La ricerca “I giovani con background migratorio tra vincoli e opportunità” è stata promossa su iniziativa dei partecipanti al tavolo di lavoro del Piano di Zona sulle politiche giovanili “Generazioni in cammino”; sostenuta da Fondazione Comunitaria del Lecchese, Conferenza dei Sindaci di Lecco, Ufficio Scolastico Territoriale di Lecco, Consorzio Consolida; e realizzata in collaborazione con Ufficio di Piano di Lecco, Informagiovani Lecco, Associazione Les Cultures Onlus, Comunità di Via Gaggio, Associazione Centro di Orientamento Educativo, Pastorale dei Migranti Zona 3 Arcidiocesi di Milano, Consulta Studentesca. Hanno partecipato alla rilevazione oltre 2.000 studenti tra i 14 e i 20 anni delle scuole superiori di Lecco (N. 2.082, dei quali 574 di origine straniera), compilando un questionario somministrato on line. Alla survey di taglio quantitativo è stata affiancata una campagna di ascolto tramite interviste in profondità presso 21 giovani di seconda generazione e 15 attori territoriali protagonisti a vario titolo di politiche ed iniziative per l’integrazione dei giovani con background migratorio.
Dagli stranieri al concetto di popolazione con background migratorio
Il primo tema affrontato è stato di dare una dimensione alla presenza delle “seconde generazioni” sul territorio lecchese, provando a spostare l’attenzione dalla semplicistica divisione statistica tra stranieri e italiani, ad un concetto di popolazione con background migratorio, più in grado di raccontare la presenza di migliaia di “nuovi italiani” anche nel lecchese. In provincia di Lecco al 1° gennaio 2025 risiedevano infatti 28.031 cittadini stranieri, ma questo è un dato che non tiene conto di coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana, e non distingue i residenti stranieri che non sono immigrati ma nati e cresciuti in Italia. Se invece si adotta questo sguardo, si apprende che alla fine del 2021 (ultimo dato disponibile), la popolazione con background migratorio in provincia di Lecco era pari a 36.692 persone, per il 30 % nuovi cittadini italiani: oltre il 40 % in più rispetto ai soli stranieri. Se oltre ai nati in Italia, si guarda ai minori migrati entro i 17 anni, le seconde generazioni in provincia di Lecco assommavano al 31 dicembre 2021 a 8.886 persone di cui il 41,3 % in possesso della cittadinanza italiana. Numeri che testimoniano come la sola divisione tra stranieri e italiani non riesca oggi a cogliere l’evoluzione di una realtà che propone un nuovo, quanto misconosciuto, modo di essere italiani.
Le seconde generazioni in provincia di Lecco

L’identità: prevale il mix tra origini e italianità
La ricerca mostra come la questione dei giovani con background migratorio vada oltre la semplicistica distinzione tra italiani e stranieri. Se l’84% dei ragazzi si dichiara “fiera/o di avere origini non italiane” e l’86% mantiene lingua, tradizioni e cultura del paese d’origine dei genitori, allo stesso tempo il 64% di loro dichiara di “sentirsi italiano/a”, mentre solo il 36% dei ragazzi non si sente tale. Oltre la metà dei ragazzi intervistati (54,5%) unisce la fierezza delle proprie origini straniere con il sentirsi italiano, con circa il 30% che invece non vi si riconosce. Essere nati in Italia rafforza questa identificazione ibrida (63%), mentre tra i ragazzi giunti in età adolescenziale, il 60% è fiero delle proprie origini ma non si sente italiano. Pochi dati utili a capire come nel caso dei ragazzi di seconda generazione il problema sia riconoscere il contributo che potenzialmente possono dare nel ridefinire i contenuti culturali e sociali di ciò che significa cittadinanza. Le stesse famiglie immigrate sono in trasformazione sul piano culturale e dei ruoli di genere: gli orientamenti dei genitori vanno dalla chiusura culturale a difesa dell’eredità da trasmettere ai propri figli, fino ad atteggiamenti molto più aperti. A volte prevalgono timori rispetto ad una società esterna che si giudica “pericolosa” e i giovani si trovano così mediare tra valori della società e valori della famiglia.
Per quanto riguarda la dimensione religiosa, i dati mostrano che per il 61,5% dei giovani con background migratorio, la religione è molto o abbastanza importante, contro il 48% dei giovani italiani, molto più secolarizzati, per i quali ricopre poca o nessuna importanza. Le interviste ai giovani di origine straniera, mostrano come la “religiosità” per loro assuma diversi significati: crescita culturale e spirituale personale, risorsa per la propria identità da attivare a fronte di fenomeni di discriminazione e/o denigrazione che si sperimentano nella società, a volte risorsa per conquistare spazi di autonomia e libertà anche verso le famiglie.
La scuola come agenzia di promozione sociale e specchio di una società immobile
Nella fase adolescenziale, la scuola rappresenta un importantissimo ambito di costruzione di esperienze e condivisione di valori. La presenza nelle scuole dei ragazzi di origine straniera è cresciuta molto, ma confermando la diseguaglianza di una “canalizzazione” dei giovani stranieri verso percorsi di formazione professionale: nell’anno scolastico 2022/2023 mentre il 37,5% degli studenti stranieri in provincia di Lecco andava ai professionali, il 51 % degli studenti italiani era avviato a percorsi liceali e presumibilmente universitari. Passaggio cruciale è la transizione dalle scuole medie alle superiori, dove spesso i meccanismi di orientamento finiscono per riprodurre (invece che ridurre) le disuguaglianze famigliari e ridurre le chance di mobilità sociale dei ragazzi.
Il successo scolastico rappresenta una dimensione di fragilità dei giovani con background migratorio, anche se i ragazzi nati in Italia mostrano risultati migliori. Anche in questo caso incide un background famigliare più povero, con il 64% dei giovani italiani che possono contare sull’aiuto dei famigliari in caso di difficoltà, contro il 43% dei coetanei con entrambi i genitori di origine straniera. Ne risente il passaggio all’università, che per quanto in crescita continua a riguardare solo il 17% dei ragazzi con background migratorio contro il 30% degli studenti di origine autoctona.
Il passaggio, invece, scuola-lavoro potrebbe essere descritto tra aspettative di discontinuità e di adattamento. Come vedono, infatti, il loro futuro lavorativo i giovani con background migratorio? In Italia il modello tradizionale di inclusione delle prime generazioni di immigrati è stato di integrazione subalterna[1] nelle fasce più basse del mercato del lavoro. Nel tempo si è prodotto un miglioramento e una stabilizzazione delle condizioni economiche, ma una reale mobilità sociale non si è ancora avviata. Una via bassa all’inclusione dunque, che però oggi viene rifiutata sul piano delle aspirazioni soggettive dai figli degli immigrati, che su questo fronte appaiono invece molto simili ai loro coetanei di origine italiana: l’80 % dei ragazzi di seconda generazione infatti non vuole ripercorrere la strada lavorativa dei genitori. Sia i ragazzi italiani che di origine straniera, nel lavoro ricercano soprattutto tre aspetti di natura “strumentale”: il reddito e il benessere economico, la stabilità (più importante per i giovani di origine straniera) e il conseguimento dell’indipendenza economica (più importante per i giovani italiani). Su questo c’è un dato che fa riflettere: il 47% dei ragazzi con background migratorio e il 42% dei coetanei italiani sarebbero disposti ad abbandonare gli studi a fronte di una offerta lavorativa di qualità, a conferma di un indebolimento nella legittimazione della scuola e dello studio come veicoli di mobilità sociale. In aggiunta il 52% dei giovani di seconda generazione vede il proprio futuro fuori dall’Italia, al pari del 28,6% di giovani italiani.
Aspetti più importanti del lavoro (%, domanda a risposte multiple)

Sia i giovani con background migratorio che i loro coetanei italiani, aspirano in eguale misura a professioni di prestigio: su questo delicato fronte, non è tanto l’origine straniera il fattore più rilevante, quanto il percorso formativo, liceale o professionale. Possiamo così individuare due gruppi: un primo gruppo, molto presente nei corsi professionali, orientato all’immediato inserimento professionale, costituito da ragazzi per lo più proveniente dalle classi popolari che hanno incorporato la difficoltà della mobilità sociale, riflettendo radicati stereotipi di genere e di classe; in un secondo gruppo invece, più presente sul versante liceale, prevale l’aspirazione ad accedere in ruoli di prestigio, status e ricchezza.
Le amicizie, il gruppo dei pari e il tempo libero
Il gruppo dei pari si conferma una dimensione centrale nei percorsi di soggettivazione dei ragazzi. Con riferimento alla composizione dei gruppi amicali, le interviste indicano la tendenza dei giovani a costituire gruppi caratterizzati da affinità culturali, gruppi di “seconda generazione” caratterizzati da comunanza di esperienze, condizioni di vita, problematiche quotidiane, consonanze culturali, problemi di integrazione, ecc. Questa configurazione di amicizie viene considerata dai giovani intervistati una ricchezza per la varietà delle esperienze migratorie che vi confluiscono, per il comune interesse al confronto sulle modalità attraverso le quali ognuno effettua prove di identità, configurando piccoli campi di confronto e reciproco apprendimento, oltre che di esperienze condivise.
Rispetto al tempo libero, uno degli aspetti più citati è la ridotta disponibilità di spazi di socialità gratuita e pubblica utilizzabili dai ragazzi senza entrare in contraddizione con l’uso da parte di altre componenti sociali. Da qui il racconto di una sorta di nomadismo urbano per gruppi, alla ricerca di spazi di socialità. Dal racconto emergono evidenze, che in parte rimandano alla poca disponibilità di tempo libero e alla scarsa partecipazione ad attività extra-scolastiche legata alle ridotte possibilità economiche e, soprattutto per le componenti femminili, da ragioni funzionali ai ruoli di cura. Vi sono poi ragioni che rimandano ai rapporti inter-generazionali interni alla famiglia. La questione non si configura tanto come rapporti di fiducia tra genitori e figli, quanto piuttosto su una percezione dell’ambiente esterno alla famiglia, tanto più se al di fuori di contesti organizzati e sotto il controllo degli adulti, permeato da un ventaglio di paure considerate difficili da scalfire, in parte perché scolpite nel codice culturale dei genitori, in parte perché forgiate dalle modalità relazionali subalterne sviluppate dalle prime generazioni con l’ambiente sociale di arrivo; in parte ancora per l’immagine corruttiva che alcuni genitori sembrano avere degli ambienti sociali del territorio rispetto ai valori incardinati nelle tradizioni che innervano le comunità di origine.
Cittadinanza, discriminazione e razzismo: clima ed esperienze
La questione delle barriere all’ottenimento della cittadinanza italiana è vissuta dai ragazzi intervistati con sentimenti contrastanti: se da un lato, tutti sottolineano il disagio per gli ostacoli all’ottenimento della cittadinanza, dall’altro lato il 64 % dei giovani di origine straniera è convinta che l’acquisizione della cittadinanza formale non sia sufficiente ad essere riconosciuti come italiani anche sul piano dell’identità culturale. Questo perché sia i giovani italiani che i loro coetanei di origine straniera (seppur con diversa intensità) si mostrano convinti che in Italia esista un forte clima di discriminazione nei confronti dei giovani di origine immigrata anche se dotati di cittadinanza italiana. Per i ragazzi la cittadinanza è una dimensione che si vive quotidianamente, nella vita sociale oltre che un titolo formale e spesso nel nostro paese le due dimensioni, cittadinanza formale e cittadinanza quotidiana, non collimano. Tra il 67 e il 70 % dei giovani intervistati, italiani e stranieri, è d’accordo con l’affermazione secondo cui “gli italiani si sentano superiori rispetto agli stranieri”; il 68% dei giovani di origine straniera e il 49% dei giovani italiani concordano sul fatto che in Italia un marcatore etnico/culturale come il colore della pelle “conti” ancora; il 74% dei giovani di origine straniera è invece d’accordo sul fatto che esistano discriminazioni e penalità di stampo etnico, che rendono più difficile per loro l’accesso a lavori più qualificati e meglio pagati, affermazione sulla quale concorda anche il 49% dei loro coetanei italiani. Infine quasi l’80% si dichiara d’accordo rispetto all’affermazione che gli stranieri in Italia siano “sfavoriti” nella vita quotidiana per via della loro origine: anche in questo caso con una maggioranza di giovani italiani che si dichiara d’accordo con loro (63%).
% di accordo (molto+abbastanza) rispetto ad affermazioni sulla presenza di un clima di discriminazione in Italia

Insomma è molto diffusa la percezione di vivere in una società poco disposta a riconoscere nei fatti l’uguaglianza delle opportunità. Ma quale esperienza concreta hanno avuto i ragazzi intervistati, di discriminazioni o episodi di micro-violenza nei contesti di vita quotidiani? Il fenomeno del bullismo, nella sfera delle relazioni personali oppure online, coinvolge saltuariamente (19%) o frequentemente (12%) tre giovani italiani su dieci nonché il 38% dei loro coetanei di origine straniera. Allo stesso modo, forme di “violenza verbale” o psicologica esercitata attraverso la parola, sono citate da oltre il 40% dei giovani adolescenti lecchesi di origine italiana e dal 50% dei giovani con origine straniera. Molto più limitata per fortuna la diffusione di violenza fisica, sia tra giovani italiani (12%) che stranieri (17%), mentre è diffusa la percezione dei giovani di essere vittima di discriminazioni e di sfavoritismi nel rapporto verticale con gli insegnanti, con intensità molto simile tra giovani di origine italiana (42%) e di origine straniera (45%). Le risposte al questionario mostrano come è soprattutto a scuola, nelle classi e nelle relazioni tra pari, che gli episodi di discriminazione o di micro-conflitti hanno luogo.
Conclusioni
Il primo punto di attenzione riguarda la famiglia migrante che appare un organismo in metamorfosi, in un percorso faticoso nel quale si intrecciano la fatica della ricostruzione di relazioni interrotte dalla migrazione, la lotta alla precarietà economica e nel rapporto con il sistema delle autorizzazioni, l’esigenza dei ragazzi di coniugare il carico dello studio con la necessità di contribuire alle entrate famigliari. Con in più la fragilità di essere più spesso monoreddito e con più bassi tassi di occupazione femminile rispetto alle famiglie italiane. L’immagine restituita è dunque di un prisma a più facce. C’è la faccia della faticosa stabilizzazione economica, quella della trasmissione di una tradizione e delle radici culturali e religiose, ma anche dei profondi conflitti generazionali, di relazioni di genere tutt’altro che pacificate o scontate. Ciò che emerge dalla ricerca è la diversità interna che contraddistingue il mondo delle seconde generazioni, nel cui ambito convivono percorsi di vita, aspirazioni, soggettività che a noi paiono riassumibili lungo tre traiettorie di vita.
La prima traiettoria riguarda quella parte di giovani che hanno finito per rinunciare a percorsi formativi e professionali alti e all’aspirazione alla mobilità; e questo anche tra i giovani italiani di ceto popolare. Come ci hanno testimoniato i ragazzi intervistati, quando ci si trova alla base della piramide può apparire razionale non credere più di tanto alle promesse di mobilità sociale dello studio, rassegnandosi a traiettorie formative basse e fragili. E’ la traiettoria più numerosa, più caratterizzata da frustrazione e senso di discriminazione che confluisce in forme di socialità basate sulla condivisione della condizione di seconda generazione, dei suoi problemi, costruendo un confine rispetto al contesto, come nei gruppi giovanili informali di cui le interviste mostrano traccia anche nel lecchese, gruppi centrati su rituali e forme di solidarietà che intrecciano la ricerca di rispetto, la condivisione di stili musicali, che mischiano esperienze di emarginazione e voglia di riscatto, il condividere luoghi e stili di vita dei ceti popolari. Il rischio emergente anche in un contesto non socialmente polarizzato come Lecco, è che queste forme prendano una deriva di devianza metropolitana o comunque di autoghettizzazione. Una seconda traiettoria, riguarda invece chi ha scelto di rispondere attraverso una rielaborazione personale che può essere di stampo etnico, religioso o ideologico, rifiutando l’etichetta di seconda generazione data dalla società e dalle istituzioni, perché cordone ombelicale rispetto all’identità di migrante, provando invece ad elaborare una propria rappresentazione di seconda generazione che ambisce a ridefinire il rapporto con la società e anche la questione della cittadinanza. Nelle interviste si trovano molte tracce di meccanismi di identità reattiva, di riscoperta delle origini e di una diversità, che spesso appare in reazione alla svalutazione che (vero o falso che sia) si percepisce da parte della società circostante. Infine, abbiamo trovato molte storie di vita e tracce di percorsi e aspirazioni che provano a romperlo il soffitto di cristallo della mobilità sociale (terza traiettoria), provando a costruire un proprio progetto di mobilità sociale, mettendosi sotto sforzo individualmente con progetti di studio alti, e progetti di vita orientati all’uscita individuale dal modello dell’integrazione subalterna, che aspirano ad uno status diverso come emancipazione individuale ma anche restituzione e riscatto dello sforzo migratorio della prima generazione.
Il secondo punto di attenzione è ciò che accomuna tutti, ovvero la percezione di essere presenti ma non riconosciuti, il peso di una dimensione istituzionale e politica oltre che sociale, che non riesce o non vuole né riconoscere pienamente né escludere platealmente, che non riesce o non vuole riconoscere il contemporaneo diritto alla diversità e all’uguaglianza, la convinzione dei ragazzi di dover affrontare una discriminazione a bassa intensità in cui si viene accettati solo finché si sta in un posto, quello dei genitori, che però oggi sta stretto. Tutto ciò rende la fatica del crescere più acuta. Anche nel lecchese l’integrazione delle migrazioni è stata realizzata in primo luogo attraverso l’inclusione lavorativa e l’azione di un forte tessuto associativo, delle parrocchie, dei servizi sociali, del terzo settore imprenditoriale, di pezzi di scuola, costituitisi sempre più come “comunità di cura”. C’è però un punto che deve essere discusso: la questione delle seconde generazioni pone sfide diverse da quelle tradizionali riguardanti l’integrazione dei migranti, sulle quali pare invece attestarsi il mondo delle istituzioni e delle reti sociali, anche delle comunità straniere. Non si tratta di integrare minoranze in una identità nazionale data, quanto di riconoscere il potenziale contributo di cambiamento posto da quelli che a tutti gli effetti sono nuovi italiani. Parte di questo flusso ha ormai assunto anche la cittadinanza formale e i loro figli nati in Italia oggi aspirano ad un diverso modello di integrazione rispetto alla strada percorsa dai genitori. La ricerca mostra che occorre lavorare sull’intreccio profondo tra differenze (etnico-culturali) e disuguaglianze sociali, perché la crescita generalizzata delle disuguaglianze rappresenta il crogiolo entro cui anche le differenze cambiano forma e significato. Il fatto è che il vecchio modello dell’integrazione subalterna oggi non trova più il consenso delle nuove generazioni, seconde o terze che siano. Da questo punto di vista anche il malessere dei giovani di seconda generazione, è un sintomo non di mancata integrazione, ma al contrario di volontà di integrazione nella medesima scala dei valori e dei consumi, degli stili di vita e delle aspirazioni dei giovani italiani, avendo però meno mezzi. C’è quindi una larga fetta di composizione giovanile di seconda generazione (e in parte anche di ragazzi italiani) che condivide una condizione di frustrazione e disagio, che comporta il rischio di favorire un radicamento di subculture dell’autoemarginazione, come principale veicolo di affermazione identitaria rispetto ad una società circostante percepita come ostile.
Ci pare che emergano tre direzioni di possibile azione territoriale:
- La prima riguarda il cruciale momento della transizione dalle scuole medie alle superiori, dove si produce la “canalizzazione” diseguale dei percorsi formativi: lavorare sull’innovazione delle politiche dell’orientamento e soprattutto sulla mediazione tra scuola, insegnanti e famiglie, è il bisogno che emerge più chiaramente dalla ricerca.
- Seconda possibile direzione punta all’importanza della promozione di ambiti di socialità strutturata e di sostegno alle attività formative in ambito extrascolastico, spesso fondamentali nel trarre i ragazzi da forme di isolamento e assenza di esperienze culturali e sociali.
- Infine, la terza possibile direzione, mette a fuoco l’esigenza di politiche che provino ad incontrare e ascoltare i ragazzi nei propri ambiti di vita quotidiana, tanto negli spazi di socialità informale nella città e sul territorio, quanto in quelli più formali, tra cui la scuola, luogo peculiare per agevolare spazi di incontro e confronto tra i ragazzi e con gli adulti.
Link per il download della ricerca:
https://consorzioconsolida.it/wp-content/uploads/2025/01/Nuove-generazioni-report.pdf
- M.Ambrosini, 2004. ↑


