Per orfani di femminicidio si intendono tutti quei “bambini, bambine, adolescenti, ma anche giovani adulti o già adulti, la cui madre viene uccisa dal padre”[1].
L’articolo si interroga su quali percorsi di supporto e tutela siano oggi a disposizione per loro, e le famiglie affidatarie, in Lombardia. Come precedentemente trattato, la cornice normativa dentro cui ci muoviamo parte dalla legge 4/2018[2], la quale ha introdotto a livello nazionale una serie di tutele (legali, processuali ed economiche), per proseguire con le misure regionali che hanno prima sperimentato un ulteriore sistema di rimborso economico (DGR3760/2020[3]), per poi dare risalto alla collaborazione di rete per far fronte ai bisogni complessi degli orfani e delle loro famiglie. Il riferimento è alla sottoscrizione del “Protocollo d’Intesa[4] a favore dei figli di vittime di femminicidio”, approvato il 25.11.2024.
Tra i sottoscrittori del Protocollo, nonché tra i partner del progetto “Orphane of femicide invisible victim[5]” di cui si parlerà in seguito, troviamo Cerchi d’Acqua, ente no profit da anni impegnato nel contrasto alla violenza di genere. Ce ne parla la presidente Avv. Maria Grazia Russo e l’operatrice responsabile di accoglienza del centro antiviolenza, nonché referente di progetto, Nora Raffaele Addamo.
Di cosa si occupa Cerchi d’Acqua e come ha iniziato ad occuparsi di orfani di femminicidio?
Cerchi D’Acqua è uno dei centri antiviolenza storici di Milano e dal 2000 si occupa di contrastare la violenza maschile sulle donne, garantendo anonimato, non giudizio e sostenendo le donne nei percorsi di emancipazione e di elaborazione del trauma, attraverso percorsi di supporto psicologico (individuale e di gruppo), informativa legale e supporto per la ricerca del lavoro. Siamo tra le realtà fondatrici di DIRE, Donne In Rete Contro La Violenza, e facciamo parte della Rete Antiviolenza coordinata dal Comune di Milano, nonché siamo un riferimento del numero nazionale 1522. Nel perseguire la nostra mission abbiamo accolto ad oggi ben 14.000 casi e più di 9.000 figli minori, oltre a più di 1.800 figure della loro rete relazionale. È capitato che si arrivasse, quindi, anche agli orfani attraverso le loro famiglie, ma ciò è sempre stato molto complesso, perché sembrava un problema inavvicinabile per la sua gravità e complessità. Il progetto “Orphane of femicide invisible victim” ha permesso di acquisire un’esperienza specifica e un metodo di lavoro comune, partendo da una formazione specialistica: essere qualificati è fondamentale.
I dati purtroppo sono importanti ed è per questo che, oltre che il supporto alle vittime, portiamo avanti importanti azioni di sensibilizzazione per affrontare il problema, che è di natura culturale. Proponiamo formazioni nelle scuole per parlare dei meccanismi e del ciclo della violenza, per coglierne i segnali che portano all’escalation che ha come esito finale il femminicidio, che sappiamo non essere un fatto isolato, ma l’episodio conclusivo di un vissuto quotidiano connotato da violenza che coinvolge, di fatto, l’intera famiglia. Tra le iniziative significative di sensibilizzazione culturale, troviamo la mostra “Com’eri vestita” molto apprezzata e itinerante in vari comuni d’Italia, volta a scardinare i pregiudizi comuni alla base della violenza che giustificano e minimizzano il problema.
Come nasce e come si è sviluppato il progetto “Orphan of femicide invisible victim”?
Il progetto si avvia a dicembre 2021 e ha una durata di 48 mesi. Si tratta di un progetto finanziato attraverso il bando “A Braccia Aperte” dell’impresa sociale Con I Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa. L’iniziativa vede come capofila la cooperativa Iside e Cerchi D’acqua è uno dei nove centri antiviolenza aderenti alla partnership. Il progetto si pone in un’ottica di prevenzione, riconoscimento ed intervento nell’ambito della complessa realtà degli/delle orfani/e di femminicidio. L’obiettivo è la strutturazione di un dispositivo integrato nei territori coinvolti dal progetto, volto alla tutela e alla promozione del benessere psicofisico dei figli e delle figlie delle vittime di femminicidio e delle famiglie affidatarie, che comprenda la sensibilizzazione e la costruzione di nuove prassi, strumenti di tutela e il coinvolgimento di un’ampia rete di figure specialistiche, servizi ed istituzioni in grado di collaborare per fornire risposte costruttive ai policy makers. La rete è composta da 18 partner di cui fanno parte, oltre ai centri antiviolenza, 2 università, 3 tra centri specialistici, di ricerca e di formazione professionale, 2 enti del terzo settore e 2 enti pubblici attivi nel territorio del nord est Italia ovvero Veneto, Trentino-Alto Adige, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Campania.
Il progetto ha quindi voluto affrontare un problema caratterizzato fino ad oggi da una sostanziale invisibilità: c’è stata negli anni poca attenzione istituzionale verso gli orfani di femminicidio, nonostante la risonanza che hanno ancora oggi i femminicidi. Avere a che fare con gli orfani significa considerare persone che hanno vissuto un doppio trauma, ovvero la perdita della propria madre, a cui spesso assistono, e la perdita del proprio padre o per incarcerazione o per suicidio. I dati Eures[6] sul fenomeno[7], nelle Regioni interessate dal progetto, mettono in evidenza 159 minori rimasti/e orfani/e a seguito di 97 casi di femminicidi compiuti, dal 2009 fino al 2021. Per quanto riguarda Regione Lombardia sono stati individuati/e 74 orfani/e. Grazie al bando “A Braccia Aperte”, a livello nazionale sono stati supportati complessivamente 157[8] bambini, numero in aumento dato che altri 260 sono stati agganciati e a breve inizieranno un percorso di affiancamento.
Come è avvenuta l’individuazione e poi l’aggancio dei beneficiari, e quali sono le attività concrete di sostegno a cui possono accedere?
Il progetto mira a costruire una società che consideri una priorità prendersi cura di loro, delle loro vite e dei loro affetti. Per questo motivo si è strutturato in quattro macro aree: la presa in carico integrata, tempestiva e individualizzata degli/delle orfani/e; gli interventi per migliorare il rapporto tra famiglia affidataria e orfani/e; la creazione di una rete di professionisti sociosanitari, legali e della scuola competenti; le attività di sensibilizzazione (brochure in allegato).
Nella presa in carico integrata e tempestiva è prevista un’azione specifica di mappatura su tutti i territori coinvolti, integrando l’attività di Eures. I beneficiari del progetto sono orfani tra gli 0 e i 21 anni e all’interno di ciascun focal point è prevista una figura dedicata all’aggiornamento costante e continuativo della mappatura con più di una finalità: intercettare possibili beneficiari del progetto per far arrivare loro le informazioni e le opportunità di supporto possibili, nonché offrire supporto e consulenza agli stakeholder che intercettano gli orfani, anche nella gestione delle fasi di urgenza, immediatamente successive al femminicidio. Già in partenza la mappatura Eures è stata fornita con dati fondamentali per l’intervento territoriale, ovvero: l’età degli orfani al momento del fatto, se erano presenti, cosa è successo dopo, a chi sono stati affidati. L’insieme delle informazioni tratte dalla banca dati Eures, dal monitoraggio dei fatti di cronaca e dall’interlocuzione con gli stakeholder, permette di promuovere le opportunità di progetto e tessere alleanze territoriali.
Una delle prime difficoltà, infatti, è stata arrivare ai possibili beneficiari, sia perché a seguito dell’evento traumatico è possibile che i percorsi di vita li abbiano portati su altri territori, sia perché è complesso far circolare informazioni all’interno di un sistema non abituato a gestire sistematicamente e con metodo questi episodi. Il tutto nel rispetto della privacy e dell’autodeterminazione delle persone, orfani e loro famiglie affidatarie: la mappatura, infatti, non è finalizzata a raccogliere dati sensibili, quanto a intercettare le figure significative, come gli operatori, che per territorialità potrebbero poter indirizzare le informazioni di progetto ai destinatari, lasciando poi loro nella facoltà di decidere se chiedere o meno aiuto. Ciò ripercorre uno dei capisaldi della metodologia dei CAV. Inoltre, questo permette di svolgere parallelamente consulenza e supporto agli operatori coinvolti. Da questa ricostruzione, siamo oggi a circa 57 orfani presenti al momento in Regione Lombardia. Per coloro che, di fatto, si sono spostati di territorialità, la rete si attiva sia all’interno dell’area nord-est di cui il progetto “Orphan of feminicide invisible victim” si occupa, ma anche tra progetti a livello nazionale, in quanto il bando ha permesso lo sviluppo di reti sull’intero territorio nazionale.
Tra l’attività di presa in carico e di lavoro di rete, è presente uno snodo di coordinamento fondamentale ovvero il focal point: una cabina di regia territoriale a cui partecipano i partner lombardi (Cerchi D’acqua, Cadmi, Minotauro, Bicocca) e fortemente connessa con gli altri focal point dell’area nonché propedeutica al lavoro delle micro équipe determinate dai singoli percorsi di accompagnamento. Il focal point è anche un punto di riferimento per la cittadinanza e il territorio in senso ampio, ovvero funge da filtro per le richieste di supporto, consulenza e intervento che arrivano al progetto.
A conclusione del quadro di interventi, è bene specificare che ciascun percorso rivolto alla presa in carico e accompagnamento si basa sull’analisi dei bisogni (espressi o taciti), dello stato di salute dell’orfano e della sua famiglia. Per questo ci si è a lungo interrogati su come avviare al meglio un percorso conoscitivo che potesse tanto guidare la progettazione individualizzata quanto facilitare l’instaurazione di un legame di fiducia. Sono stati costruiti quindi due strumenti di rilevazione del bisogno, uno per gli orfani (col supporto dell’Università Vanvitelli) e uno per le famiglie affidatarie: interviste semi strutturate che accompagnano il racconto, facilitando l’espressione di stati d’animo e l’esplicitazione dei bisogni.
Nella brochure vengono descritte le attività prevedibili in una progettazione così delineata grazie alla valutazione iniziale, a cui si integrano le doti educative e le doti per esigenze familiari, ovvero integrazioni economiche a quanto previsto a livello statale per garantire il soddisfacimento dei bisogni primari quanto aggregativi, espressivi e di benessere (es. sport). Sono, infine, previste attività dedicate alle famiglie affidatarie: con questo termine si intende l’intero nucleo, non solo il tutore legale, ma tutte le figure in relazione con l’orfano, offrendo loro percorsi individuali e di gruppo. In questo secondo caso, si sono già sperimentati i confronti interregionali online, mentre è in programma l’avvio di gruppi AMA (auto-mutuo-aiuto) in presenza sul territorio regionale.
Quali risultati si sono raggiunti fino ad ora e qual è la risposta che avete trovato nei beneficiari?
Il progetto ha permesso di formare personale specializzato, sia per azioni di sensibilizzazione che di intervento a tutela degli orfani, permettendo sperimentazioni che hanno portato alla costruzione di buone prassi tra professionisti e servizi. Gli orfani di femminicidio sono soggetti vulnerabili non solo per l’evento traumatico di cui sono stati vittima, ma anche perché nel tempo hanno spesso dovuto vivere situazioni di emarginazione se non di vittimizzazione secondaria.
L’investimento e la sperimentazione di questi ultimi anni hanno permesso, infatti, di creare una rete di lavoro che ci auguriamo possa proseguire anche dopo la conclusione del progetto e degli strumenti operativi che hanno consolidato le competenze specifiche delle operatrici/degli operatori direttamente coinvolti nell’attività di supporto. Il metodo si basa su un approccio multidisciplinare nella costruzione di progetti personalizzati a favore degli orfani di femminicidio e delle loro famiglie, un metodo comune per tutti i soggetti della rete, attuato con l’obiettivo di permettere il superamento del trauma e delle difficoltà conseguenti all’evento traumatico a partire dal reinserimento nella vita sociale, passando anche attraverso l’ottenimento di indennizzi e tutele riconosciute dalla normativa. Ciò richiede il supporto di un legale e di operatrici formate che sappiano come muoversi nelle pratiche atte a rendere esigibili dei diritti garantiti dalla norma.
Collegandoci quindi alle politiche di welfare più in generale, partendo dalla vostra esperienza sul campo, qual è lo stato attuale degli interventi per gli orfani di femminicidio?
Partiamo dal nominare le leggi presenti, perché questo è un aspetto importante. Chiaramente questi soggetti hanno bisogno di essere risollevati economicamente, perché si trovano in una situazione di grande fragilità, anche economica, quindi lo Stato deve intervenire. È stata emanata a riguardo una legge nel 2018 (L.4/2018), la quale prevede una forma di tutela soprattutto di natura economica, in favore dei figli superstiti, siano essi minorenni che maggiorenni. Nonostante questo intervento statale, non tutti conoscono la norma. Perché? Più che altro non ci sono dei canali di conoscenza diretti e si è fatta molta fatica per mettere in atto non solo la conoscenza di queste norme ma anche gli iter burocratici per permetterne l’accessibilità.
Brevemente, le misure previste riguardano: l’ammissione al gratuito patrocinio, anche nei procedimenti civili collegati, dato che a livello penale era già previsto per questa tipologia di reati. A seguire, viene riconosciuta la possibilità del cambio cognome o di aggiunta di un secondo cognome (art.13), attraverso la richiesta al Prefetto. Questo può essere un concreto sollievo per un orfano. Proseguendo, viene previsto il sequestro conservativo dei beni. Cosa vuol dire? Vuol dire che all’autore del reato, che sia il marito, convivente e anche ex convivente, può essere effettuato il sequestro dei beni fin dalle prime fasi dell’indagine penale. Non occorre aspettare la sentenza di condanna per bloccare il patrimonio, lo si blocca subito, e ciò è una garanzia a tutela dell’orfano, così che, una volta ottenuta la sentenza di condanna, potrà essere eseguito eventualmente il pignoramento sui beni. Inoltre, in sentenza di primo grado il giudice può stabilire un importo pari al 50% dell’intero danno, un accantonamento immediato, in modo da garantire sin da subito un equo ristoro. Un altro articolo importante ha introdotto l’indennità a succedere. Questo è stato un passaggio molto importante perché limita fin da subito l’autore del reato, nominando, ad avvio delle indagini e relativo processo, un curatore il quale tutelerà la pratica successoria. Non solo quindi a fronte di sentenze di condanna il reo non potrà essere chiamato come erede, ma il patrimonio viene immediatamente tutelato, andando ad escludere la possibilità di appropriazione indebita di patrimonio in casi di conti correnti cointestati. Ovviamente la norma prevede anche la decadenza della responsabilità genitoriale come condanna accessoria. Per gli autori di reato viene altresì sospesa la pensione di reversibilità. A supporto diretti degli orfani, invece, la norma prevede misure di supporto volte a garantire il diritto allo studio e l’avviamento al lavoro. Per esempio, vige un obbligo per il datore di lavoro che ha più di 50 dipendenti di assumere vedovi oppure orfani. Proseguendo, è riconosciuta un’esenzione dei ticket sanitari e di assistenza medico psicologica gratuita, nonché borse di studio, e finanziamenti per il reinserimento lavorativo. Ovviamente ci sono anche dei contributi regionali, che variano da Regione a Regione e dagli stanziamenti che ogni Regione fa in proposito. Anche le famiglie affidatarie hanno la possibilità di chiedere un indennizzo.
Quali sono i limiti di questo sistema di tutela, quali sono le difficoltà di accesso ai contributi o agli indennizzi e in generale alle misure di supporto e protezione?
Le tutele previste sono poco conosciute, tanto ai beneficiari quanto agli operatori dei servizi. Il progetto si è messo a disposizione di entrambi, ha dato supporto a cui supporta, in termini consulenziali e informativi, per limitare questo gap e accompagnare gli orfani nella richiesta in quanto solo loro (e i loro tutori) posso avviare l’iter. Da questo punto di vista, inoltre, il progetto ha permesso anche di integrare le risorse, andando a offrire supporto, nonché contributi a copertura di attività o bisogni che non sarebbero stati garantiti dal livello nazionale o regionale.
Cosa rimane scoperto? Una riflessione che a livello operativo sta maturando è la presa di consapevolezza che queste famiglie sono per lo più abbandonate a loro stesse: la legge prevede l’affidamento degli orfani a chi è loro più prossimo, per non interrompere legami familiari, ma tralasciando (o non adeguatamente considerando) che anche loro devono elaborare un lutto, devono essere supportate. Andrebbe pensata un’azione sistemica, un periodo di accompagnamento alle famiglie affidatarie a seguito del collocamento, prendendo spunto da quanto viene offerto in generale nei percorsi di affido e adozione, accentuando l’attenzione per l’elaborazione del trauma che, aggiunto alla complessità ben nota di un percorso di affido o adozione, porta con sé delle problematicità che vanno prima viste per poi essere accolte e accompagnate.
In che modo il Protocollo Interistituzionale ha contribuito al sistema di tutela e supporto agli orfani di femminicidio?
Il Protocollo segna un passaggio importante, richiama la Convenzione di Istanbul e ciascuno dei sottoscrittori ha assunto degli specifici impegni. Essendo datato novembre 2024 è ancora troppo presto per valutarne gli impatti. L’atto è stato sottoscritto da 21 soggetti[9] e le finalità riguardano la creazione di una rete di sostegno che favorisca la collaborazione tra soggetti diversi al fine di fornire supporto sanitario per monitorare la salute e l’equilibrio fisico e psicologico dei figli delle vittime, orientamento legale, supporto formativo e orientamento al lavoro, programmi di assistenza sociale ed economica per far fronte alle necessità quotidiane, sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nelle scuole sul tema. Tali finalità vengono declinate in obiettivi specifici e impegni: individuare e attivare misure idonee a sensibilizzare sul fenomeno la cittadinanza e i professionisti a vario titolo coinvolti nella presa in carico di minori e delle loro famiglie affidatarie; facilitare, nel rispetto della riservatezza, la raccolta delle richieste di aiuto; garantire assistenza e protezione delle vittime attraverso misure di sostegno mirate e durevoli che assicurino una riduzione del disagio psicofisico; garantire assistenza e sostegno alle famiglie affidatarie; elaborare buone prassi omogenee e condivise da parte di tutti i sottoscrittori del protocollo per quanto attiene la protezione, la cura e l’assistenza della vittima.
Sicuramente le enunciazioni sono molto importanti, viene prevista una progettualità significativa quindi l’aspettativa ora è che si realizzi.
In conclusione, nonostante il quadro normativo, sussistono ancora oggi delle criticità a partire dalla poca informazione delle tutele previste. In generale, ci sono altri aspetti che possono essere spunti di miglioramento per il futuro della policy in questo settore?
La criticità sicuramente c’è, perché non basta una norma come questa ad affrontare un fenomeno così ampio, così disastroso, così pesante. Dal punto di vista normativo, sarebbero auspicabile una semplificazione delle procedure nonché un investimento in termini di conoscenza e chiarezza sulle modalità di accesso.
Ciò su cui, però, puntare tanto è la sensibilizzazione alla violenza, se ne fa veramente molto poca; come centro antiviolenza ci attiviamo, ma è necessario che ci sia un impegno importante anche da parte delle istituzioni. Ci deve essere una presa in carico di questo fenomeno che è diventato ormai drammatico. Ogni giorno veniamo a conoscenza di una nuova efferata violenza, vogliamo quindi arrivare al nocciolo del problema. Attraverso il progetto portiamo a scuola i temi del ciclo della violenza, dei segnali per riconoscere una possibile escalation, nonché l’importante questione del consenso. Servono però azioni sistemiche di sensibilizzazione, a partire dai giovanissimi. Per cui se il risultato è questo, bisogna fermarsi e chiedersi come mai non basta aumentare le pene? Perché è chiaro che se un soggetto è spinto e motivato a fare un gesto così eclatante, lo compirà, indipendentemente dalla pena prevista. Non è sufficiente. Dobbiamo evitare che si arrivi a tale escalation attraverso un’opera di sensibilizzazione e di educazione culturale.
- Baldry, 2018, pg.42 ↑
- https://lombardiasociale.it/2021/03/11/orfani-di-femminicidio-le-osservazioni-del-croas/ ↑
- https://lombardiasociale.it/2021/02/08/un-bonus-anche-per-gli-orfani-di-femminicidio/ ↑
- https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/istituzione/Giunta/sedute-delibere-giunta-regionale/DettaglioDelibere/delibera-3454-legislatura-12 ↑
- Progetto finanziato dall’Impresa Sociale Con i bambini, all’interno del bando “A braccia aperte”. ↑
- Istituto Di Ricerca impegnato dal 1998 nella promozione e realizzazione di attività di studio, di formazione e di analisi applicata in campo economico, sociale e culturale. In particolare, raccoglie la banca dati sugli omicidi dolosi in Italia e pubblica rapporti specifici sul fenomeno del femminicidio. ↑
- Consultabili a partire dalla rassegna stampa di progetto: https://percorsiconibambini.it/orphanfemicide/rassegna-stampa/ ↑
- Si veda: https://www.corriere.it/buone-notizie/23_novembre_20/orfani-femminicidio-sono-vittime-due-volte-l-eta-7-17-anni-ce168c90-8781-11ee-a0e2-1e188114736c.shtml ↑
- Prefettura Di Milano, Regione Lombardia, Garante Per I Minori E Le Fragilità Della Regione Lombardia, Città Metropolitana Di Milano, Comune Di Milano, Tribunale Per I Minorenni Di Milano, Questura Di Milano, Comando Provinciale Dell’arma Dei Carabinieri Di Milano, Ufficio Scolastico Territoriale Di Milano, ATS Città Metropolitana Di Milano, AS ST Fatebenefratelli Sacco Casa Pediatrica, Ordine Degli Avvocati Di Milano, Ordine Degli Psicologi Della Lombardia, Ordine Assistenti Sociali Della Lombardia, Caritas Ambrosiana, Associazione Telefono Donna, Centro Antiviolenza Cerchi D’acqua, Casa Di Accoglienza Delle Donne Maltrattate Di Milano, Associazione Olga, Fondazione Stelle Di Marisa, Associazione per l’EMDR in Italia. ↑


