Il report[1], frutto della collaborazione tra Istat e Università Ca’ Foscari di Venezia, mostra un graduale ampliamento dell’offerta e una crescente domanda, nonostante il fenomeno sempre più significativo della denatalità. Ad integrare la fotografia dell’infrastruttura educativa, in continuità con le analisi delle annualità precedenti, in questo rapporto troviamo un approfondimento ulteriore riguardante il personale, l’accessibilità e le caratteristiche dei bambini/e frequentanti.
Il sistema d’offerta
Nell’anno educativo 2022/2023 i posti disponibili nei nidi, nelle sezioni primavera e nei servizi integrativi pubblici e privati hanno raggiunto sul territorio nazionale una copertura pari a 30 posti per ogni 100 bambini/e residenti tra gli zero e due anni, aumentando di due punti percentuali, quindi, il tasso di copertura rispetto alla precedente rilevazione. Queste 30 unità sono composte per la maggior parte da nidi, a seguire sezioni primavera e, quindi, in misura residuale da servizi integrativi[2].

Il valore assoluto di posti disponibili complessivi sul territorio nazionale si attesta sulle 366.000 unità ovvero 15.700 in più rispetto all’anno precedente.
Sono in particolare due gli aspetti da sottolineare in relazione a questo dato di crescita dell’offerta, in relazione al raggiungimento degli obiettivi definiti:
– da una parte considerare che i 30 posti per 100 bambini sono relativi al complessivo sistema di servizi educativi per l’infanzia, composto da diverse unità di offerta anche molto diversificate tra loro, e che conteggia unitamente l’offerta pubblica e quella privata;
– dall’altra l’enorme divario regionale che la figura 1 mette bene in evidenza: a fronte di un raggiungimento di una media nazionale di 30 posti ogni 100 bambini, vi sono regioni, in particolare Campania, Sicilia e Calabria che si attestano al di sotto dei 20 posti ogni 100 bambini.
L’aumento dell’offerta vede una maggiore espansione del settore privato. Anche la maggior parte dei servizi a titolarità pubblica[3] (53%) è affidata in gestione a enti privati del settore no profit. L’analisi dei costi medi dell’offerta comunale per tipo di gestione mostra come per il Comune sia molto più alta la spesa per bambino se la gestione del servizio è diretta rispetto a quando la gestione del servizio viene esternalizzata, creando un risparmio intorno al 44% del costo per bambino. Questo dato può essere una tra le motivazioni per cui aumenta nel tempo la scelta di esternalizzare la gestione dei servizi. In particolare, in Lombardia, il settore privato ricopre un ruolo centrale dell’offerta dei servizi per l’infanzia.

L’indagine mostra quindi un trend rassicurante, che non soddisfa però ancora gli obiettivi europei e riscontra una forte disomogeneità territoriale.

L’Umbria è la prima regione italiana che ha già superato il nuovo target europeo del 45%. La Lombardia si attesta a una percentuale del 36%, con un aumento di quasi 5 punti percentuali rispetto all’annualità precedente.
Un nuovo dato subregionale che presenta questa nuova indagine riguarda la copertura a livello di Ambito Territoriale Sociale (ATS). L’indagine mostra come il 35,5% degli ATS abbia un tasso di copertura pari o superiore al 33% ovvero 218 ATS sul totale di 614. La dotazione di servizi sul territorio penalizza i comuni di ampiezza demografica più bassa, ovvero l’85% dei comuni italiani: si passa infatti dal 26,3 di copertura media per i comuni con popolazione fino a 10.000 abitanti al 35,5% per i comuni con oltre 50.000 abitanti, dove si registra una prevalenza dell’offerta pubblica. La diffusione dei servizi è mediamente più alta nelle grandi città o zone altamente popolate. Questi dati sono particolarmente significativi anche per la regione Lombardia, considerando la differenza tra l’area della città metropolitana di Milano e le limitrofe comunità montane.
In generale, l’anno accademico 2022/2023, riscontra una sostanziale crescita nella domanda, uniforme a livello nazionale, con un livello leggermente più alto al mezzogiorno. Sull’aumento della domanda ha sicuramente influito il contributo alle famiglie, in particolare il bonus asilo nido, che nell’anno 2022 conta 430.000 beneficiari ovvero 70.000 in più rispetto al 2021 (+19%). Ovviamente l’utilizzo del contributo risente però dell’offerta strutturale dei servizi, ovvero meno posti autorizzati, minore possibilità di usufruire del contributo statale.
Si stima un tasso di saturazione del 92,3% dei posti disponibili. Il dato esclude quindi una situazione generale di sottoutilizzo e la distribuzione dell’indicatore è pressoché omogenea. Questo non esclude però il fenomeno delle liste d’attesa, in quanto il dato di saturazione è un dato medio. Esiste infatti un 56,3% di nidi e sezioni primavera che non essendo riusciti a coprire tutte le domande hanno creato una lista d’attesa. Questa quota risulta in aumento rispetto all’anno precedente, a conferma del fatto che la domanda sia aumentata. La domanda non soddisfatta è più frequente nel settore pubblico.
Il personale, non solo educativo[4]
Dalle stime, si evidenzia che l’attuale organizzazione prevede un rapporto di un educatore ogni 5,4 posti autorizzati e un’unità di personale non educativo ogni 11,1/11,7 posti autorizzati. Il limite di questi dati è che si considera il personale impiegato indipendentemente dal monte ore lavorato e nell’analisi vengono considerati sia i nidi che le sezioni primavera che hanno target e funzioni differenti. Come era possibile presumere, la maggior percentuale di personale impiegato si trova al nord, anche a fronte di una maggior prevalenza di servizi.
Uno sguardo nuovo dell’indagine rispetto alle annualità precedenti pone l’accento sul personale regolarmente presente nei servizi ma che non appartiene a nessuna delle due categorie sopra citate. Si tratta degli stagisti/tirocinanti e dei volontari. Si stima una quota tra le 17.400 e le 22.500 persone che appartengono a tale categoria, discretamente rilevante sul totale. Anche in questo caso, la loro presenza varia a livello nazionale, arrivando a percentuali di oltre il 50% del personale complessivamente impiegato nei servizi al sud.
L’analisi prosegue attraverso il calcolo di una stima di personale educativo necessario per il potenziamento del sistema di offerta dei servizi educativi per l’infanzia, in base anche al contributo finanziario previsto col PNRR. Al fine di incrementare i posti autorizzati di 150.480 unità sarebbero necessari tra i 23.700 e i 24.900 educatori/educatrici full time[5]. In merito alla quantificazione, c’è da considerare che la richiesta di queste figure sarà ovviamente disomogenea sul territorio nazionale e, in parte, le risorse saranno destinate a un potenziamento contrattuale delle risorse già impegnate. Il ragionamento però permette ugualmente di porre l’attenzione sulla necessità non solo di creare nuove disponibilità di posti per raggiungere gli obiettivi europei, ma anche di investire sulle professioni educative – anche a partire dalla formazione universitaria – affinché poi sia disponibile il personale in numero adeguato alla richiesta dei servizi.
Sulla difficoltà di reperire personale sono disponibili alcuni dati già all’interno della presente indagine: il 66,4% dei servizi educativi ha effettuato assunzioni di personale educativo nei due anni precedenti all’intervista; di questo il 28,2% ha avuto forti o fortissime difficoltà a reperirlo, mentre il 46,1% ha avuto qualche difficoltà. Tra i motivi emersi troviamo: la difficoltà di trovare personale educativo; la mancanza di titoli idonei; l’incompatibilità con i metodi di lavoro e la carenza di esperienza pratica nel campo educativo e, in alcuni casi, anche la collocazione periferica del servizio educativo stesso.
Altro dato, che non sorprende, ma evidenzia un fenomeno cronico, riguarda la femminilizzazione della professione educativa nei servizi per l’infanzia: oltre il 99% del personale educativo è di genere femminile.
Infine, citiamo l’approfondimento in merito alla figura del coordinatore pedagogico, ruolo fondamentale in quanto responsabile dello sviluppo, della valutazione, dell’aggiornamento del curriculum formativo e del proprio personale. Secondo i dati raccolti sono meno del 10% le unità di offerta educativa per l’infanzia in cui non è presente un coordinatore pedagogico. Le unità d’offerta in cui questa figura è meno presente sono quelle a gestione pubblica diretta e quelle private non convenzionate. Se il dato pare essere positivo in termini di presenza, è necessario ulteriormente spacchettarlo in quanto sono diverse le differenze rispetto all’organizzazione di questa funzione a seconda della tipologia di servizi. La funzione può essere interna o affidata a esterni. Si evidenzia una correlazione tra ore dedicate a tale funzione e modalità di organizzazione del servizio stesso, ovvero quando questa funzione è svolta in maniera esclusiva e da un professionista interno, le ore dedicate sono pari a 15, si abbassano a 8,6 nei casi in cui la funzione è svolta da chi ricopre anche un ruolo di educatore all’interno del servizio. Le ore dedicate diminuiscono quando la funzione viene esternalizzata, a meno che sia svolta all’interno e per una rete di servizi.
Accessibilità e inclusività
Il tema dell’accessibilità viene trattato sia da un punto di vista delle caratteristiche dell’offerta sia attraverso l’analisi delle disuguaglianze socioeconomiche territoriali nella frequenza del nido, andando quindi a porre l’attenzione sul rapporto tra domanda e offerta. La prima analisi mostra come per i ceti sociali con più alto reddito il nostro paese abbia già raggiunto il nuovo parametro del 45% di frequenza, mentre chi si trova in svantaggio socioeconomico (disoccupazione, famiglia monoreddito, cittadinanza straniera…) il tasso di frequenza al nido è di molto inferiore.
A fronte di un aumento della domanda e dell’incidenza delle liste d’attesa, i criteri con i quali i comuni creano le graduatorie per l’accesso delle famiglie al servizio sono particolarmente rilevanti, come era già stato evidenziato nell’analisi precedente. La scheda di rilevazione aggiunta all’analisi Istat prevede l’individuazione di quelli che sono i criteri per l’attribuzione dei punteggi utili alla formazione della graduatoria, ma anche quei requisiti definiti di “priorità assoluta”, ovvero che permettono l’accesso al servizio senza tenere conto della graduatoria. I dati raccolti mostrano una forte eterogeneità dei criteri utilizzati dai comuni che di conseguenza determinano diverse condizioni di accessibilità e inclusività.

Come si evince dalla tabella, il criterio prioritario utilizzato nella formazione di tali graduatorie è la condizione lavorativa di entrambi i genitori. Questo criterio dà diritto al massimo punteggio in quasi la metà dei comuni interessati. In merito invece ai criteri di priorità assoluta, nel 58,3% dei comuni tale requisito consiste nell’appartenere ai nuclei familiari presi in carico e segnalati dai servizi sociali per grave disagio sociale e economico. Altro requisito che ha un peso preponderante sia nella formazione delle graduatorie, ma soprattutto negli accessi prioritari, nei casi in cui i comuni prevedono questa possibilità, è avere una disabilità certificata.

L’attenzione all’inclusione di bambini/e con disabilità si riscontra anche dall’analisi comparata con i dati presenti nel Registro Statistico Tematico delle persone con disabilità: con questa fonte è possibile per la prima volta calcolare i livelli di partecipazione al sistema educativo specifici per i bambini/e con disabilità. Nell’anno educativo 2021/2022, gli iscritti a nidi e sezioni primavera con disabilità rappresentano il 21,2% della popolazione disabile contro il 24,8 della quota di iscritti senza disabilità. La differenza quindi appare lieve, anche se è presente una forte disomogeneità a livello territoriale, ovvero una maggiore penalizzazione dei bambini/e con disabilità avviene nelle aree in cui l’offerta dei servizi educativi è carente.
Per quanto riguarda invece la partecipazione dei bambini/e nella fascia 0-2 anni di origine straniera, i dati sono meno incoraggianti. I servizi nido presentano una loro partecipazione pari al 13,7% della popolazione straniera residente. La maggiore frequenza si riscontra nei servizi pubblici e al nord. La media nazionale di iscritti stranieri sul totale dei frequentanti è del 7%, che attesta quindi in generale una scarsa partecipazione di questo target ai servizi per l’infanzia.
Conclusioni
In generale, la ricerca ri-conferma il mancato raggiungimento degli obiettivi europei, nonché la garanzia del LEP sancito dalla normativa nazionale. Nonostante il trend positivo, perché si registra un aumento dell’offerta e della domanda anche a fronte del fenomeno della denatalità, il raggiungimento del LEPS[6] appare un obiettivo ancora lontano guardando alla media nazionale e regionale. Le sfide che si ravvedono nel medio e lungo periodo riguardano:
- Il raggiungimento degli standard previsti, senza andare a incidere sulla qualità dei servizi;
- Il reperimento del personale in misura sufficiente per sostenere l’ampliamento dell’offerta, accompagnato da una una strategia di formazione e acquisizione di lungo periodo;
- L’individuazione di linee guida per orientare la programmazione locale nell’individuazione di criteri d’accesso ai servizi che rispecchino i principi di equità e inclusività;
- Il mantenimento di risorse strutturali adeguate all’aumento dell’offerta. In merito a questo, si cita la rete EducAzioni che accende i riflettori sulla recente rimodulazione inviata all’Europa che sottostima ulteriormente gli standard di raggiungimento previsti a livello regionale, rischiando di compromettere e rallentare quello che è un processo ad oggi virtuoso[7].
- https://www.istat.it/produzione-editoriale/pubblicato-il-report-sui-servizi-educativi-per-linfanzia-riferito-allanno-educativo-2022-2023/ ↑
- I servizi integrativi per la prima infanzia introdotti con la legge 285 del 1997 come forme innovative di servizi sono più flessibili rispetto ai tradizionali asili nido e includono gli spazi gioco, i centri bambini genitori i servizi educativi in contesto domiciliare. ↑
- Per titolarità pubblica si intendono tutti i servizi pubblici, sia a gestione diretta che esternalizzata. ↑
- L’indagine campionaria ha coinvolto 10.623 educatori e 5.112 unità di personale non educativo operanti in 1.934 servizi educativi in cui erano presenti al 31/12/2022 56.497 bambini e bambine. È stata inoltre rilevata la presenza di 2.771 tra tirocinanti e stagisti e 441 volontari presenti con continuità nelle strutture. ↑
- Tale stima si basa ovviamente su quella che è l’analisi dell’attuale sistema di servizi per l’infanzia. ↑
- Il LEPS a cui si fa riferimento è contenuto nell’art. 1 comma 172 (L.234/2021) che cita: Al fine di rimuovere gli squilibri territoriali nell’erogazione del servizio asilo nido (…) lo Stato destina (…) quale quota di risorse finalizzata a incrementare in percentuale, nel limite delle risorse disponibili per ciascun anno, il numero dei posti nei servizi educativi per l’infanzia (…) sino al raggiungimento di un livello minimo che ciascun comune o bacino territoriale è tenuto a garantire. Il livello minimo da garantire (…) in proporzione alla popolazione ricompresa nella fascia di età da 3 a 36 mesi, è fissato su base locale nel 33 per cento, inclusivo del servizio privato. L’obiettivo di servizio è progressivamente incrementato annualmente sino al raggiungimento, nell’anno 2027, del livello minimo garantito del 33 per cento su base locale. Si ricorda, altresì, che l’obiettivo previsto dalla Raccomandazione Europea ha alzato ulteriormente lo standard da raggiungere, prevedendo il 45% del tasso di copertura entro il 2030. ↑
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https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/rete-educazioni-il-governo-dimezza-la-percentuale-di-copertura-degli-asili-nido-su-base-regionale-ci-allontaniamo-dalleuropa/ ↑


