A sei anni di distanza dal clamore mediatico suscitato dalla vicenda di Bibbiano, gli assistenti sociali della Lombardia si sono aperti ad un confronto sulla ferita più grande della loro professione e sugli effetti devastanti che ne sono scaturiti.
Il seminario “La legittimità dell’intervento dei servizi di protezione dei diritti dei bambini. Dal processo mediatico al processo giudiziario”, che il Consiglio Regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali lombardo (CROAS) ha organizzato presso il Palazzo Reale di Milano nel mese di febbraio, ha costituto una giornata per riflettere sulla legittimità delle funzioni esercitate dalla figura dell’assistente sociale, nel rispetto della cornice giuridica e del suo mandato professionale ed istituzionale.
Il seminario ha visto diversi interventi da parte di esperti e ha raccolto un grande interesse, raccogliendo tra presenza e collegamenti online oltre mille partecipanti.
A partire da questa giornata LombardiaSociale, in collaborazione con il CROAS, pubblica due contributi: il primo, a cura di Manuela Zaltieri e Simona Regondi, del Consiglio Regionale dell’Ordine, esplora le ragioni del seminario e il contributo che l’ordine lombardo ha voluto dare al dibattito su questi temi; a seguire, invece, riportiamo l’intervento di Gino Mazzoli, che presenta un’analisi dettagliata della vicenda di Bibbiano, e delle sue ricadute, individuando lezioni apprese e prospettive future.
Ho definito la vicenda Bibbiano un epicentro multistrato dove si sono incrociati diversi livelli di problemi, tutti estremamente rilevanti, oscurati da un sensazionalismo mediatico che li ha coperti e mescolati. Dipanare questa matassa è molto importante, perché uscendo da questo labirinto è possibile trarre alcune lezioni molto utili per i servizi sociali, ma anche per tutta la comunità e per la nostra democrazia.
In gioco infatti ci sono dei problemi etico politici enormi. Non è la solita vicenda del mostro sbattuto in prima pagina e non è nemmeno la ormai trita e ritrita polemica tra garantisti e giustizialisti. È importante dunque dipanare la matassa per riuscire a vedere la posta in gioco. Un oggetto molto prezioso che è stato seppellito dal consueto trita carne mediatico e che verrà seppellito di nuovo da affermazioni semplificatorie anche dopo che saranno assolti tutti gli imputati, come avviene per tutte le situazioni troppo complesse per poter essere viste nella loro nella loro interezza. La verità è accecante. Per difenderci usiamo lenti affumicate e distorsioni.
I cinque strati dell’epicentro
1) Lapidazione mediatico-giudiziaria di potenza inaudita
Se si parla di epicentro è perché c’è stato un terremoto. Un terremoto mediatico che è andato oltre il consueto dispositivo “annuncio della magistratura-lapidazione mediatica”: l’orchestrazione ha avuto una cura scenografica è una potenza di bocche da fuoco assolutamente inusuali: milioni di tweet di haters da siti stranieri dotati di informazioni riservate il giorno stesso della conferenza stampa della procura di Reggio Emilia; un’inchiesta con un nome-sentenza (“Angeli e demoni”-); nessuna indagine che abbia avuto esito sui colpevoli della fuoriuscita delle informazioni; televisioni a reti unificate in totale assenza di contraddittorio; durata inconsueta dello storytelling, pari ai sei mesi che separavano il lancio dell’inchiesta dalla campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia-Romagna; allestimento di una sceneggiatura molto accurata attraverso il link costruito con l’analoga vicenda di Finale Emilia (conclusasi peraltro con condanne di pedofili in tre gradi di giudizio) riproposto al momento giusto attraverso nuovi prodotti (un film e un libro) come si conviene ad ogni sceneggiatura ben costruita.
È giusto ricordare, visto che nessuno lo ha fatto in cinque anni, che la vicenda Bibbiano prende le mosse non da fantasie persecutorie di qualche operatore, ma dalla vicenda di una madre condannata perché faceva prostituire la figlia minorenne con tanto di pedofili rei confessi.
2) Una colossale strumentalizzazione politica
Una strumentalizzazione politica evidente, da parte di Fratelli d’Italia, Lega e M5S (allora al governo), attraverso prese di posizione perentorie e video con grande effetto mediatico per portare l’attenzione pubblica sul tema e assumere un ruolo di protagonisti e difensori dei minori coinvolti.
Una presenza mediatica che è svanita appena constatato l’esito delle elezioni regionali emiliano-romagnole del gennaio 2020, come se il problema dei bambini allontanati fosse improvvisamente svanito, a cui va aggiunto l’imbarazzato e imbarazzante silenzio della sinistra – non solo nei primi mesi, ma in tutti questi anni, incapace di distinguere tra l’opportunità tattica di non farsi seppellire dall’orda e la difesa di principi cardine, validi a prescindere dall’esito del processo, come i diritti dei minori (che non sono proprietà delle famiglie, ma titolari di diritti), il ruolo decisivo dei servizi sociali che hanno la funzione di tutelare questi diritti e la funzione fondamentale delle famiglie affidatarie che da sempre offrono ai minori in difficoltà un contesto affettivamente significativo, oltre che assai meno costoso rispetto al ricovero in comunità.
3) Gli effetti collaterali
Se l’obiettivo di chi ha scatenato la polemica politica era quello di screditare il sistema di welfare emiliano romagnolo utilizzando come clava Bibbiano, le ripercussioni sono state drammatiche e devastanti su persone e contesti che non c’entravano nulla con Bibbiano, vale a dire
sulla credibilità dei servizi sociali, delle famiglie affidatarie di tutta Italia e di conseguenza sulla tanto sbandierata tutela dei bambini.
Gli esiti sono: a) un aumento esponenziale della difficoltà dei servizi ad allontanare i minori dalle loro famiglie anche a fronte di episodi acclarati di violenza segnalati da scuole, polizia, pronto soccorso, pediatri; b) un consistente calo della disponibilità delle famiglie a prendere in affido minori in difficoltà a motivo del rischio di minacce da parte di genitori violenti che si fanno forti della vicenda Bibbiano; c) l’indebolimento dei Tribunali per i minorenni, vanto della civiltà giuridica italiana, a motivo della riforma Cartabia che ha prodotto una sostanziale esclusione dalla funzione di co-decisione delle figure psicologiche e sociali, cruciali per comprendere un oggetto così complesso e sfaccettato come la psicologia di un minore e il relativo contesto familiare e sociale.
(Come emerso nel dibattito in Commissione bicamerale infanzia e adolescenza della Camera, tutto ciò è avvenuto in nome del fatto che “come si è dimostrato a Bibbiano, i servizi sociali non sono in grado di gestire queste situazioni”. Dare per dimostrato un fatto quando il processo è ancora nella sua fase istruttoria, significa acquisire sul piano politico e giuridico una sentenza costruita mediaticamente.
E quand’anche fossero vere per Bibbiano queste accuse, ci stiamo riferendo a un caso in tutta Italia (tra l’altro che ha coinvolto 8 minori sugli 800 gestiti da quel servizio, elemento che rende difficile sostenere che rappresenti la logica di un sistema, come sostenuto dall’accusa).
Anche nel caso si appurasse che qualche minore è stato allontanato troppo frettolosamente (tra l’altro tre su otto dei bambini oggetto dell’indagine non erano mai stati allontanati dalle loro famiglie e altri tre erano già rientrati a casa al momento della conferenza stampa di annuncio dell’inchiesta) va detto che questo è sempre successo e succederà ancora. Gli assistenti sociali, che non sono infallibili come del resto tutti gli altri professionisti, trattano l’intervento più invasivo che lo Stato è costretto ad operare sui cittadini (l’allontanamento di un figlio) con stipendi molto modesti, un tempo limitato a disposizione, informazioni non sempre esaustive, pressioni sociali fortissime.
I servizi tutelano i diritti dei più deboli, persone che non hanno sindacati che scendano in piazza per loro e non hanno voce in una cultura come quella ancora largamente dominante in Italia, dove il legame di sangue viene considerato più importante della qualità delle relazioni che si sviluppano all’interno della famiglia. Famiglia vista ancora come tempio inviolabile in un Paese come il nostro che allontana quattro volte meno i minori dalle loro famiglie rispetto ad altri paesi Europei, come Francia, Germania e paesi del Nord Europa.
4) Il quarto strato è il più noir
Il quadro di riferimento che bisogna considerare per comprendere questa vicenda, dal punto di vista della protezione e della tutela dei bambini è ampio, complesso, e spesso molto fosco, se si guarda ad alcuni fenomeni ed interpretazioni delle relazioni tra bambini e adulti all’interno dell’istituzione famigliare. Si tratta di riferimenti esemplificativi, che possono però aiutare a inquadrare il contesto riferimenti culturali che hanno sostenuto lo sviluppo di questa vicenda.
Uno è relativo alla diffusione del fenomeno della pedofilia, che non riguarda singoli individui isolati. Consideriamo che, secondo i dati del Ministero dell’Interno ogni anno 1.300 minori italiani e 9.000 minori stranieri scompaiono e non si trovano più, ma non finiscono tutti nel traffico d’organi: la pedofilia è un fenomeno molto diffuso e vanta protezioni forti.
Il secondo riguarda come i maltrattamenti e gli abusi sui minori, internamente alle famiglie, possono essere riletti e giustificati attraverso teorie che mancano di fondamenti scientifici. La Sindrome di alienazione parentale (PAS nel suo acronimo inglese) è una malattia inesistente nei manuali di psichiatria, mai riconosciuta da nessuna università, bandita come fandonia dalla Corte costituzionale degli Stati Uniti e dalla Camera italiana. Secondo questa teoria i bambini che dicono di essere stati abusati, nel 98% dei casi mentono, perché indotti dalla madre che vuole allontanarli (alienarli appunto) dal padre. Questa pseudo teoria è stata costruita da un medico statunitense, tale Richard Gardner ed è spesso stata presa a riferimento sebbene non vi sia un riconoscimento dei suoi fondamenti e, anzi, Gardner ha espresso in più occasioni pareri in difesa e a giustificazione di atti di pedofilia in famiglia.
Ebbene può sembrare strano, ma questa teoria era un punto fondamentale sostenuto dal senatore Pillon nella riforma del diritto di famiglia prevista dal governo gialloverde[1] ed è ripresa a sostegno della narrazione nei prodotti mediatici diffusi nel corso della vicenda di Bibbiano, per raccontare quanto avvenuto anni prima a Finale Emilia, con cui vengono proposti diversi paralleli (v. podcast Veleno).
Riferimenti che ricorrono e che hanno portato a letture e interpretazioni mediatiche distorte. Se la tesi degli accusatori è “meglio abusati ma in famiglia, che allontanati”, è tempo di porre la questione di chi stia difendendo realmente i bambini.
5) l’ultimo strato dell’epicentro riguarda il modo con cui è stata condotta questa inchiesta
Una grande eco mediatica nel suo lancio, ma una debolezza estrema del materiale probatorio prodotto dall’accusa nel momento in cui è stata chiamata a rendere ragione dell’apparato accusatorio in sede dibattimentale.
Riguardo all’assoluzione di Foti, principale indagato della vicenda di Bibbiano, in appello e in cassazione , nella motivazione della sentenza il giudice si chiede come mai il giudice di primo grado “ometta di confrontarsi con fonti scientifiche e precedenti giurisprudenziali” e aggiunge che “la diagnosi formulata dalla perita è disancorata da evidenze scientifiche e fondata su un metodo basato su mere intuizioni”.
Riguardo a diversi elementi portati a processo, già prima del dibattimento si era appurato che l’elettroshock era in realtà il metodo EMDR, utilizzato quasi ovunque per diminuire gli effetti dei traumi; il sexy shop gestito da una famiglia affidataria era in realtà un negozio di intimo; alcuni indagati raggiunti davanti a casa con i lampeggianti dai carabinieri sono stati prosciolti pochi mesi dopo; il disegno che avrebbe dovuto mostrare inequivocabilmente le manipolazioni di una psicologa è stato diffuso sui media largamente deformato.
Inoltre, diversi testimoni dell’accusa hanno modificato radicalmente la versione fornita in sede istruttoria.
Non entro nel dettaglio perché il processo è ancora in corso ma si può dire che complessivamente il teorema accusatorio sembra frutto di un’analisi perlomeno superficiale e una volta chiuso il processo sarà importante capire quali ne siano state le ragioni.
4 lezioni da trarre
Quali lezioni possiamo trarre, per ora, da questa vicenda terrificante?
1. La prima lezione riguarda l’inquadramento preciso della posta in gioco che è stata oscurata da una polemica fuorviante. La posta in gioco è la seguente: i bambini sono proprietà delle famiglie o sono titolari di diritti? E chi si deve far carico di difendere questi diritti se non le istituzioni?
Le contrapposizioni ideologiche non aiutano e nemmeno le scuse formali senza entrare nel merito di cosa sia successo – come avvenuto da parte di alcuni giornalisti – servono per comprendere, anche se sono un segno di civiltà. Ma, come si dice in gergo, “la gente deve sapere”.
Per questo c’è un’ulteriore posta in gioco che consiste nella descrizione puntuale e meticolosa di ciò che è accaduto concretamente nel distretto della Val d’Enza. Se le accuse riguardavano bimbi sottratti alle loro legittime famiglie e soldi mal gestiti in quello che è stato definito “un giro d’affari”, la gente deve sapere, al riparo da facili teoremi precostituiti contro e pro, prescritti o meno gli imputati, se:
- C’erano gli estremi per questi allontanamenti (peraltro chiesti dal Tribunale dei minori)
- Le famiglie affidatarie hanno speso i soldi ricevuti per gestire in modo congruo i minori a loro affidati (pezze giustificative alla mano)
- La retribuzione dei professionisti esterni è stata superiore agli standard previsti (contratti e tabellari alla mano), accusa già stata dimostrata inconsistente in appello in cassazione.
Se tali accuse risultassero infondate, chi ha commesso errori di valutazione, deve essere chiamato a risponderne. Perché le conseguenze di questi errori sono terrificanti, sugli accusati rovinati per sempre nella loro immagine e nel loro patrimonio e su tutto il sistema di protezione dei minori. Dunque in gioco c’è una responsabilità morale politica immensa. Dopo tanto impegno per tenere “emozionata” l’opinione pubblica è tempo di altrettanto impegno per informarla sui dettagli. È un impegno che il sistema dei media, i politici e i tecnici devono assumersi.
2. La seconda lezione da trarre è che bisogna avere rispetto dell’oggetto di lavoro sociale, psicologico ed educativo: un oggetto magmatico estremamente complesso che non può essere semplificato con riduzionismi brutali, per il rischio che venga meno la tutela dei diritti delle persone di cui si occupano gli operatori sociali psicologici ed educativi.
Si tratta di un lavoro che ha a che fare con una materia estremamente complessa e scivolosa su cui tutti i cittadini si sentono competenti perché ne hanno esperienza, anche se averne esperienza non significa averne competenza; questi saperi hanno sedimentato nel tempo conoscenze che non possono essere incontrovertibili come quelle della matematica, ma che hanno una plausibilità assolutamente maggiore rispetto a una conversazione da bar, e vantano una stratificazione “giurisprudenziale” di casi che non può essere negata sulla base di qualche improvvisato scienziato sociale o psicologico.
I servizi sociali trattano questo oggetto complesso che è un minore con il suo ambiente famigliare, e per questo il Tribunale dei Minori prevedeva l’intervento di competenze psicologiche e sociali: perché l’oggetto che tratta non è uguale agli altri per complessità. Se questo oggetto non viene trattato in modo adeguato viene meno la tutela dei minori. Per questo si può dire che il processo di Bibbiano è un attacco al sapere psicologico e al sapere sociale e dunque alle professioni e ai servizi che utilizzano quei saperi per maneggiare oggetti estremamente delicati e complessi e di conseguenza anche alla tutela dei diritti dei minori che questi servizi cercano di proteggere in mezzo a mille difficoltà.
3. La terza lezione riguarda la costruzione di ipotesi sul silenzio delle forze politiche che più si sono battute nel ‘900 per la tutela dei diritti e per la costruzione del welfare che è il prodotto più prezioso della democrazia: sancendo che i più fragili devono essere tutelati e non abbandonati a loro stessi, la nostra civiltà ha compiuto il più importante salto di qualità. Cosa ha impedito l’emergere di qualsiasi reazione garantista su questa vicenda?
Azzardo un’ipotesi. In questo tempo dove alle persone vengono chieste sempre più ‘prestazioni’ in ogni campo della vita, la paura di essere inadeguati porta sempre più genitori a scaricare attese e pretese esagerate su se stessi, sui figli e sulla scuola. In questa società iperprestativa dove la perfezione sta diventando la normalità, l’interrogativo che è probabile sia sorto nella maggior parte dei genitori è “siccome non riesco ad essere all’altezza di queste esigenze performanti, non capiterà mica che vengano a guardare anche in casa mia che qualche volta due urla e forse anche uno scapaccione mi sono scappati con i miei figli? A me che ho fatto di tutto per ‘tirarli su’ bene? E poi ho sentito dire di diversi interventi sbagliati dei servizi sociali. Cosa vuole da me lo Stato? Cosa posso fare di più di quello che faccio?”. Il nodo, profondo e ineludibile, non liquidabile con qualche richiamo ai diritti è: “Potrebbe succedere anche a me”. È una materia scivolosa e incandescente, triangolata da smisurate dimensioni simboliche e dunque politicamente molto manipolabili, affidata a persone come gli assistenti sociali che hanno un appeal assai minore di quello di magistrati e medici.
Cinque anni di silenzio sono troppi per venire spiegati solo con la tattica politica o con il persistente patriarcato della cultura italica.
4 . Un’ampia alleanza sociale per la tutela dei diritti dei minori. “Da vicino nessuno è normale” diceva saggiamente Franco Basaglia. Nessuno di noi è un cittadino perfetto, un lavoratore perfetto, un genitore perfetto. È il riconoscimento dell’imperfezione che rende le nostre umanità vicine e che deve stare alla base di un sistema di mutuo aiuto dove famiglie naturali, famiglie affidatarie, volontari, servizi si vivono come parti di una comunità che ha tutta insieme la responsabilità di ascoltare, crescere, proteggere i minori.
L’indebolimento del sistema di protezione dei bambini, porta a un più fragile sistema di protezione delle stesse famiglie naturali, che in molti casi raccontano storie di formidabile collaborazione tra famiglie affidatarie, servizi e comunità.
Il sistema degli affidi nel 90% dei casi si basa sulla consensualità della famiglia naturale, perché parte da condizioni di difficoltà riconosciute dai genitori di bambini affidati per problemi economici, culturali o per sovraccarichi lavorativi (ad esempio famiglie con un solo genitore che lavora di notte, altre che richiedono un sostegno solo per il fine settimana o per il pomeriggio per fare i compiti: gli affidi sono raramente per tutti i giorni della settimana); nel dibattito infernale seguito al lancio dell’inchiesta sulla Val d’Enza, che ha definito le famiglie affidatarie in generale in Italia come approfittatrici, si è smarrito il dato che gli affidi a seguito di allontanamenti stabiliti dal Tribunale riguardano un’esigua minoranza. Gli affidi si basano su un’alleanza tra famiglie naturali e famiglie affidatarie, favorita e garantita dai servizi sociali; non ingaggiano battaglie all’arma bianca tra buoni e cattivi; sono un incontro tra persone orientate a cercare la soluzione migliore per prendersi cura dei minori.
Lo schema binario ‘allontanamenti SI \ allontanamenti NO’ che Angeli e Demoni ha reso mainstream, è perverso perché oscura un modello di presa in carico dei minori basato sull’assunto ‘tutti insieme per proteggere i bambini’.
È una sfida cruciale e appassionante su cui gli assistenti sociali e il loro ordine che organizzato questo importante incontro possono giocare un ruolo decisivo.
- cfr. la puntata di Presa diretta del 28.1.19 ↑


