Il fenomeno della povertà estrema

Il fenomeno della povertà estrema e dei senza fissa dimora (da ora SFD) è diventato una questione che sta sempre più toccando il nostro Paese. Dall’ultima rilevazione ISTAT, infatti, scopriamo che le persone iscritte nelle anagrafi comunali alla fine del 2021 ammontano a 96.197 unità, e quasi il 38% di esse è di nazionalità straniera. Troviamo una prevalenza maschile, soprattutto tra le persone con background migratorio. L’età media è di quasi 42 anni ma varia molto in base alla nazionalità: 45 per gli italiani e 35 per le altre popolazioni.

È utile notare come le persone senza fissa dimora siano iscritte nelle anagrafi di 2.198 comuni, ma il 50% di esse sia concentrato in soli 6 comuni. Troviamo oltre il 23% a Roma, circa il 9% a Milano e poi Napoli, Torino, Genova e Foggia (unico comune non grande tra i primi 6 della graduatoria). In questi comuni si trova una componente estremamente alta di persone con background migratorio: Roma, Milano e Firenze superano il 60%, mentre solo l’8,6% a Napoli, che però vede una forte presenza femminile (circa 3000 donne, che equivalgono al 50% dei senza fissa dimora in città e al 10% dell’intera popolazione del Paese). È importante evidenziare che questi dati riguardano esclusivamente le persone registrate all’anagrafe.

La scelta di aprire una riflessione sulla povertà estrema nasce dalla constatazione che operatori e amministratori hanno riscontrato un aumento delle necessità di interventi legati ai senza fissa dimora. Dalla crisi del 2008 si sono infatti generati nuovi percorsi di impoverimento, un punto che riprenderemo in seguito. Purtroppo, non abbiamo dati che ci permettono di evidenziare numericamente questo trend; grazie all’intervista con Tiziana Bianchini saremo però in grado di fare un affondo su questo fenomeno.

 

Il racconto di chi vive i servizi

Dal confronto con Tiziana Bianchini emergono alcuni elementi particolarmente interessanti riguardo alla popolazione dei SFD. Emerge, ad esempio, come la situazione delle persone SFD sia notevolmente cambiata nel tempo. Vent’anni fa, quando si lavorava in strada, si incontravano gruppi specifici che avevano vissuto percorsi di lunga esclusione sociale. In quegli anni, ci si confrontava con persone che avevano alle spalle situazioni di tossicodipendenza, problemi psichiatrici o percorsi migratori falliti. In qualche modo, erano gruppi sociali fortemente esclusi dal resto della società, ma che grazie a una serie di servizi riuscivano a ottenere risposta ai bisogni primari. Passavano da un drop-in dove era possibile usufruire di servizi igienici, alla mensa per sfamarsi, ad altri servizi di lavanderia e infine trascorrevano la notte in un dormitorio. Questo era possibile, probabilmente, perché si trattava di numeri poco significativi, ma anche perché le persone vivevano in percorsi che ormai si erano ritualizzati.

Oggi la situazione è molto diversa: la crisi del 2008 ha creato delle fratture nella vita di tante persone, che lentamente sono scivolate verso la povertà, fino a trovarsi, magari, senza una casa. Questo rende il fenomeno dei SFD più rilevante numericamente, ma soprattutto più complesso da affrontare. Ci troviamo di fronte a sentimenti di vergogna, rabbia e fallimento, che non sempre permettono costruire rapporti di fiducia con gli operatori e quindi inficiano possibili percorsi di supporto.

 

E il Covid

E poi è arrivato il Covid, che ha determinato un peggioramento della situazione economica tale da far aumentare il rischio di scivolare verso la povertà, anche quella estrema. Si nota ancora oggi, in particolare, che coloro che erano già precari prima del Covid diventano ulteriormente vulnerabili, mentre le reti sociali risultano ancora più fragili.

Un altro elemento da considerare sono le difficoltà emotive e sociali che il Covid ha fatto emergere in maniera più evidente. È fondamentale sottolineare come queste tensioni spesso nascano dalle difficoltà economiche e generino ulteriori bisogni economici. Da un altro punto di vista, non si può inoltre negare che il Covid e le misure adottate per contrastarlo abbiano prodotto reali difficoltà nella vita quotidiana e nella cura di sé. Per tutti è diventato difficile avere in tempi congrui un esame diagnostico, per chi vive in strada ancora di più. Sarà importante nei prossimi anni monitorare la situazione del Servizio Sanitario Nazionale e dei dispositivi regionali che lo sostanziano.

 

Quali condizioni

È fondamentale comprendere come il fenomeno della povertà estrema sia l’effetto diretto, anche se forse con un ritardo temporale, di ciò che è accaduto a livello economico nel nostro Paese.
L’impoverimento della popolazione, la perdita del potere di acquisto, la bolla speculativa, l’esternalizzazione delle grandi aziende e la scarsità di politiche per l’abitare[1] hanno reso, soprattutto nelle grandi città, insostenibili stili di vita che ormai sembravano raggiunti per la maggior parte della popolazione. Questo cedimento sociale ha spinto ancor più in povertà alcune fasce di popolazione, che prima riuscivano ad avere un alloggio e magari a sostenere uno stile di vita adeguato. Questi ‘nuovi’ SFD sono sostanzialmente differenti da chi vive in strada da tempo, anzitutto perché sono persone più difficili da raggiungere. Provano inoltre un forte senso di vergogna e il senso di pudore per la loro situazione – che poi spesso diventa rivalsa e rabbia verso le istituzioni – rende arduo e tardivo il rivolgersi ai servizi, fattore che dovrebbe far ‘precipitare’ meno o almeno più lentamente le situazioni. Per queste persone è complicato avvicinarsi a un sistema di interventi, che potrebbero comunque rispondere ad alcuni dei loro bisogni. È come se, davanti a una situazione inedita e disperata, mancassero le competenze per superare quel momento di crisi estrema e concepire produrre le condizioni capaci di permettere un percorso di riavvio.

In Lombardia, un discorso specifico andrebbe fatto per la popolazione migrante. Infatti, come emerge anche dai dati nazionali e in particolare del Nord Italia, tra i SFD il numero di persone con background migratorio è estremamente elevato. Dall’intervista con Tiziana Bianchini, risulta chiaro come le politiche migratorie e l’alternanza degli approcci non abbia mai realmente facilitato l’integrazione delle persone con background migratorio. L’assenza di programmazione dei flussi migratori sta di fatto riempiendo le sacche di povertà e disperazione, che facilmente diventa manodopera per la criminalità organizzata. In questo senso, ciò che sta accadendo nelle grandi città – e Milano ne è la rappresentazione emblematica – mostra come il fenomeno dei SFD rischi di trasformarsi da problema sociale (Come possiamo costruire percorsi abilitanti per le persone in difficoltà?) a problema di sicurezza e di decoro (Come evitiamo che queste persone creino disagio in città?). Ecco perché appare importante che, nei prossimi mesi, vengano messi in campo interventi e politiche in grado di provare a costruire percorsi di abilitazione.

 

Questioni operative

In Lombardia, il Piano Povertà Regionale mette in campo una serie di risorse e di dispositivi che possono provare, da un lato, a evitare percorsi di impoverimento estremo e, dall’altro, a costruire dei sistemi di Pronto Intervento capaci di cogliere quelle che sono le urgenze territoriali. Nella pratica lombarda sta però emergendo uno sviluppo a macchia di leopardo – situazione che pensiamo abbastanza diffusa anche a livello nazionale. Non è semplice restituire un quadro complessivo, tuttavia possiamo cercare di evidenziare le principali questioni che stanno emergendo.

Leggere il fenomeno

Spesso risulta complesso riuscire a costruire fotografie condivise; infatti, anche sui numeri diventa problematico trovare dei riferimenti univoci. Si contano le persone oppure i passaggi? Si pone al centro il sistema degli interventi oppure i bisogni emergenti? Come riusciamo a rilevare le persone senza residenza? Tutte queste incognite rendono arduo riuscire ad avere una rappresentazione precisa e condivisa del fenomeno sia a livello nazionale, sia a livello locale.

Gli invisibili

La difficoltà economica degli enti locali sta portando i Comuni a non svolgere fino in fondo la propria funzione. Spesso, i SFD vengono cancellati dal comune di appartenenza e non vengono registrati da quello di approdo, perché ovviamente ciò produrrebbe dei costi importanti. La misura del Pronto Posta, presente nel Piano Povertà Regionale, potrebbe essere una soluzione significativa, ma non tutti stanno andando in quella direzione. Questo tema è tutt’altro che secondario, infatti, sappiamo che attorno alla residenza si gioca tutta una serie di diritti.

Processi di capacitazione

Gli operatori che lavorano in strada oggi stanno cercando di costruire una serie di iniziative di capacitazione dei SFD, proponendo attività di supporto, formazione e percorsi di potenziamento. Tuttavia, queste iniziative molto spesso non trovano riscontro e non portano ai risultati auspicati. Nei prossimi anni sarà fondamentale cercare soluzioni abilitanti che permettano ai SFD di avviare processi di integrazione.

L’inaccessibilità della casa

L’elemento peculiare, ovvero la possibilità di avere una casa, purtroppo sta diventando sempre più un miraggio. La scarsa disponibilità di case del sistema abitativo pubblico, i criteri di valutazione che sempre più favoriscono specifiche categorie, purtroppo escludono di fatto i SFD dalla possibilità di accedervi. In generale, inoltre, persone in difficoltà economica faticano a trovare soluzioni abitative, basti pensare a chi esce dai servizi SAI (Servizio Accoglienza Integrazione) e, anche se con un percorso di integrazione positivo, non riesce a trovare soluzioni né attraverso il mercato pubblico né grazie a quello privato.

Sistemi pieni

Storicamente, Milano e più in generale le grandi città svolgevano un ruolo importante nel fornire risposte alle situazioni di difficoltà presenti anche in altri territori. Ciò era possibile grazie a dormitori, luoghi dove garantirsi l’igiene e occasioni per assicurarsi un pasto. Oggi, però, ci troviamo di fronte a una difficoltà di tutte queste soluzioni che, considerato l’aumento delle richieste, non sempre riescono a rispondere. Tale situazione pone delle domande importanti a tutti i livelli di programmazione territoriale, che dovrà orientarsi sempre più verso un coordinamento tra gli enti pubblici, le organizzazioni non governative e il settore privato, per garantire un’azione efficace e mirata.

Difficoltà di programmazione

Il Piano Nazionale per le Politiche Sociali, il PNRR e il Fondo Povertà stanno offrendo opportunità importanti per sviluppare servizi e attività di supporto. Tuttavia, sono presenti criticità significative: da un lato, non è sempre semplice avviare questa tipologia di servizi in territori che non li hanno mai avuti: basta osservare la fatica con la quale si stanno avviando i progetti PRINS. Dall’altro, invece, c’è la complessità legata a ciò che accadrà a seguito della conclusione del finanziamento. I Comuni saranno in grado di continuare a garantire questa tipologia di servizio? Con quali risorse?

 

Uno sguardo al futuro

La situazione che abbiamo descritto genera dubbi e incertezze sul fatto che si realizzino delle soluzioni significative nel prossimo futuro. Il rischio è quello di grandi proclami e manifesti, anche sotto la spinta dei fondi del PNRR, che però potrebbero non tradursi in politiche e in capacità programmatoria degli enti locali. Inoltre, alcune scelte che si stanno delineando a livello nazionale, come la revisione del Reddito di Cittadinanza e il Decreto CUTRO, rischiano di aumentare il numero di persone che faranno fatica a mantenere e/o ritrovare un alloggio che consenta loro di avere una residenza e, con essa, una serie di diritti. Tutto ciò potrebbe portare a un peggioramento della qualità della vita di specifici gruppi sociali, che saranno sempre più emarginati e quindi portatori di problemi sanitari, maggiormente disponibili per la criminalità organizzata e per la dequalificazione delle situazioni lavorative. È bene ricordare che, in scenari di questo tipo, anche il benessere complessivo della comunità ne risente in maniera significativa.

Anche per questo pensiamo sia necessario provare a costruire nuove narrazioni che guardino ai diritti e alla necessità di creare sistemi e dispositivi che accompagnino le persone a recuperare l’esigibilità di alcune pretese. È l’unico modo per mantenerci tutti all’interno del sistema sociale e  per far crescere il benessere collettivo.

È importante sottolineare come sia necessario prestare un’attenzione specifica alla situazione femminile, infatti, sono in aumento le donne che vivono in strada e ciò è spesso legato all’impossibilità di rendersi autonome rispetto a certe scelte familiari, alla differenza di salario tra uomini e donne e a culture locali che ancora producono stigma sociale per le donne che intraprendono percorsi atipici, che decidono di separarsi o per le madri sole. Appare anche, attraverso altri fonti, che le donne SFD sono spesso vittime di violenza.

Sicuramente, diventa importante che nei prossimi mesi venga costituito un osservatorio per comprendere e fotografare ciò che sta accadendo. Solo attraverso strumenti di questo tipo sarà possibile definire una serie di strumenti e dispositivi che consentiranno di affrontare l’aumento della povertà estrema nei nostri territori.

In conclusione, è importante ribadire che per affrontare le sfide legate ai SFD è necessario lavorare su diversi fronti, tra cui l’accesso all’abitazione, il potenziamento delle reti di supporto sociale e la programmazione a lungo termine delle politiche e dei servizi. Solo attraverso un approccio integrato e condiviso tra i diversi attori coinvolti, sarà possibile trovare soluzioni efficaci e sostenibili per rispondere alle esigenze di questa popolazione in difficoltà. In questa direzione, come Lombardia Sociale, proveremo a offrire una serie di contributi, che forniscano coordinate utili a orientare il sistema degli interventi in Lombardia.

 


[1] Nel prossimo numero di LombardiaSociale approfondiremo il sistema delle politiche per l’abitare in Regione Lombardia.