di far ricadere su di loro tutta la responsabilità: interrompere la relazione, mettersi in protezione, alle volte con la fantasia di “cambiare o salvare” il proprio partner. La scelta non è stata ovviamente isolata, si inserisce in un movimento collettivo connotato da un salto “quasi simbolico, per cui sta diventando senso comune che la violenza sulle donne è prima di tutto un problema maschile”[2]. I primi programmi rivolti agli uomini che agiscono violenza nelle relazioni intime risalgono agli anni ’70 in America e per lungo tempo in Italia non si sono sperimentati che piccoli gruppi che cercavano di praticare autocoscienza maschile, sul tracciato delle esperienze femministe. È alla fine degli anni ’90 che nasce “Il cerchio degli uomini[3]”. Questa breve digressione è utile a inquadrare il percorso stesso di Fondazione e anche quelle che saranno le difficoltà ora narrate nell’avviare questa iniziativa, in particolare in termini preventivi.
Oggi Fondazione Somaschi gestisce un CUAV (centro per uomini autori di violenza) all’interno del progetto UOMO, finanziato da ATS Milano in partnership con CIPM, e al contempo promuove varie iniziative con altre fonti di finanziamento, tra cui progetto Andrea, finanziato da Fondazione comunitaria Nord Milano. Questa iniziativa parte dalla convinzione profonda che prevenire è meglio che curare quindi diventa importante essere in grado di intercettare precocemente e accompagnare gli uomini a una riflessione su sé stessi prima che arrivino a scegliere di agire violenza per gestire le proprie relazioni intime. Il progetto si chiama Andrea per diversi motivi: il più intuibile, forse, è perché è un nome che in lingua italiana si può usare indiscriminatamente, andando oltre la distinzione rigidamente declinata al maschile e/o al femminile dell’attribuzione del nome. L’etimologia della parola poi è “andros” che in greco significa uomo, individuando quindi già nel nome a chi si rivolge il progetto. Infine, è nella sede di Casa Andrea, accoglienza maschile, che nasce l’idea progettuale e il suo stesso responsabile si ispira alla canzone di De Andrè “Andrea” che inizia con “Andrea s’è perso, s’è perso e non sa tornare” e tratta della difficoltà di un uomo ad affrontare la fine di un amore. Riprendere così nel dettaglio la scelta del nome ci aiuta a descrivere le azioni di questo progetto:
- Sensibilizzazione, attraverso eventi pubblici, in collaborazione con le realtà istituzionali e associative del territorio;
- Formazione e informazione ad enti di educazione non formale o informale, come associazioni sportive;
- Divulgazione di iniziative e informazione attraverso le web radio giovanili;
- Creazione di gruppi di confronto per uomini.
Ciascuna di queste è portata avanti da un gruppo multidisciplinare che offre in ciascuna occasione luoghi di confronto e di riflessione sul sé, partendo da situazioni comuni a tutti: una notizia di cronaca, un’esperienza personale, l’ascolto di una canzone, proprio come il nome suggerisce. L’esperienza ha portato a consolidare una metodologia specifica di lavoro nel campo della prevenzione che nell’ultima azione, quella dei gruppi, trova la sua più ampia applicazione. Di seguito, quindi, la prima esperienza di gruppo svolta, rivolta in particolare ai padri.
Come avere successo nella vita… da papà[4]!
Il titolo scelto per il volantino è volutamente provocatorio. La scelta di utilizzare il campo della competizione e del successo, tipicamente maschile, è stata pensata da una parte per attrarre dall’altra per far sorgere domande. Questa, ma soprattutto l’idea di rivolgere l’iniziativa ai padri, è stata un’intuizione efficace del team che ha coprogettato l’iniziativa, ovvero conduttore e conduttrice di Somaschi insieme ai partner territoriali di Welcome Family, il centro per le famiglie di Rho, snodo della coprogettazione di welfare territoriale “Oltre i perimetri”[5]. La genitorialità, infatti, è spesso una leva: molti uomini che si rivolgono al CUAV arrivano perché spinti dalla volontà di non perdere totalmente il rapporto con i propri figli. Sono accessi spontanei, ma più frequentemente su invio dei servizi di Tutela Minori, spesso anche supportati da un mandato dell’autorità giudiziaria. Per molti uomini, è più facile lavorare sul riconoscimento delle emozioni dell’altro e sulle conseguenze del proprio agito partendo dalla rielaborazione di esperienze che riguardano le interazioni con i propri figli. Questo dà accesso a una riflessione che poi porterà, in seguito, a promuovere una maggiore analisi e riflessione sulla relazione con la partner. In prevenzione, questo principio è rinforzato dal fatto che l’esperienza degli asili nido e del centro famiglia ci porta il dato che sempre più uomini, giovani padri, sono presenti nel rapporto con questi luoghi, partecipano agli incontri dedicati, dimostrando un maggiore interesse e impegno rispetto al proprio ruolo di cura, rispetto a generazioni passate. La scelta è quindi stata di dedicare un percorso a loro, per introdurre alcuni temi cardine del processo di decostruzione degli stereotipi e di consapevolezza di ciò che ha influito nella creazione della propria identità di genere, alla base del lavoro di prevenzione alla violenza di genere, partendo dal proprio essere padri.
A differenza di altre iniziative simili sperimentate negli anni precedenti, questa ha avuto un sorprendente numero di partecipanti. Il radicamento territoriale del Centro per le famiglie e l’attivazione della rete dei nidi che hanno supportato l’iniziativa, non solo inviando il volantino, ma presentandolo nelle occasioni di incontro, ha permesso che l’opportunità fosse conosciuta e riconosciuta come un’occasione. Il gruppo, svoltosi tra marzo e maggio, si è caratterizzato fin da subito per la sua eterogeneità (di età, esperienze di genitorialità, familiarità col setting proposto). In totale hanno partecipato 11 uomini. Come anticipato, il metodo di lavoro si basa su alcuni elementi chiave: una co-conduzione multidisciplinare e rappresentativa del genere femminile e maschile; un setting protetto e riservato dove poter comunicare in libertà; l’equilibrio tra la scelta di strumenti e/o attivazioni riguardanti la tematica e lo spazio sia alle narrazioni dei singoli partecipanti che al confronto all’interno del gruppo, passando dal macro al micro, dal generale al personale. La parola è al centro dell’esperienza in quanto il linguaggio, nell’ottica presentata, oltre a essere uno strumento di comunicazione del genere umano, gioca un ruolo fondamentale nella creazione di ciò che definiamo “realtà”. Si è scelto lo strumento della parola poiché risulta uno strumento tutt’ora studiato in molti campi della conoscenza umana, e la comunità scientifica ormai è concorde nell’attribuire al linguaggio la qualità di contribuire attivamente alla formazione di ciò che percepiamo essere contesto, cultura e la nostra stessa essenza. Le parole infatti non hanno solo funzione descrittiva di un fenomeno, ma agiscono come strumenti che plasmano i nostri processi di pensiero e, per esteso, possono essere viste anche come vere e proprie azioni sul mondo, anche interiore. Creare quindi spazi dove raccontarsi e costruire nuovi scenari, dove esiste una maschilità libera da stereotipi, dove è possibile rileggere le proprie dinamiche relazionali, valutando alternative qualora queste siano poco rispettose o violente, è uno strumento forte per un cambiamento culturale che passa dal favorire nuove consapevolezze e capacità di scelta all’interno della sfera d’azione dei singoli individui.
Da un punto di vista operativo, invece, la possibilità di partecipare anche solo ad alcuni incontri ha fatto sì che il gruppo variasse leggermente tra un incontro e l’altro, per quanto diversi partecipanti abbiano partecipato a tutti gli incontri, ma altresì ha portato persone, che normalmente non avrebbero partecipare a un tale laboratorio, di sperimentarlo. Il sottogruppo costante di partecipanti e la doppia conduzione hanno permesso, in ogni caso, il mantenimento del focus. Raccogliendo il bisogno d’arrivo ovvero il confronto in merito all’essere genitori, il gruppo ha poi affrontato alcuni pregiudizi di carattere stereotipico, riguardanti l’ambito della cura, degli stili educativi e la sessualità (tema molto sentito dal gruppo, in particolare rispetto alle proprie dinamiche di coppia), promuovendo una riflessione aperta e dialogante nei temi trattati, ovvero la maschilità oggi. È emerso un bisogno di poter continuare a confrontarsi su questi temi, con una modalità simile a quella proposta in questa prima parte di progetto. È infatti in corso di riprogettazione il proseguo dell’iniziativa, ne verrà replicata anche un’edizione nel comune di Bollate in partnership con Comuni Insieme e parallelamente ci sarà l’occasione di partecipare a un altro percorso di gruppo, non dedicato specificatamente alla genitorialità, presso lo spazio culturale Tilane di Paderno Dugnano[6].
Luci e ombre del lavoro sulla genitorialità
Nel complesso l’esperienza è stata quindi positiva, in termini di partecipazione ed esito. È bene però riflettere criticamente sulle difficoltà riscontrate e sulle prospettive di questo lavoro nel futuro. Il principale elemento che l’esperienza sul campo porta a sottolineare è che non è sufficiente una metodologia forte da parte degli esperti per la buona riuscita dell’iniziativa, in quanto in assenza di un forte radicamento sul territorio e/o una attenta coprogettazione con i soggetti del contesto sociale all’interno del quale si interviene, il rischio che l’iniziativa non si diffonda, sia svalutata o non intercetti il target è altissimo. Non tutti i territori però e le realtà che lo abitano, istituzionali o no, sostengono questo tipo di iniziative. Inoltre, il lavoro culturale portato avanti mira non solo a promuovere riflessione con chi partecipa alle iniziative, ma soprattutto a capacitare i loro ambienti di vita affinché l’iniziativa possa avere un effetto moltiplicatore. Questo lavoro richiede operatori dedicati, con disponibilità di orari di lavoro flessibili, in quanto queste iniziative si svolgono preferibilmente nel week end o in orari pomeridiani/serali, e una continuità progettuale. Questo è un nodo comune trasversalmente alle iniziative di prevenzione oggi, che hanno ridotte occasioni di finanziamento, o economicamente ridotte rispetto alle iniziative trattamentali riparative, e discontinue.
Il tema della genitorialità all’interno delle iniziative di contrasto e prevenzione alla violenza è però quanto più che urgente: citando l’ultima indagine del Garante per l’Infanzia e l’adolescenza insieme a Terre Des Hommes e CISMAI[7], la violenza assistita[8] riguarda un terzo dei minori maltrattati, fenomeno secondo solo alla trascuratezza (neglect) tra le tipologie di maltrattamento. Questo porta a sottolineare l’importanza del lavoro in primis con le persone di minore età, per la rielaborazione del trauma e lo sviluppo di fattori protettivi che possano limitare la possibilità che da adulti si ritrovino nella posizione di essere vittime o autori di violenza di genere. Benché, infatti, non tutti coloro che subiscono violenza nell’infanzia diventino vittime o autori, è frequente riscontrare esperienze di abusi nell’infanzia nella storia degli uomini che accedono al CUAV[9].
La prevenzione, quindi, è da rivolgere sia a chi diventa padre, affinché si supporti lo sviluppo di una genitorialità positiva, rinforzando anche le consapevolezze legate alla propria identità e socializzazione maschile e come questa impatti nelle proprie scelte da padre, ma può essere rivolta anche alle nuove generazioni, non solo intercettando chi è coinvolto in violenza assistita. Riprendendo il rapporto di Save the children[10] (2025) su “L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo?” esistono ancora enormi miti da sfatare, a partire dalla sessualità che viene connotata da paura del giudizio sociale, da ansia da prestazione e ancora poca chiarezza su masturbazione, pornografia e protezione. Inoltre, le relazioni oggi non solo si connotano da pregiudizi, stereotipi e scarsa informazione, ma crescono i nuovi rischi legati allo sviluppo della dimensione relazione online. Non è un caso se in Europa 19 Paesi abbiano reso obbligatoria l’educazione sessuale a scuola, spesso ampliandola oltre gli aspetti più prettamente legati alla biologia, per includere temi come relazioni, consenso e ruoli di genere. Sappiamo quanto questo tema in Italia oggi sia ancora dibattuto. È bene però citare come ATS Milano nella destinazione dei fondi destinati allo sviluppo dei CUAV abbia allocato risorse per la prevenzione, per quanto dedicate solo, nello specifico, ad iniziative per ragazzi e ragazze di minore età.
Conclusioni
Questo articolo non poteva che concludersi con una riflessione rivolta a colleghi e colleghe impegnate quotidianamente nei lavori di cura. Un elemento che prepara e rende efficace il lavoro nel campo del contrasto alla violenza di genere è un costante lavoro su di sé. Nominare la violenza e lavorare in particolare con chi l’ha agita richiede aver ripercorso le proprie esperienze e nominato quelle dove si è vissuta la dimensione della violenza e aver fatto i conti con il riconoscimento della potenziale scelta di agire violenza interna a ciascuno di noi. Per questo il confronto interno a Fondazione Somaschi, in rete con il direttivo della Scuola IRS per il sociale, promotore dell’iniziativa, e l’associazione Paviol[11], ha portato alla costruzione di un team multidisciplinare e multi organizzativo per offrire un’esperienza formativa specifica su questi temi, basata sullo studio approfondito della materia, arricchito dalle esperienze sul campo dei professionisti coinvolti, all’interno di sessioni laboratoriali in cui sperimentare e conoscersi, oltre che apprendere nuove nozioni. Per chi fosse interessato, il primo appuntamento è il 2 e 3 ottobre e verterà proprio sulla genitorialità. Tutte le informazioni sono contenute nella pagina dedicata della Scuola.
“Perché se il problema è sistemico, la soluzione deve essere collettiva” (I.Facheris)
- Centri Antiviolenza (CAV) https://www.fondazionesomaschi.it/interventi/centro-antiviolenza/; Centri per Uomini Autori di Violenza (CUAV) https://www.fondazionesomaschi.it/interventi/centro-per-uomini-autori-di-violenza/ ↑
- Bozzoli, Merelli, Ruggerini, 2017. ↑
- https://cerchiodegliuomini.org ↑
- Volantino ↑
- Oltre i perimetri: https://www.oltreiperimetri.it/la-mappa-del-tesoro/; ↑
- Per seguire le iniziative, è possibile seguire la pagina facebook di progetto UOMO, il sito di Fondazione oppure scrivere ad andrea@fondazionesomaschi.it per maggiori informazioni. ↑
- Fonte rapporto: https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2025-06/iii-indagine-maltrattamento.pdf ↑
- Per violenza assistita intra familiare si intende l’esperire da parte del minorenne di qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale psicologica, sessuale, economica e atti persecutori su figure di riferimento su altre figure affettivamente significative adulte o minorenni di particolare gravità è la condizione degli orfani denominati speciali vittime di violenza assistita da omicidio. In generale col termine farne esperienza si intende sia le forme dirette ovvero quando la violenza avviene nel campo percettivo del minorenne, sia indirettamente, ovvero quando il minorenne ne viene a conoscenza o vive l’ambiente in cui viene interpretata una violenza intima intra familiare. ↑
- La letteratura scientifica ci dice che il 30% di chi agisce violenza ha subito o assistito a violenza in minore età (Pauncz, 2015). ↑
- Fonte ricerca: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/educazione-affettiva-e-sessuale-in-adolescenza-a-che-punto-siamo ↑
- https://paviol.org ↑


