Il programma P.I.P.P.I. è tra i primi LEPS definiti a seguito della legge 320/2000. Il Piano Nazionale degli Interventi e dei Servizi Sociali 2021-2023 definisce l’intervento di prevenzione dell’allontanamento familiare come la risposta “al bisogno di ogni bambino di crescere in un ambiente stabile, sicuro, protettivo e “nutriente”, contrastando attivamente l’insorgere di situazioni che favoriscono le disuguaglianze sociali, la dispersione scolastica, le separazioni inappropriate dei bambini dalla famiglia di origine, tramite l’individuazione delle idonee azioni, di carattere preventivo che hanno come finalità l’accompagnamento non del solo bambino, ma dell’intero nucleo familiare in situazione di vulnerabilità, in quanto consentono l’esercizio di una genitorialità positiva e responsabile e la costruzione di una risposta sociale ai bisogni evolutivi dei bambini nel loro insieme”.
Come richiamato anche da Regione Lombardia tramite la DGR 2169/2024, la definizione di un LEPS comporta la garanzia delle prestazioni previste come livello essenziale per tutti i cittadini e su tutto il territorio nazionale, favorendone la realizzazione da parte dei diversi Ambiti. Per raggiungere tale obiettivo, il Piano di Ripresa e Resilienza e il Fondo Nazionale delle politiche sociali hanno dedicato risorse specifiche all’implementazione del programma.
Questa fase, quindi, è caratterizzata da un quadro normativo solido e risorse dedicate. A che punto è quindi l’implementazione a livello locale?
Abbiamo rivolto questa domanda a due esperte del programma, Luisa Capparotto, membro del Gruppo Scientifico, e Manuela Agnello, esperta formatrice P.I.P.P.I., entrambe tutor del polo formativo di Regione Lombardia, ovvero chiamate all’accompagnamento degli Ambiti nella messa a terra del programma.
Quanto è diffuso il programma P.I.P.P.I. in Lombardia?
L’ultimo report nazionale ci fornisce una fotografia, anche regionale, riguardante l’implementazione del programma P.I.P.P.I. 10: la Lombardia è tra le prime Regioni che si è sperimentata su questo approccio, troviamo quindi Ambiti che si collocano nel modulo Avanzato e/o nel modulo Autonomia[1] previsti dal Programma, nei quali si sono strutturati i LabT (Laboratori territoriali per il mantenimento dei processi di innovazione nell’Ambito territoriale sociale) e Ambiti che si collocano nel modulo Start e Base che si sperimentano per la prima o la seconda volta[2].

La situazione però è notevolmente cambiata con l’avvento delle risorse PNRR: abbiamo visto il passaggio da 13 Ambiti coinvolti nell’attuazione del programma ad una attuale copertura pressoché totale con l’annualità di P.I.P.P.I. 12. La Lombardia è, a livello nazionale, la Regione che ha il maggior numero di Ambiti coinvolti, con un quadro però altrettanto variegato al suo interno, motivo per cui è riconosciuto come polo a sé nella governance strutturale di monitoraggio e accompagnamento da parte del gruppo scientifico.
La pluralità di Ambiti coinvolti porta a una pluralità di esperienze, da cui emergono diverse esigenze di affiancamento per l’implementazione del programma. A questo si aggiungono alcune specificità regionali, quale il ruolo sempre crescente delle ATS (Agenzia di Tutela della Salute) e del settore sociosanitario nel sistema di governance locale e nella promozione di progettualità per minori e famiglie e una forte spinta regolamentativa al riconoscimento di forme di accreditamento e unità d’offerta (vedasi lo sviluppo delle Reti di Famiglie Affidatarie o i Centri Famiglia).
Quali sono quindi le specificità del programma P.I.P.P.I. in Lombardia?
Fino ad ora il tutoraggio e l’accompagnamento agli ATS ha riguardato un’attività di formazione continua e confronto tra pari rivolta principalmente ai coach, i quali hanno poi trasferito riflessioni e apprendimenti nelle rispettive équipe multidisciplinari.
Oggi l’esigenza di supporto e confronto arriva anche dai referenti territoriali, i quali portano delle attenzioni su come poter promuovere una governance che possa tenere assieme più livelli e attori. Il referente territoriale, infatti, ha un’importanza strategica perché deve mantenere aperta e fluida la comunicazione fra tutti i livelli e i soggetti coinvolti nel programma per creare le condizioni per realizzare la micro-progettazione al livello del micro-meso ed esosistema.
Questo bisogno ha portato altresì a un confronto con la referente regionale dott.ssa Clara Sabatini, andando a esplicitare il bisogno di creare maggiori connessioni tra livello nazionale, regionale e territoriale, nonché strumenti formali e informali, risorse economiche di diversa natura e provenienza, all’interno di una cornice di senso per gli operatori e coerente nel suo insieme.
Una specificità territoriale, infatti, risulta essere la sfida di coniugare strumenti e dispositivi di supporto informali, come le famiglie d’appoggio o il raccordo scuola/territorio, con una direzione del welfare che privilegia la standardizzazione degli interventi attraverso l’accreditamento, il riconoscimento di unità di offerta e i convenzionamenti. C’è stata quindi un’apertura regionale al confronto, grazie alla quale potrà essere possibile costruire percorsi condivisi di co-progettazione, come previsto dal codice del terzo settore.
L’altra sfida regionale riguarda come coniugare le indicazioni nazionali nel contesto regionale e con le diversità e peculiarità di ciascun Ambito: la quasi totale copertura è sicuramente un dato positivo, che porta con sé però diversi elementi di complessità. Per esempio, alcune realtà montane hanno portato avanti un lavoro efficace sul collegamento scuola territorio che risulta essere difficilmente replicabile sulla città metropolitana. Questo dimostra come anche tra ambiti definiti allo stesso modo “avanzati” possano esserci declinazioni operative differenti.
Infine, rispetto all’utilizzo delle risorse, è bene riconoscere che gli Ambiti lombardi, rispetto ad altri contesti, sono arrivati abbastanza preparati e strutturati per rispondere alla complessità rendicontativa, gestionale e di ricomposizione delle fonti di finanziamento (Fondo PNRR e FNPS, a cui si integrano le risorse di altre progettualità regionali rivolte alla stessa fascia di popolazione). Rimane però, quale pista di lavoro, l’incentivare maggiormente l’utilizzo di risorse per i dispositivi quali la Vicinanza solidale o i Gruppi genitori/figli. Attualmente, infatti, la maggior parte della spesa ricade sul dispositivo dell’educativa domiciliare, facilmente quantificabile e utilizzabile in termini sia operativi che amministrativi. La sfida è come gestire le risorse in maniera efficace per sostenere l’intero approccio e quindi tutti i dispositivi disponibili. È tutt’ora una questione aperta, infatti, la gestione delle risorse per attività che ricadono su più organizzazioni, a fronte di un flusso di risorse coordinate a livello istituzionale dall’ente locale. Per esempio, le attività utili a sviluppare il dispositivo collaborazione scuola/famiglia/servizi, come la realizzazione di laboratori con la scuola, richiedono la stipula di accordi di collaborazione o di convenzioni per poter dare al dirigente scolastico la possibilità di far partecipare gli insegnanti a momenti formativi.
Nonostante ci sia minore abitudine a utilizzare altri dispostivi, integrandoli all’educativa domiciliare, la sperimentazione porta a riconoscere l’efficacia anche di queste ulteriori modalità di lavoro con le famiglie (come i gruppi per genitori e bambini o la vicinanza solidale), maggiormente orientate alla sostenibilità anche sul lungo periodo, andando a rinforzare il sistema di supporto e promozione al nucleo.
L’attività di tutoraggio, grazie al confronto tra Ambiti, permette quindi di scambiare buone pratiche e sensibilizzare gli operatori ad un cambio di paradigma, vedendone l’opportunità.
Cosa ha comportato il riconoscimento del programma P.I.P.P.I. come LEPS?
La definizione del LEPS ha sicuramente riconosciuto un punto di forza emerso dalle sperimentazioni e dalla ricerca sul campo, ovvero l’efficacia nell’utilizzare una metodologia che non si rivolge esclusivamente all’accompagnamento diretto alla famiglia, ma lavora sul contesto di vita, attraverso interventi su più livelli, raggiungendo risultati con un minor utilizzo di risorse.
Per la Lombardia, in particolare, la cornice del livello essenziale lancia una prospettiva nuova ovvero sollecita a guardare non solo agli aiuti formali, all’utilizzo di risorse formali e limitate nel tempo, prestazionali, ma anche a quelli informali, le reti sociali, uno dei principali strumenti di lavoro dell’operatore sociale, investendo su un capitale sociale che possa continuare ad agire al di là del singolo finanziamento o misura e che rimane a supporto della famiglia anche successivamente all’intervento professionale. Una comunità supportiva e solidale, relazioni positive nel proprio ambiente di vita, sono garanzie del diritto all’autodeterminazione.
In generale, però, è bene riconoscere che siamo solo all’inizio di un cambiamento, quindi, risulta difficile valutare ed evidenziare effetti specifici del riconoscimento del LEPS, ad esclusione del già evidente aumento degli Ambiti coinvolti nel programma. Sicuramente le risorse PNRR hanno sostenuto il passaggio da sperimentazione a programma strutturato, portando alla luce riflessioni riguardanti come far sì che tale approccio possa davvero rivolgersi a tutte le famiglie. La sperimentazione è un’opportunità per gli operatori di apprendere un metodo nuovo di lavoro ed è utile ai contesti territoriali per strutturare attività e collaborazioni. La finalità ultima è che il modello P.I.P.P.I. sia utilizzato con ogni famiglia in situazione di fragilità, riconoscendolo quindi come un diritto. Il diritto di ogni famiglia che attraversa situazioni di vulnerabilità ad essere accompagnata da un progetto co-costruito con un’équipe multidisciplinare volto a rafforzare la sua capacità di risposta ai bisogni di crescita dei suoi figli. Diritto, questo, già riconosciuto dall’articolo 31 della Costituzione e quindi dalla Legge 328/2000, dalla Legge 149/2001, dalla L. 285/1997, che oggi il LEPS intende rendere effettivamente esigibile.
Il passaggio, quindi, da sostenere, operativo, ma anche culturale, è un ribaltamento di prospettiva, che connoterà il reale passaggio da progetto a sistema: non più “Quali famiglie rientrano in P.I.P.P.I.?”, ma “Delle famiglie vulnerabili, ce n’è qualcuna che non rientra nei dispositivi e nella rete P.I.P.P.I., che non ha a disposizione gli interventi attuati attraverso il LEPS?”? Come posso rispondere ai suoi bisogni?”. Ciò comporterà un’implementazione di P.I.P.P.I. non solo a livello operativo, quindi strumenti a disposizione dei singoli operatori o singole équipe, ma a livello di sistema dei servizi a livello locale, coerentemente con la cornice definitoria regionale e nazionale.
L’individuazione delle famiglie ci si auspica non dovrà più essere un “peso” per gli operatori, perché la scelta degli strumenti e l’attivazione dei dispositivi rientrerà nel procedimento metodologico dell’operatore, nella valutazione e progettazione partecipata con il nucleo.
Questo passaggio dovrà altresì essere sostenuto da una capacità del sistema, e qui torna l’importanza del livello meso e macro, di integrare le risorse a disposizione, per dare continuità nel tempo a strumenti e organizzazione territoriale.
È possibile citare qualche buona pratica o esperienza innovativa per esemplificare le riflessioni fin qui condivise?
Trasversalmente, guardando sia ai territori avanzati che a quelli base, è importante dirsi che per definire cosa sia una buona pratica o una pratica innovativa è importante considerare il cambiamento generato da quell’intervento o sperimentazione rispetto al territorio nel quale viene portato avanti. Potranno esserci esempi che ad un occhio esterno possono risultare più o meno eclatanti, con un output più o meno definito, ma per l’investimento che hanno richiesto e per il cambiamento che hanno generato, sono altamente significativi. “Una porta che finalmente si è aperta e che non credevo possibile” come ha definito un operatore durante un confronto. La sperimentazione, in questi casi, è stata generativa di soluzioni creative e ha alimentato la motivazione degli operatori coinvolti.
Alcuni esempi riguardano: la costruzione di Linee Guida sui gruppi genitori, a seguito di una sperimentazione sul campo di circa 10 anni; l’attività formativa e di confronto interistituzionale, che ha permesso di creare partenariati solidi tra scuola e territorio; l’esperienza di gruppi genitori facilitati dai genitori stessi, facendo venir meno la necessità di un conduttore professionale; la strategia di condurre interviste agli stakeholder territoriali per facilitare un loro graduale ingaggio e coinvolgimento all’interno del gruppo territoriale, previsto da progetto; la proposta di coinvolgimento e l’apertura di un’interlocuzione con l’Autorità Giudiziaria (Tribunale Ordinario).
Quali sono, quindi in conclusione, le aree di miglioramento e le prospettive di sviluppo in Lombardia?
L’assetto stesso del tutoraggio e del monitoraggio pone delle interessanti sfide, perché facilitare lo scambio e l’apprendimento tra pari tra così tanti soggetti richiede un pensiero e una riflessione specifica, affinché vengano mantenuti i momenti di confronto, sostenendo il setting e rendendo l’organizzazione sostenibile per tutti gli attori coinvolti.
L’innovazione, come dimostrato parlando di buone pratiche, è su più livelli, non appartiene solo agli Ambiti del modulo Avanzato. Per facilitare una contaminazione positiva e uno scambio di buone prassi potrebbe essere utile promuovere sessioni formative a livello interistituzionale che coinvolgano maggiormente anche rappresentanti di altre organizzazioni, poi coinvolti nei gruppi territoriali come i referenti ASST e i dirigenti scolastici, per sostenere il cambio di paradigma sopra descritto.
Tali momenti potrebbero essere favoriti anche a livello locale, dai singoli Ambiti, tramite dei format smart, accessibili e flessibili anche a interlocutori esterni ai servizi sociali, come gli insegnanti e gli educatori delle scuole, gli educatori dei nidi, i pediatri di base, ecc.
Guardando agli elementi di contenuto, invece, più che di processo, un tema odierno riguarda la fascia 0-3 e l’intervento precoce. Questo è un tema fortemente sollecitato a livello nazionale che si riflette su un terreno vivace anche a livello regionale, pensando a interventi e misure pensate all’interno del sistema sociosanitario, in particolare dei Consultori e dei centri famiglie. Con riferimento a questa fascia di popolazione, sarebbe auspicabile pensare a un’integrazione tra misure, strumenti e risorse a più livelli: micro-équipe; Ambito; Regione. Le sperimentazioni e le nuove misure regionali (centri per la famiglia, Informagiovani, per citarne alcuni) lanciano opportunità di maggiore comunicazione tra Asst e Ambito, un’occasione preziosa che andrebbe colta. In generale, la complessità della vita delle persone e dei bisogni che portano rende necessario un sistema integrato, tra enti istituzioni e ambiti differenti (sociale, sanitario, educativo, lavorativo etc), che sappia al suo interno comunicare e affrontare tali difficoltà insieme.
- Ci sono 4 livelli differenti: start, base, avanzato e autonomia.Base (o LEPS): Sperimentare l’insieme dell’approccio P.I.P.P.I. al fine di innovare e uniformare le pratiche preventive nei confronti delle famiglie in situazione di vulnerabilità, al fine di migliorare l’appropriatezza e /o ridurre il rischio di allontanamento dei bambini dal nucleo familiare. Start: Permettere agli Ambiti, con un’organizzazione dei servizi non già coerente con l’approccio multidimensionale del programma, di rafforzare i sistemi e i meccanismi di governance e le partnership inter e intrasettoriali e interservizi. Avanzato: Costruire le condizioni organizzative che garantiscano agli Ambiti con rilevante esperienza di implementazione del Programma di costruire una struttura laboratoriale di riferimento per l’Ambito, denominata “Laboratorio Territoriale” (LabT), composta dai soggetti già coinvolti nel coordinamento operativo e nelle attività di P.I.P.P.I. all’interno dell’Ambito (referente di Ambito, coach, formatori). Tale LabT svolge la funzione di promozione e mantenimento dell’innovazione promossa dal programma. Autonomia: Permettere agli Ambiti con un’organizzazione dei servizi già del tutto coerente con l’approccio multidimensionale del programma, di fruire del finanziamento previsto dal PNRR per continuare a implementare l’approccio indicato dalle LI nazionali e dal LEPS, facendo leva su risorse già formate e adattandolo ai propri assetti organizzativi, ricercando in maniera autonoma le modalità organizzative e tecniche per renderlo pienamente sostenibile per il proprio Ambito. ↑
- Per approfondimento: Report di valutazione 2021-2023


