Il Progetto di Vita pilota della riorganizzazione dei servizi
Il D.lgs 62/24, in combinazione con la L.r. 25/22, mira a garantire i diritti delle persone con disabilità attraverso l’elaborazione del Progetto di Vita, identificato a seguito di una valutazione di base[1]. Il Progetto di Vita diventa così il fulcro di tutti i servizi destinati alla persona con disabilità, segnando un cambiamento significativo nel modo di concepire il supporto. Non sono più i servizi a imporre le proprie modalità, ma è la persona stessa, attraverso il proprio progetto, a definire i bisogni e le modalità di soddisfacimento. Si passa da un approccio “centrato sul servizio”, ad un approccio “centrato alla persona”, in cui i servizi si modellano e si coordinano in base alle esigenze, aspirazioni e desideri individuali. In questo contesto, il Progetto di Vita non è solo un documento, ma un percorso dinamico, personalizzato e partecipato che guida l’intero processo di supporto.
Il Decreto 62 prevede di realizzare una sperimentazione che coinvolge diverse province del territorio nazionale, tra cui Brescia per la Lombardia, per testare processi e strumenti della riforma prima dell’estensione regionale nel 2027, permettendo di identificare buone pratiche e risolvere eventuali criticità.
Sperimentazione del D.lgs 62/24 nella Provincia di Brescia
La Provincia di Brescia è capofila nell’attuazione del Decreto 62 sui Progetti di Vita personalizzati per le persone con disabilità. La sperimentazione si basa sulle esperienze consolidate, come l’attuazione dell’art. 14 della Legge 328/2000, la l. 112/16 (Dopo di Noi), i Progetti di Vita Indipendente (PRO.VI)[2], il PNRR (ad es. “Percorsi di autonomia”, co-housing), le misure regionali (es. B1 e B2), e un sistema integrato che coinvolge enti pubblici, Terzo Settore e ambiti territoriali.
Elemento centrale è la costituzione, nell’ottobre 2024, di otto Centri per la Vita Indipendente (CVI)[3], nati da un processo di co-progettazione tra ambiti territoriali, ASST ed enti del Terzo Settore. Questi centri, attualmente in sviluppo, sono snodi strategici per la consultazione dei Progetti di Vita con il fine di offrire uno sguardo di riguardo afferente al tema della vita indipendente secondo i principi di personalizzazione e autodeterminazione.
Si evince come il Decreto 62 sul Progetto di Vita e le misure come il “Dopo di Noi”, i Centri per la Vita Indipendente (CVI) e i PRO.VI, condividono l’obiettivo di promuovere l’autonomia e l’inclusione sociale delle persone con disabilità. L’integrazione tra queste iniziative può essere fondamentale per garantire un supporto continuo e personalizzato.
Nello specifico, i punti di integrazione tra il Dopo di Noi e il Progetto di Vita si concretizzano nella pianificazione a lungo termine, permettendo di garantire che i bisogni futuri delle persone con disabilità siano considerati.
L’integrazione con i CVI risulta coerente con il sostegno all’autonomia delle persone con disabilità, poiché i CVI offrono consulenza per sviluppare l’autonomia e l’emancipazione individuale. Contribuiscono inoltre a promuovere l’empowerment, aiutando le persone a prendere decisioni consapevoli e a gestire attivamente la propria vita, in linea con gli obiettivi del Progetto di Vita.
Possiamo infine dire che i benefici dell’integrazione tra Decreto 62, CVI, Dopo di Noi e misure regionali, se ben coordinata e messa a sistema, può portare ad una maggiore personalizzazione dei servizi e del supporto offerto alle persone con disabilità, la continuità dello stesso riducendo lacune e di conseguenza migliore qualità della vita promuovendo indipendenza, inclusione sociale, partecipazione e diffusione culturale della prospettiva del progetto di vita.
Prime fasi del procedimento
Con la DGR n. 4140 del 31 marzo 2025, Regione Lombardia ha fornito le prime indicazioni operative per l’attuazione della sperimentazione del Decreto 62 sul territorio della provincia di Brescia, e per organizzare le Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM), definendo composizione delle équipe, ruolo del referente progettuale e modalità di attivazione a seguito dell’istanza per l’avvio del procedimento.
La sperimentazione provinciale si articola attraverso due direttrici:
- Il procedimento di definizione del Progetto di Vita, che comprende tutte le fasi: presentazione dell’istanza, valutazione multidimensionale in équipe, elaborazione del progetto personalizzato e definizione del budget integrato di risorse;
- Il modello attuativo del Progetto di Vita, basato sulla costruzione di una rete coordinata di servizi e sull’integrazione tra le politiche sociali e sanitarie, al fine di garantire una presa in carico unitaria e coerente, orientata all’autonomia e alla piena partecipazione della persona con disabilità.
L’Ente capofila dell’Ambito Sociale Territoriale (AST), indicato nell’Accordo di Programma per il Piano di Zona, è il responsabile formale del procedimento per il Progetto di Vita individualizzato (art. 23, c. 2, Decreto 62).
La richiesta può avvenire in due modalità:
- Tramite l’Unità di Valutazione di Base: il certificato viene trasmesso dall’INPS all’Ente capofila dell’Ambito Sociale Territoriale, costituendo una richiesta ufficiale.
- In modo autonomo dalla persona con disabilità: la richiesta può essere presentata direttamente all’Ente capofila dell’AST o al Comune di residenza attraverso il Punto Unico di Accesso (PUA) della Casa di Comunità, via PEC o in formato cartaceo.
L’Ente capofila deve nominare un responsabile del procedimento, che comunica l’avvio entro 15 giorni dalla richiesta. Il procedimento deve concludersi entro 120 giorni dalla comunicazione dell’avvio (art. 23, c. 7, Decreto 62).
Per attivare il processo, il responsabile si coordina con il distretto ASST per costituire l’UVM. La Casa di Comunità o un’altra sede dell’Ambito funge da riferimento per UVM e valutazioni.
ASST e Ambito identificano i referenti per le diverse aree (anziani, disabilità, minori) coinvolti nell’UVM, in base ai percorsi già attivi e ai professionisti sanitari e sociali di riferimento, anche in collaborazione con il Terzo Settore. Il Coordinatore UVM comunica la data della valutazione entro 15 giorni lavorativi.
La normativa stabilisce tempi certi per garantire trasparenza e responsabilità. Tuttavia, il rispetto delle scadenze dipende da risorse adeguate e buon coordinamento tra enti.
Rafforzare l’integrazione sociosanitaria per garantire i diritti delle persone con disabilità
L’integrazione sociosanitaria sta assumendo un ruolo sempre più centrale in vari ambiti strategici, con l’obiettivo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e costruire percorsi assistenziali integrati. Tra gli strumenti chiave figurano i PUA, la rete dell’assistenza territoriale e domiciliare e le strutture di prossimità.
La riforma si fonda su un’organizzazione territoriale coordinata. Gli AST sono incaricati della programmazione e gestione dei servizi sociali, in collaborazione con le ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali), responsabili dei servizi sociosanitari.
Le ASST garantiscono l’erogazione dei LEA attraverso due poli principali: quello ospedaliero e quello territoriale. Quest’ultimo, tramite l’organizzazione distrettuale, coordina prese in carico e prestazioni, con particolare attenzione a persone con cronicità e fragilità. Il distretto rappresenta il collegamento tra il Sistema Sanitario Nazionale e i servizi sociali, promuovendo un approccio intersettoriale che favorisce una visione integrata dei bisogni, coinvolgendo anche il Terzo Settore.
I CVI, istituiti dalla L.r. 25/22, sono un elemento cardine nel rafforzamento del legame tra persone con disabilità e servizi territoriali. In stretta connessione con il distretto sanitario e con la rete distrettuale – in particolare con i PUA e le Case di Comunità – costituiscono servizi comunali inseriti negli ambiti dei Piani di Zona e rientrano nella programmazione zonale delle politiche sociali e sociosanitarie. Operano valorizzando strumenti partecipativi come co-progettazione e co-programmazione, promuovendo un modello integrato, condiviso e orientato all’empowerment, nel rispetto di autodeterminazione, inclusione e pari opportunità.
I CVI contribuiscono alla definizione del Progetto di Vita, proponendo elementi da valutare all’interno dell’UVM.
L’accordo interistituzionale tra sistema sociale, sanitario e sociosanitario mira ad assicurare che il percorso individuale delle persone con disabilità si realizzi concretamente, rendendo i diritti uniformemente fruibili sul territorio regionale. In quest’ottica, il sistema organizzativo definito da tale accordo mira a garantire una regia unitaria, dando vita a un assetto strutturato che rende pienamente operativa la riforma 62/24.
Questo rappresenta un avanzamento significativo in termini di diritti, spostando il focus dalla “presa in carico” alla co-progettazione con la persona.
Focus sui possibili scenari delle Unità di Offerta
Un aspetto fondamentale nel Progetto di Vita delle persone con disabilità è rappresentato anche dalla rete di servizi sociosanitari e sociali, organizzata per rispondere ai bisogni di protezione e cura. Questa rete comprende diverse unità di offerta – residenziali, semi-residenziali e domiciliari – che garantiscono un supporto differenziato in base alle necessità individuali.
È auspicabile che tale rete evolva da un modello centrato sulla protezione a uno orientato all’inclusione e all’autonomia. Ciò richiede un welfare proattivo e innovativo, capace di anticipare i bisogni, personalizzare le risposte e promuovere l’autonomia e la partecipazione, superando l’assistenza passiva.
Per realizzare questo cambiamento, è necessario aggiornare criteri di accreditamento, funzionamento, finanziamento e controllo dei servizi, puntando su soluzioni flessibili, sostenibili e capaci di rispondere alle esigenze del territorio.
In questa direzione, la Regione Lombardia propone nella DGR 3720/24 (“Determinazioni in ordine agli indirizzi di programmazione del SSR per l’anno 2025”) alcuni driver di cambiamento per il sistema sociosanitario.
Nel settore dei servizi per persone con disabilità, soprattutto residenziali, è in corso una riflessione sull’ampliamento dell’approccio: non più solo sanitario-assistenziale[4], ma centrato sulla persona nella sua globalità. Un tavolo interistituzionale sta lavorando alla riorganizzazione delle strutture residenziali, con attenzione alle Comunità Sociosanitarie (CSS), per migliorare la qualità della vita degli ospiti e delle loro famiglie, promuovendone la partecipazione alla vita della comunità.
Si propone inoltre l’introduzione di modelli organizzativi più flessibili, orientati alla gestione di progetti individuali, e il rafforzamento dell’integrazione tra servizi e contesto territoriale, elemento cruciale per l’inclusione.
Infine, si prevede la sperimentazione di prestazioni sanitarie e sociosanitarie all’interno delle Unità di Offerta sociali, per rispondere in modo più efficace ai bisogni sanitari nella rete sociale.
Quali prospettive?
Considerate le premesse precedenti e i driver del cambiamento attivati, è necessario tornare al concetto di Progetto di Vita. I punti finora delineati suggeriscono una visione integrata e innovativa per la gestione dei servizi destinati alle persone con disabilità, basata sulla personalizzazione dell’assistenza e sull’inclusione sociale.
L’introduzione della valutazione multidimensionale e del Progetto di Vita come criteri di accesso rappresenta un cambiamento rilevante: si abbandona l’approccio uniforme per abbracciare una valutazione che considera bisogni sanitari, educativi, psicologici, relazionali e sociali. Ciò consente di costruire percorsi personalizzati e partecipati, in cui la persona è protagonista delle proprie scelte.
La proposta di modelli organizzativi e gestionali flessibili è cruciale per rispondere alle specificità individuali. Tale flessibilità consente un approccio dinamico, che adatta i servizi all’evoluzione dei bisogni, puntando su autonomia e inclusione, anche nei contesti sociali e lavorativi.
L’inclusione nel contesto territoriale e nella rete sociosanitaria è un altro punto essenziale. La disabilità non va vissuta come una condizione separata, ma integrata nella società. Il collegamento tra i servizi sanitari, sociali e territoriali garantisce una rete di supporto ampia, promuovendo la partecipazione attiva alla vita comunitaria.
La possibilità di soddisfare bisogni socio-sanitari all’interno della rete sociale o nei contesti di vita rappresenta un approccio innovativo, che supera i modelli tradizionali. Ciò favorisce la coesione degli interventi centrati sul progetto di vita, con prestazioni sanitarie, assistenziali, educative e riabilitative erogate con modalità flessibili all’interno dei Piani Individuali (PAI, PEI, PRI).
Un ulteriore elemento riguarda l’evoluzione del ruolo dei professionisti nelle UdO. Di fronte alla personalizzazione degli interventi, il professionista non può più limitarsi a un ruolo esecutivo basato su protocolli standardizzati, ma deve assumere una funzione generativa. È chiamato a diventare un “costruttore di ponti”, capace di attivare connessioni tra la persona, il territorio, i servizi e la rete familiare.
Questo cambio di prospettiva implica il riconoscimento di competenze relazionali, progettuali e di accompagnamento, che vanno oltre l’intervento prestazionale e diventano parte integrante del processo di co-costruzione del progetto di vita, radicato nei contesti reali e capace di valorizzare le risorse della comunità.
Verso la scelta di un modello di welfare
Se da un lato si sta compiendo un importante passo avanti nel riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità, dall’altro persistono discontinuità tra la teoria dei diritti e la pratica. La scelta tra un modello frammentato e prestazionale e uno fondato su diritti, capacità e contesti non è solo tecnica, ma soprattutto politica e culturale. Essa coinvolge l’intero sistema di welfare e richiede un profondo ripensamento delle logiche organizzative, degli strumenti operativi e dei modelli professionali.
Al centro di questo ripensamento vi sono due priorità strategiche: garantire risorse adeguate per offrire servizi di qualità e promuovere una cultura dell’inclusione. La sperimentazione avviata nel territorio di Brescia segna l’inizio di un percorso volto a costruire una rete di servizi flessibili, integrata e inclusiva, in grado di rispondere alle sfide poste dalle nuove normative.
Tuttavia, l’attuazione di questo modello presenta sfide significative.
Solo un approccio integrato, che coinvolga tutti i livelli istituzionali e i contesti di vita quotidiana, può generare un cambiamento reale verso una società più inclusiva e rispettosa dei diritti delle persone con disabilità.
[1] Valutazione di base: Art 5 Dgls 62/2024. punto 1. “La Valutazione di base è il procedimento unitario volto al riconoscimento della condizione di disabilità…”
[2] DGR 3719 del 30/12/2024
[3] Si segnalano alcuni contributi di approfondimento sul tema pubblicati su LombardiaSociale.it:
Gorlani L., Linee guida Centri per la Vita Indipendente, tra luci e ombre, 3 giugno 2024
Morelli R., Una persona è una persona tramite altre persone, 23 aprile 2024
[4] Il tema della sanitarizzazione nei servizi per la disabilità è stato approfondito con diversi contributi da LombardiaSociale.it. Si segnalano i primi due articoli pubblicati che hanno avviato le successive riflessioni:
Merlo G., L’importante è la Salute e non la sanità, 12 aprile 2017
Merlo G., La complicata vita delle unità di offerta per le persone con disabilità, 3 maggio 2017


