I dati riportati e discussi in questo articolo uniscono in una lettura integrata i risultati dell’indagine sui servizi per la prima infanzia, ovvero l’indagine annuale rivolta a tutti i 9.000 enti che con titolarità pubblica o privata erogano questi servizi (nella rilevazione di riferimento c’è stato un tasso di risposta del 76%), relativa all’anno scolastico 2021/2022, e i dati raccolti attraverso un’indagine campionaria (il campione rappresenta il 26% del totale, con un’equa rappresentanza per territorialità e tipologia di struttura; il tasso di risposta è stato del 47%) che guarda oltre che all’accessibilità e al tasso di copertura, anche al livello di saturazione dei posti disponibili, all’inclusività dei servizi, nonché alla dimensione della comunità educante[1].
Offerta e tasso di copertura
Il report “Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia” titola: “dopo la pandemia iscrizioni in ripresa, ma è ancora lontano il target europeo”. Un primo dato quindi da evidenziare è che nell’anno educativo 2021/2022 sono risultati attivi 13.518 nidi e servizi integrativi per la prima infanzia, in leggero calo rispetto al dato 2020 (13.542) e autorizzati oltre 350.307[2] posti, di cui il 48,8% a titolarità pubblica.
La quota di posti rispetto ai bambini residenti 0-2 anni si attesta quindi a una media del 28%, con significative differenze territoriali tra nord e sud.

Rielaborazione dati Istat, febbraio 2024
Come riportato nella tabella, la Lombardia si attesta sopra la media nazionale rispetto al tasso di copertura della fascia 0-2 anni. La regione più virtuosa è l’Umbria con un tasso di copertura del 43,7%, mentre la Campania risulta avere la situazione più critica.
In generale, il quadro complessivo vede un leggero aumento del tasso di copertura rispetto all’annualità precedente, ad eccezione del nord ovest che ha registrato un calo. Nonostante il calo delle nascite abbia ridotto il gap tra la popolazione target e i posti disponibili, il tasso di copertura è ancora lontano dai livelli definiti: il Lep (livello essenziale delle prestazioni) definito con la Legge di Bilancio del 2022 (L234/2021, art.172) prevede infatti la copertura dei servizi di educazione e cura al 33 per cento dei bambini di età inferiore ai tre anni entro il 2027, per poi arrivare al 45 per cento entro il 2030, come previsto dalla Raccomandazione del Consiglio europeo.
Guardando alla percentuale di minori frequentanti un servizio educativo alla prima infanzia, questa risulta pari al 33,4%, inferiore alla media europea (37,9%). Inoltre, è da considerare che nel dato italiano sono ricompresi gli anticipatari; pertanto, sono ancora inferiori i bambini al di sotto dei 3 anni che frequentano servizi specifici per la prima infanzia.
Rispetto all’offerta sul territorio, sia a livello nazionale che regionale troviamo un aumento dell’offerta pubblica, in gestione diretta o esternalizzata, a fronte di un calo dell’offerta privata. Calo dettato, con tutta probabilità, dalle difficoltà incontrate dai servizi durante l’emergenza Covid, che ha messo significativamente in crisi la tenuta del sistema sul fronte dell’offerta privata, rispetto alla quale poco hanno inciso le misure regionali di supporto.

Rielaborazione dati Istat, febbraio 2024

Rielaborazione dati Istat, febbraio 2024
A completare i dati sull’offerta, è utile citare che il 49,1% dei nidi presenta una lista d’attesa (40,7% nel privato e 63% nel pubblico). È in particolare nelle unità di offerta del Mezzogiorno che la pressione sui servizi da parte delle famiglie risulta più forte, con solo un terzo delle unità di offerta pubbliche e la metà di quelle private che riesce ad accogliere tutte le richieste da parte delle famiglie.
Questo dato è ancor più interessante da leggere insieme alla differenza tra posti attivi e posti autorizzati, che si attesta al -7,5%, indicando come la ricettività è ancora inferiore al suo massimo potenziale, in particolare al sud (-9,6%).
L’offerta presente, però, è pienamente utilizzata perché il rapporto tra frequentanti e posti attivati è del 96,1% a livello nazionale.

Le ipotesi a supporto di questi dati puntano l’attenzione: sulla difficoltà di distribuzione e programmazione delle risorse sulla base della domanda; sulle scelte organizzative che ricadono sui singoli enti locali, e, di conseguenza, sulla disomogeneità della presenza di strutture sul territorio nazionale. L’insieme di questi dati porta a evidenziare come il sistema sia ancora insufficiente per la domanda emersa e fortemente disomogeneo a livello territoriale.
Criteri d’accesso, sostegno alla domanda e inclusività
I criteri d’accesso al nido risultano tutt’ora molto eterogenei: questo porta a creare condizioni di accessibilità e inclusività diseguali sia rispetto alla popolazione target che sul territorio nazionale. Tra questi criteri, la situazione economica del nucleo viene presa in considerazione solo nel 5% delle strutture e l’ISEE viene considerato solo da un quarto dei Comuni gestori di servizi per la prima infanzia. Altri criteri utilizzati nelle graduatorie comunali sono la presenza di un riconoscimento di disabilità o la presa in carico del nucleo o del minore da parte dei servizi sociali o socio-sanitari.

Come si evince dalla tabella, quasi nella metà delle graduatorie viene utilizzato il criterio che favorisce l’accesso ai minori con entrambi i genitori lavoratori. Questo ha un duplice effetto: creare un’ulteriore disuguaglianza socioeconomica all’accesso, favorendo i nuclei economicamente più stabili e mediamente più istruiti, e rinforzare la funzione del servizio alla prima infanzia come strumento di conciliazione vita lavoro e non come luogo fondamentale per l’educazione e la crescita dei bambini.
Ad integrazione dei criteri sopra menzionati, si sottolinea come siano aumentate le erogazioni di contributi statali per favorire l’accesso a questi servizi. In particolare, il bonus nidi, introdotto nel 2017, è stato erogato al 27% in più di famiglie rispetto al 2020. Risultano anche in questo caso differenze territoriali, in considerazione anche della disomogeneità dell’offerta: il sostegno alla domanda non incide sull’offerta dei servizi, quindi, dove questi mancano, neppure il contributo statale può incidere significativamente nell’aumentare l’accessibilità al servizio.
Guardando invece all’elemento di inclusività dei bambini con disabilità certificata, il 13,5% delle unità d’offerta ha accolto bambini con queste caratteristiche, con una frequenza doppia nei servizi pubblici. La valutazione, però, di questo dato è ostacolata dalla mancanza di una rilevazione chiara della popolazione con disabilità per questa fascia d’età; non è possibile quindi considerare con certezza se ci sia un buon livello o meno di accesso ai servizi per la prima infanzia.
Riguardo invece ai bambini stranieri, la loro presenza all’interno dei servizi educativi per l’infanzia risulta ridotta, sia rispetto alle quote di popolazione straniera, sia nei confronti della scuola per l’infanzia.
I dati fin qui raccolti mostrano una pluralità di criteri, diversificati per singola unità d’offerta. Questo impedisce che il sistema offra un accesso equo, non solo quindi in termini di presenza di posti disponibili, ma anche di canali per sostenere la domanda di famiglie e bambini con fragilità.
Comunità educante: quale relazione tra servizi e territorio?
Per approfondire la dimensione della comunità educante, la ricerca individua tre aree di interesse ovvero: la permeabilità dei servizi al territorio; l’empowerment dei genitori e il lavoro di rete.
In merito alla prima sottodimensione, emerge come la prevalenza delle unità d’offerta (71,5%) non organizzi attività ulteriori a quelle ordinarie, quindi al di fuori dei tempi e luoghi previsti per lo specifico servizio educativo. Inoltre, solo nei 7% dei casi sono pervenute richieste al servizio di utilizzo degli spazi da parte dei genitori o di altri soggetti del territorio. Si deduce quindi che i servizi investono ancora poco nell’apertura al territorio e, infatti, non vengono riconosciuti come risorsa dall’esterno.
Rispetto ai servizi rivolti ai genitori, l’indagine mostra come la maggior parte dei servizi offra attività loro rivolte (87,7%) mentre la percentuale cala drasticamente quando si chiede se, oltre a questo, è presente un gruppo organizzato di genitori (38,7%). Come elemento positivo emerge come solo in casi residuali (1,7%) non sono previste attività per i genitori né esiste un gruppo genitori.
Infine, rispetto al lavoro di rete, si riscontra come nel 47,5% dei casi i servizi partecipino a reti locali di servizi educativi, anche in questo caso con differenze sia territoriali che di tipologia di ente (pubblico/privato). Questo dato viene poi approfondito rispetto alle tipologie di reti a cui i servizi partecipano e con quali tipologie di servizi e organizzazioni si rapportino. Ad esempio, le unità d’offerta pubbliche sono più frequentemente inserite in reti miste, mentre quelle private è più frequente partecipino a reti di servizi con la medesima finalità. Questo sottolinea ancora una volta come l’investimento rimane all’interno del perimetro del servizio, senza un forte interesse a investire nella creazione di alleanze territoriali.
Ultima percentuale che viene condivisa, però, al fine di una lettura trasversale, riguarda i progetti di continuità tra servizi per la prima infanzia e la scuola dell’infanzia. Nel 21,2% dei casi non esistono progetti di continuità, né per i bambini né per i genitori, dato che sale al 35% nel Mezzogiorno. Questi ultimi dati parlano di servizi alla prima infanzia che dialogano ancora poco con il territorio, nonostante la normativa sullo 0-6 e la spinta versa una maggiore omogeneità e il lavoro di rete.

Conclusioni
L’analisi mostra come
- Il sistema d’offerta sia sostanzialmente statico quindi insufficiente alla domanda e ancora lontano dagli obiettivi previsti per i tassi di copertura;
- La gestione demandata totalmente alla singola unità d’offerta porta a una gestione orientata più alla sostenibilità interna che all’inclusività e alla promozione del diritto di parità d’accesso;
- La matrice culturale dei servizi alla prima infanzia è ancora fortemente connotata dalla prevalenza della funzione conciliativa, limitando quindi l’investimento sulla creazione di alleanze territoriali e su progetti educativi di più ampio respiro.
Questa analisi fornisce diversi spunti sugli indirizzi necessari per rafforzare i sistemi di offerta, tanto a livello regionale quanto nazionale, attenzionando soprattutto la distribuzione territoriale, in quanto è noto come anche all’interno della regione i servizi siano presenti in maniera difforme, internamente e al di fuori dei contesti urbani.
Inoltre, è tempo che si rilancino i ruoli dei Poli per l’infanzia e i coordinamenti pedagogici, non solo ai fini delle formazione del personale educativo, ma anche per orientare l’utilizzo delle risorse, creare indirizzi comuni nell’utilizzo dei criteri d’accesso e favorire momenti di confronto e scambio di buone pratiche per avviare la costruzione di una comunità educante che parta sì dalla specificità dei servizi alla prima infanzia, per poi dialogare con gli altri attori del territorio, favorendo anche una continuità educativa per la fascia 0-6.
- Per reperire i rapporti: https://www.istat.it/it/archivio/287748; https://www.istat.it/it/archivio/291186 ↑
- Nei nidi sono stati attivati 1700 posti in più rispetto all’anno precedente, mentre l’offerta in termini di autorizzazioni rimane sostanzialmente invariata. I servizi integrativi registrano un ulteriore calo, coprendo solo il 6,7% dell’offerta. ↑


