Primo semestre di attività

E’ passato formalmente il primo anno dall’avvio delle progettazioni PNRR relative agli investimenti sull’area sociale destinati ad Ambiti e Comuni, la cosiddetta Misura 5 componente 2. Dopo la presentazione dei progetti, nell’estate 2022, e la sottoscrizione delle convezioni con il Ministero, a fine anno, i territori sono stati impegnati nel dare avvio alle attuazioni dei progetti.

Tra diverse linee c’è quella relativa al livello essenziale delle prestazioni sociali (LEPS) sulla supervisione, un supporto espressamente dedicato al rafforzamento dei servizi sociali e al contenimento del burn out rivolto agli assistenti sociali operanti nei servizi territoriali. Il LEPS prevede l’attivazione di supervisioni monoprofessionali di gruppo rivolte ad assistenti sociali, a cui possono essere aggiunte, in termini di obiettivo migliorativo, le supervisioni individuali e quelle organizzative multidisciplinari d’èquipe. Oltre al LEPS possono essere realizzate supervisioni monoprofessionali rivolte ad altre professioni sociali (educatori, psicologi, pedagogisti…).

La supervisione quale livello essenziale per i servizi sociali territoriali dell’intero Paese è stata introdotta dal Ministero con l’approvazione del Piano Nazionale per i servizi e gli interventi sociali 2021-2023, ma le indicazioni attuative e, soprattutto, le regole di utilizzo delle risorse vincolate del PNRR, sono state definite nella primavera del 2023. Solo con l’approvazione del cosiddetto POA – Piano operativo di attività – a maggio 2023, ovvero un atto di programmazione dettagliata da parte di ciascun territorio beneficiario delle risorse dell’azione di supervisione per l’anno 2023, si è dato effettivo avvio alle attività.

Il quadro lombardo

Qualche settimana fa si è svolto un incontro dedicato agli ambiti lombardi, alla presenza della Regione, e promosso dal Ministero insieme all’assistenza tecnica di Fondazione Nazionale Assistenti Sociali. E’ stata un’occasione interessante per raccogliere come si sta declinando la ricaduta operativa di un indirizzo fondamentale, che si attendeva da tempo, relativo alla qualità del servizio sociale professionale. E’ utile mantenere monitorato lo sviluppo attuativo, non solo per verificare lo stato di realizzazione del livello essenziale, ma affinchè possano essere attenzionate eventuali criticità nella messa a terra dell’obiettivo e le azioni correttive o migliorative da mettere in campo.

Da metà 2023 il LEPS sulla supervisione è dunque operativo, pertanto ci si aspetta che tutti i territori interessati abbiano dato avvio al dispositivo, garantendo l’attivazione di almeno 16 ore di supervisione monoprofessionale agli assistenti sociali del proprio territorio. Ricordiamo che i contesti che non hanno potuto beneficiare delle risorse PNRR, e non sono molti, hanno comunque a disposizione la quota vincolata del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali (annualità 2021 e 2022).

La fotografia restituita a poco meno di due mesi dalla fine dell’anno ha mostrato uno stato di attuazione in avvio, ma ancora piuttosto parziale. Sono circa ¼ i progetti PNRR che hanno attivato la supervisione monoprofessionale e leggermente di più quelli che hanno dato avvio alla supervisione d’èquipe. Molto pochi invece si sono cimentati in quella individuale. Si deve tener conto però, come già precisato, che è uno stato di attuazione che fotografa quanto realizzato in poco più di tre mesi effettivi – da giugno a ottobre – e che certamente vedrà incrementi entro la fine dell’anno e una strutturazione maggiore con il 2024. La novità introdotta all’interno dei servizi è sostanziale, anche culturale, e l’attuazione sarà necessariamente incrementale, nella speranza che tra due anni, finite le risorse del PNRR, l’attenzione non si sgonfi e non si ritorni al punto di partenza ma, al contrario, si gettino le basi per consolidare una pratica che possa realmente diventare un dispositivo strutturale nell’organizzazione e gestione dei servizi sociali.

Alcuni paradossi su cui porre attenzione

Oltre al dato numerico, è interessante però sostare su quanto raccolto in occasione del confronto avuto con gli ambiti, in relazione alle difficoltà di avvio dei progetti.

Un mercato distorto?

Ormai è una costante nella gestione delle risorse pubbliche: da che si è cominciato a poter contare su risorse di derivazione europea (Pon Inclusione con Avvisi 3, 1 Pais e Prins; avvisi POR; Fami…), un punto critico ricorrente nei territori è la gestione amministrativa delle procedure e, successivamente, anche delle rendicontazioni della spesa. Questo perché mancano le competenze, per il sottodimensionamento degli organici, perchè la gestione associata spesso è assente o molto debole e, più in generale, perché le regole di utilizzo delle risorse non sono sempre chiare e gli enti beneficiari non si vogliono esporre senza avere certezze sull’ammissibilità della spesa. Anche in relazione alla supervisione tornano alcuni di questi temi, ma ne sta emergendo uno che sembra tipico e specifico di questo LEPS: un problema di mercato e, in un certo senso, il rischio di una sua distorsione. Il “mercato dei supervisori” soprattutto degli assistenti sociali supervisori non era pronto ad assorbire l’impatto del LEPS. Da pochissimo stanno nascendo percorsi post-universitari che formano operatori sociali allo specifico della supervisione ma i cui frutti, in termini di nuovi supervisori disponibili, saranno colti – se va bene – tra non meno di un anno. Il vincolo, su cui si potrebbe aprire un ampio dibattito, di legare la supervisione alla logica dell’omoprofessonalità non aiuta (devono essere obbligatoriamente assistenti sociali a supervisionare altri assistenti sociali). Accade quindi che chi non si è mosso per tempo stia facendo molta fatica a trovare soggetti qualificati a cui affidare il servizio. Si è ascoltato di territori in cui le gare sono andate deserte. E’ capitato anche che chi si è presentato alle procedure di selezione per l’affidamento del servizio, venisse da lontano (cioè non è un soggetto conosciuto), esponendo curricula di professionisti che poi non sono risultati effettivamente quelli proposti per le supervisioni, aprendo contenziosi che stanno allungando ulteriormente i tempi.

L’introduzione del LEPS con questi rigidi vincoli all’interno di un settore evidentemente non ancora pronto, rischia di portare ad un paradosso: nella volontà di supportare la qualificazione dei servizi, mettendo la supervisione nelle mani di chi si improvvisa in questo ruolo, si rischia di generare il risultato opposto.

Forse, data la novità del tema e la necessaria incrementalità dell’attuazione, una maggior flessibilità potrebbe essere utile.

Il nodo dell’omoprofessionalità

Il vincolo dell’omogeneità professionale del supervisore con i supervisionati, non pone solo una questione di mercato. Se si passa a considerare la supervisione d’équipe, ovvero quella rivolta a gruppi di operatori con professionalità differenti – sempre nell’area sociale – dai territori sembrano emergere molte perplessità. Perché una supervisione all’èquipe, ad esempio di un servizio minori, non può essere realizzata da un esperto di analisi organizzativa, anche senza titolo di studio omogeneo con il gruppo, ma magari esperienza professionale decennale di supervisione organizzativa nel settore? Perché uno psicologo, con cui magari il servizio lavora da tempo, deve essere sostituito con un pedagogista o un assistente sociale, solo perché l’équipe non prevede la presenza di psicologi, ma solo educatori e assistenti sociali? Non sarebbe bastato puntare l’attenzione, come già le linee guida all’attuazione indicano, sulla comprovata esperienza e sulla qualità dei curricula? Probabilmente per quei territori che si affacciano per la prima volta all’esperienza di supervisione, dovendo iniziare da zero il problema si ponga relativamente, ma per quei territori – ed in Lombardia esperienze virtuose ce ne sono – in cui la cura de personale dei servizi è un tema attenzionato da tempo, questi elementi sono letti come vicoli eccessivi e disfunzionali.

Rischiamo, anche in questo caso, che i paletti posti ci portino in una direzione opposta rispetto a quella desiderata.

L’esclusione di alcune figure professionali

Un altro aspetto letto criticamente è il vincolo della supervisione al solo personale sociale, con l’esplicita esclusione del personale amministrativo. Porre questo vincolo però significa non conoscere a fondo il funzionamento dei servizi sociali territoriali del nostro paese. La figura amministrativa è una figura centrale, forse la prima con cui l’assistente sociale opera in una relazione di collaborazione quotidiana. E’ una figura di front office con la cittadinanza, che gestisce quindi l’aspetto di relazione con l’utenza, nonché snodo nella gestione dell’accesso a diverse misure di sostegno (accesso alla casa, contribuzioni economiche…). Proprio perché il profilo professionale dell’amministrativo, il suo percorso di studi, non pone l’accento sulle specifiche caratteristiche del servizio sociale, si sente l’esigenza di poter rafforzare il suo profilo di ruolo in questa direzione e supportare la relazione con i professionisti di area sociale. La sua esclusione dunque non viene compresa. Tanto più che il Ministero sembrava aver riconosciuto questo profilo, ammissibile ad esempio come figura rendicontabile nelle risorse del fondo povertà.

Una questione soprattutto culturale

In merito alla supervisione individuale, quando prevista dai progetti, sembra esserci una certa fatica nel darne avvio. In proposito sono emerse diverse considerazioni che portano a rafforzare il suggerimento di un approccio maggiormente incrementale.

I territori hanno condiviso come la supervisione rappresenti una grande opportunità con cui organizzazioni e professionisti stanno cominciando a misurarsi. Emerge come la partecipazione a supervisioni di gruppo, dove partita, stia saturando abbastanza l’attenzione e il tempo degli operatori, che non sempre si sentono ancora pronti ad aggiungere anche un’esperienza individuale. Tradotto, c’è bisogno di prendere confidenza con lo strumento prima di approcciarlo in modo più articolato.

E’ emerso anche come la supervisione sia una prospettiva generalmente desiderata, chiesta e molto attesa dai professionisti ma come, al contempo, non si possa dare per scontato che lo sia anche per le organizzazioni di appartenenza, che non sempre la stanno approcciando nello stesso modo, considerandola talvolta come una complicazione e una sottrazione di tempo lavoro.

Insomma, c’è da lavorare anche sul piano culturale dei servizi e delle organizzazioni affiché il LEPS possa essere un’opportunità sfruttata appieno.

Una ricomposizione piuttosto complicata

Abbiamo già detto che non sono solo le risorse economiche derivanti dal fondo Next Generation EU a sostenere la supervisione. Il Ministero, adottando una visione di lungo periodo, comincia a porre lo sguardo sulla sostenibilità nel tempo del LEPS, vincolando a questo obiettivo una quota mediamente pari al 2,6% del FNPS. Si qui tutto bene, si tratta di un’attenzione alla messa a terra dei livelli essenziali che è mancata in vent’anni di attuazione della legge quadro 328.

Le risorse del FNPS consentono a quei territori che non sono riusciti, o non hanno voluto, concorrere all’avviso del PNRR, di poter contare su risorse dedicate a questo scopo e consentiranno, per tutti, la sostenibilità del LEPS dal 2026 in avanti. Il tema critico si pone però per chi, oggi, si trova a gestire entrambe le fonti di finanziamento, ovvero risorse soggette agli stessi vincoli descritti sin qui, in un mercato – lo ripetiamo – non particolarmente favorevole.

Proprio in questi giorni gli ambiti stanno compilando il cosiddetto POA anche in riferimento alle risorse del FNPS e le difficoltà sembrano diverse: chi si è cimentato per la prima volta nella supervisione con le risorse – più che adeguate – del PNRR, ha dato priorità a quel fronte, tralasciando le risorse del FNPS, spesso giudicate sovrabbondanti rispetto alle necessità, ma anche alle possibilità. Saranno diversi i territori che dichiareranno di non aver speso le risorse del fondo nazionale. Altri hanno ritenuto di garantire il LEPS sulla supervisione di gruppo rivolta agli assistenti sociali con le risorse del PNRR, mentre con quelle del FNPS hanno aperto a percorsi più flessibili, scoprendo solo ora che anche le risorse del FNPS sono vincolate all’attuazione della supervisione per assistenti sociali.

Anche la Regione Lombardia, in sede di programmazione del fondo nazionale, si era esposta con il Ministero esprimendo perplessità sul vincolo di una quota del FNPS per quei territori già beneficiari del PNRR, proponendo un uso più flessibile delle risorse, ottenendo solo la possibilità di ridurre parzialmente il finanziamento a beneficio dei territori rimasti fuori dal programma europeo.

Anche in questo caso siamo di fronte ad un paradosso: da una parte il sovra finanziamento della supervisione agli assistenti sociali, con conseguente difficoltà a spendere le risorse assegnate e le criticità che questo porta in relazione a fondi legati a raggiungimento di target; dall’altra l’indisponibilità di risorse su altri fronti, reputati aree di bisogno dai territori (es. il tema degli amministrativi).

Un paradosso che non riguarda solo questo Leps, ma più in generale i livelli essenziali sui cui si fanno convergere più programmi e fonti di finanziamento (es. pronto intervento sociale, accesso alla residenza)

La ricomposizione poi non è affatto semplice dal punto di vista amministrativo, significa gestire in modo coordinando tutte le risorse destinate al medesimo obiettivo, ponendo grande attenzione ad evitare il frazionamento nelle procedure di affidamento e, ovviamente, il doppio finanziamento.

In conclusione, diverse considerazioni in merito all’attuazione di questo livello essenziale ci fanno dire che, pur su un tema sicuramente necessario e largamente atteso,…”non basta dire LEPS” per una sua efficace realizzazione.