All’interno del sindacato unitario dei pensionati SPI-FNP e UILP, il dibattito che si è recentemente aperto intorno alla DGR 1513 del 13/12/2023, esiste da tempo. Questo dibattito riguarda il potenziamento delle risorse di Fondo Sanitario Regionale (FSR) destinate alle strutture residenziali dell’area anziani, oggetto della suddetta DGR (congiuntamente ad un analogo potenziamento di risorse anche nell’area residenziale della disabilità e delle dipendenze), al fine di garantire il rispetto dei LEA e quindi il riconoscimento dei costi sanitari sostenuti da gestori, famiglie e, in alcuni casi, Comuni.

In particolare, per quanto riguarda le RSA, focus di questo articolo, la legislazione nazionale in vigore in tema dei Lea prevede che il 50% del costo giornaliero pro capite per ospite sia coperto dal servizio sanitario. Regione Lombardia non aggiorna però la stima del costo giornaliero complessivo per ospite da quasi dieci anni, col risultato che il contributo del 50% a carico del FSR risulta ormai da tempo non più adeguato[1]. Ad esempio, i livelli di assistenza sanitaria richiesti dagli ospiti delle RSA sono oggi più elevati rispetto a quelli di un decennio fa, una situazione che porta i gestori a scaricare i costi non coperti sulle famiglie (e/o sui Comuni di residenza), che si trovano a dover affrontare continui aumenti della cosiddetta “quota alberghiera”, ovvero delle rette.

Storicamente infatti le rette a carico di utenti e famiglie in Lombardia sono state stabilite in piena autonomia e senza vincoli da parte dei gestori delle strutture, senza alcun intervento di regolazione da parte della Regione; a differenza di quanto accade nella maggioranza delle Regioni italiane che al contrario prevedono una regolamentazione anche per le quote alberghiere, e quindi tetti massimi che i gestori possono chiedere a utenti e famiglie.

Per questo da anni il Sindacato, unitariamente, sollecita Regione Lombardia a destinare maggiori risorse per il raggiungimento della quota sanitaria al 50%, al fine del riconoscimento dei crescenti bisogni assistenziali degli anziani, per la copertura dei costi farmaceutici ma anche a tutela di utenti e famiglie. Riteniamo infatti necessario e non più rinviabile un governo pubblico più forte dell’intero settore della residenzialità, a partire dai costi a carico di utenti e famiglie.

Il tema è talmente sentito dalle famiglie che, nel 2021, abbiamo raccolto in pochi mesi oltre 25 mila firme in tutta la Regione a supporto di una proposta di riforma del sistema della residenzialità. Firme che sono state doverosamente consegnate a Regione Lombardia e che a tutt’oggi giacciono in qualche magazzino del palazzo. Su questi temi non abbiamo infatti trovato finora alcuna disponibilità di confronto né da parte di Regione Lombardia, né tantomeno dalle Associazioni degli Enti Gestori.

 

La DGR 1513: un cambio di passo?

Ecco perché quando, in sede di Osservatorio Sociosanitario regionale, la DG Welfare ha illustrato la delibera in oggetto, abbiamo unitariamente espresso una valutazione positiva, non solo per il consistente stanziamento di risorse, ma soprattutto per il diverso atteggiamento dell’Assessorato al Welfare che per la prima volta, a fronte di un’iniezione importante di risorse pubbliche (40 milioni di euro aggiuntivi per le sole RSA + 30 milioni di euro per l’erogazione dei farmaci sui posti a contratto di RSA, RSD, CSS), ha tentato anche di tutelare le famiglie rispetto a ulteriori incrementi delle rette. Con la DGR 1513 Regione Lombardia infatti non solo aumenta le tariffe che possono essere riconosciute alle RSA ma introduce anche un vincolo: l’impossibilità, per i gestori, di aumentare le rette nei confronti di utenti e famiglie se queste sono superiori del 2% rispetto alla retta media dell’ATS di ubicazione.

È un dato di fatto che, a partire dal Covid, si è assistito a diversi stanziamenti di risorse a sostegno del settore sia da parte del Governo che della Regione, per compensare i maggiori costi che il sistema socio sanitario ha dovuto affrontare a seguito della pandemia, quali i costi per la sanificazione e per la prevenzione, ma anche per l’aumento dei costi energetici.

Nulla però era stato ancora fatto per tutelare le famiglie rispetto ai continui aumenti delle rette che stanno mettendo sempre più in difficoltà i bilanci famigliari. Dati in nostro possesso ci parlano infatti di un trend di costante incremento delle rette alberghiere tra il 2018 e il 2022, sia nei valori minimi (65,55 euro al giorno nel 2022) che in quelli massimi (74,17 euro al giorno nel 2022).

Le novità della DGR 1315 non riguardano però solo il fatto di aver stanziato ulteriori 40 milioni a sostegno delle RSA (senza contare le spese farmaceutiche) e di aver provato, per la prima volta, a regolare le rette prevedendo – in alcuni casi – la possibilità di un loro “blocco”. La DGR 1315 compie infatti anche un primo passo in tema di riconoscimento della complessità dei bisogni degli ospiti delle RSA, prevedendo la possibilità per i gestori di beneficiare, per ogni ospite considerato come fragile[2], di un contributo giornaliero di 5,30€ aggiuntivo rispetto alla remunerazione già ricevuta e legata alla tariffa S.O.S.I.A (di classificazione degli ospiti in base ai bisogni assistenziali).

 

Rimangono tuttavia diverse preoccupazioni

Già nel corso della riunione dell’Osservatorio socio sanitario abbiamo assistito ad un sollevamento di scudi da parte di alcune Associazioni degli Enti gestori che contestavano a Regione Lombardia soprattutto il vincolo al blocco delle rette per i posti letto a cui venivano destinate le risorse.

Una prima preoccupazione riguarda quindi la possibilità di un passo indietro da Regione, o comunque di una battuta d’arresto della nuova prospettiva programmatoria annunciata dalla stessa DGR 1513/2023, che prevede anche per i prossimi anni ulteriori stanziamenti di risorse del FSR al fine del miglioramento del concorso del FSR alla copertura dei costi assistenziali sostenuti dalle strutture. In merito, preoccupa in particolare la Delibera delle Regole 2024 (DGR 1827/2024) approvata a fine gennaio 2024, che sembra contenere una prima risposta alle contestazioni ricevute da Regione. Nel ribadire infatti l’impossibilità, per gli enti gestori, di poter operare incrementi di retta a carico delle famiglie per le strutture con retta superiore del 2% rispetto alla media dell’ATS di ubicazione, la DGR 1827 precisa che: 1) la retta media di riferimento per l’applicazione del vincolo sopra citato verrà calcolata tenendo in considerazione solo i primi tre trimestri del 2023; 2) gli eventuali incrementi di retta assunti o deliberati in data antecedente l’adozione della DGR 1513 (il 13/12/2023) restano validi. Due precisazioni che di fatto riducono, per il 2024, la portata della stessa DGR 1513; non è quindi detto che nel corso dell’anno le rette non aumenteranno (ancora).

Un’altra preoccupazione che segnaliamo riguarda poi il meccanismo del discrimine tra le rette al di sopra e al sotto del 2% rispetto alla “media retta ATS”, a nostro avviso anch’esso un compromesso finalizzato a contenere il dissenso da parte delle suddette Associazioni; ci preoccupano in particolare le ricadute che l’applicazione di questo meccanismo può generare in una Regione come la Lombardia, in cui il sistema sociosanitario e i cui territori presentano molte disomogeneità, sotto diversi punti di vista.

Intanto, il sistema della residenzialità lombardo è caratterizzato da profonde differenze per quanto riguarda le modalità con cui è calcolata la retta e i servizi che sono di volta in volta inclusi o esclusi. A questo si aggiungono le consistenti differenziazioni tra territori. Pertanto, se consideriamo i perimetri di alcune ATS come quella della città metropolitana di Milano, l’ATS della Montagna o della Val Padana, le rette medie riferite ad un territorio con forti differenziazioni al suo interno, rischiano di essere un dato veramente falsato, mettendo a media tra di loro strutture e rette con caratteristiche profondamente diverse[3]. Esiste quindi un rischio molto concreto che abbiamo già sottoposto all’attenzione di Regione Lombardia: una retta media ATS che non rappresenta situazioni tra di loro omogenee rischia di produrre un dato distorto che potrebbe indurre le strutture che si trovano al di sotto ad aumentare la propria retta, per “avvicinarsi” alla media, e questo potrebbe innescare un assestamento verso l’alto del sistema complessivo delle rette.

A pagare, come sempre, sarebbero ancora una volta le famiglie che sono costrette a ricoverare gli anziani nelle RSA, anche perché il sistema dei servizi domiciliari è assolutamente inadeguato e inefficiente a rappresentare un’alternativa.

Apprendiamo infine che alcune RSA hanno presentato ricorso contro la DGR 1513 chiedendone la sospensiva e quindi siamo in attesa di incontro con Regione Lombardia per capire come intende muoversi. Come Sindacato, unitariamente, ribadiremo la nostra assoluta convinzione che la strada intrapresa dalla DGR 1513 è quella auspicabile, perché la sostenibilità del sistema della residenzialità passa inevitabilmente dalla garanzia della qualità dell’assistenza e dalla considerazione della condizione economica delle famiglie.

Auspichiamo che Regione Lombardia la persegua, affrontando quanto prima il tema di come stabilire un costo retta standard a tutela delle famiglie.

 


  1. Si veda, su questi temi, l’ultimo Rapporto Non Autosufficienza e RSA (2023) a cura di FNP Cisl Lombardia. ↑
  2. In base ad un indice di complessità assistenziale (ICA) determinato da due fattori: i fabbisogni specifici di tipo alimentare e i carichi attinenti la sfera cognitivo/comportamentale. ↑
  3. Si veda, ancora, l’ultimo Rapporto Non Autosufficienza e RSA (2023) a cura di FNP Cisl Lombardia. ↑