Premessa
“L’educazione finanziaria è il processo attraverso il quale gli investitori migliorano la propria capacità di comprensione dei concetti e dei prodotti finanziari attraverso l’informazione, l’istruzione e/o i consigli, con l’obiettivo di sviluppare le competenze e le abilità per diventare più consapevoli dei rischi e delle opportunità finanziarie, per effettuare delle scelte più consapevoli, per sapere dove andare per chiedere aiuto e per adottare altre azioni efficaci al fine di migliorare il proprio benessere finanziario” (OCSE, 2005).
Abbiamo assistito, negli ultimi anni – a seguito della crisi del 2008 prima e poi della pandemia, dei nuovi conflitti e della crisi energetica – all’inasprirsi delle condizioni socioeconomiche della popolazione e alla sempre maggior difficoltà, da parte dei sistemi tradizionali, di rispondere alle emergenti criticità. Gli esiti di tutto questo sono rintracciabili nell’ultimo rapporto su Povertà ed Esclusione sociale di Caritas, già analizzato in un precedente contributo: i poveri assoluti sono il 9,4% delle persone, il 7,5% delle famiglie e alcune stime ipotizzano che circa 11 milioni di persone siano a rischio di povertà alimentare. Sulla base di questi presupposti, l’educazione finanziaria può rappresentare uno strumento nuovo e diverso per il contrasto alla povertà, che vada oltre la limitata risposta a richieste economiche di tipo tradizionale e che consenta l’acquisizione di competenze in merito, ad esempio, alla gestione delle risorse e alla risoluzione di situazioni complesse in cui, per tanti motivi, ci si potrebbe trovare. Già nel 2018 LombardiaSociale aveva analizzato l’opportunità di una formazione specifica interna e/o dell’inserimento di figure ad hoc nei servizi, capaci di accompagnare le persone in un percorso di apprendimento e acquisizione di competenze e strumenti, relativi ad una reale e funzionale pianificazione economica. Nel frattempo, la figura dell’educatore finanziario ha trovato sempre maggior spazio all’interno dei servizi, passando dal trovarsi in contesti di sperimentazione a servizi più strutturati, di sistema. Quella della gestione delle proprie risorse è inoltre ormai considerata una declinazione importante del principio di autodeterminazione della persona.
Con i prossimi paragrafi vogliamo indagare a che punto siamo oggi con l’educazione finanziaria, a partire da alcune questioni chiave. In particolare:
- A quali bisogni risponde l’educazione finanziaria, intesa come servizio di welfare pubblico?
- Qual è stato lo sviluppo della figura dell’educatore finanziario, in riferimento al percorso tracciato dai Piano Povertà?
- Come viene inteso il servizio all’interno dei sistemi locali e/o delle progettazioni in cui è attivato?
- Quali sono le principali criticità rilevate?
Abbiamo approfondito tali tematiche attraverso una serie di interviste, partendo proprio dal punto di vista dei professionisti sul campo. I nostri interlocutori sono educatori finanziari, formati alla professione, che hanno svolto o svolgono attualmente attività di educazione finanziaria. Nello specifico, abbiamo intervistato da remoto, tramite piattaforma di videoconferenza: Sergio Sorgi, Presidente di eQwa s.r.l. Impresa Sociale; Veronica Salerio, Coordinatrice di équipe territoriale per la cooperativa Il Torpedone Onlus; Giuseppe Ronzoni, Educatore finanziario per la cooperativa Comin.
L’educazione finanziaria per tutti: personalizzazione del percorso e relazione
Verrebbe da pensare che l’educazione finanziaria sia un servizio dedicato a beneficiari con un certo livello di risorse. Si tratta infatti di una prestazione orientata alla miglior gestione delle proprie risorse e questo presuppone, almeno in teoria, la presenza delle stesse, sia in termini economici, sia in termini culturali e cognitivi. Gli educatori intervistati, invece, rilevano altro.
Dalle interviste emerge con forza la possibilità di considerare l’educazione finanziaria come un servizio aperto a tutti, in forza di due fondamentali elementi:
- personalizzazione dei percorsi, costruiti a partire dalla definizione della situazione e delle risorse della persona;
- attenzione alla dimensione relazionale del percorso.
Sul primo elemento: l’educazione finanziaria vuole porsi come un sostegno, un accompagnamento nel “reinstallare un concetto di futuro”, consentire una comprensione globale della propria condizione e una visualizzazione in prospettiva. L’obiettivo è, in estrema sintesi, uscire dal “qui e ora” e assumere la capacità di progettarsi in termini economici. In questo senso, può aprirsi a tutti incondizionatamente, perché nessuno dovrebbe essere escluso dall’acquisizione di tali competenze. In questo quadro di universalità, resta importante definire il punto di partenza, così da adattare il percorso sulla situazione nella fattispecie, sia in riferimento all’efficacia dell’intervento, sia in riferimento all’ingaggio: definire una linea tecnica troppo complessa o, al contrario, non sufficientemente strutturata, potrebbe rivelarsi deleterio per la riuscita del processo. È chiaro che siamo di fronte a un processo di “capacitazione”. Il percorso può assumere quindi forme e dimensioni diverse, a seconda di risorse, capacities e strumenti già in possesso della persona.
Anche in relazione al secondo aspetto, la dimensione relazionale, emerge il carattere potenzialmente universale dell’intervento, relativo appunto alla “relazione”. Perché il percorso di educazione finanziaria si struttura, in sostanza, tramite una relazione educativa. Con le parole di un nostro intervistato: “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”. In altri termini: erogare contributi economici decontestualizzati da un percorso più ampio e complessivo, rappresenta una soluzione temporanea a un problema che richiede invece una risposta con una base più ampia. La relazione educativa potrebbe costituire un fattore fondamentale di tale base. Chiaramente, come in tutte le relazioni d’aiuto, molto dipende dall’ingaggio, se volontario o se basato sull’invio dei servizi (elemento che andremo a riprendere più avanti); se finalizzato a un supporto tecnico alla pianificazione o a un’alfabetizzazione ricercata, in qualche modo, dai beneficiari.
L’educazione finanziaria come servizio strutturale: è possibile?
A partire da esperienze concrete, abbiamo voluto comprendere se e come, a seguito dell’avvio degli interventi di educazione finanziaria nei servizi, gli stessi abbiano avuto modo di innestarsi e inserirsi nel sistema di offerta di welfare più tradizionale o se, al contrario, si percepiscano ancora come relegati a progettazioni parallele e temporanee. In particolare: gli enti locali, sia nella loro declinazione tecnica, con i professionisti del sociale, sia nella loro declinazione politica, con gli amministratori, colgono il valore dello strumento? V’è una legittimazione effettiva della professionalità e delle competenze da parte del sistema tradizionale dei servizi?
La risposta che emerge dalle nostre interviste è: “dipende”. Dipende dal singolo territorio, dalla visione politica locale e dalla capacità di integrare lo strumento in una più ampia e complessa presa in carico. Vengono inoltre identificati tre livelli: riconoscimento dello strumento da parte dei cittadini; riconoscimento da parte dei professionisti; riconoscimento da parte delle amministrazioni e delle imprese del territorio. Sui primi due livelli – quindi destinatari del servizio e operatori, i più vicini, se vogliamo, al territorio e ai bisogni – pare che lo strumento abbia presa più rapida e forte. Al netto di alcune criticità che discuteremo più avanti, l’impressione infatti è quella di un riconoscimento positivo dello strumento, come si evince dai seguenti commenti dei nostri intervistati:
“C’è una crescita di sicurezza formidabile. L’utente che approccia il servizio è straordinariamente soddisfatto, ci sono risultati incredibili”.
“Sui cittadini, dipende chiaramente dal tipo di ingaggio… quando l’ingaggio è positivo, non vissuto come obbligo, l’esperienza è solitamente molto positiva…”.
“Se entrano in contatto con il servizio e lo conoscono, lo valorizzano, gli viene appetito mangiando. Avrei molti esempi di legittimazione da parte anche degli assistenti sociali dei Comuni in cui lavoriamo, che hanno strutturalmente integrato questa figura che viene colta come di grande supporto all’attività ordinaria”.
Riassumendo con uno slogan, ripreso dall’ultimo stralcio d’intervista riportato, “l’appetito vien mangiando”, e questo vale sia per gli utenti sia per i professionisti che si trovano ad interfacciarsi con la nuova figura dell’educatore finanziario. Se guardiamo a quanto avvenuto in questi anni, ci rendiamo infatti conto di come questa figura, prima ai margini degli interventi, sia stata sempre più inserita nel sistema dei servizi e di come sui territori si siano costruite pratiche di lavoro condivise tra le assistenti sociali e gli educatori finanziari.
Sul terzo livello, quello “più alto”, pare invece ci sia ancora molto lavoro da fare. Lo sviluppo dello strumento è legato, secondo gli intervistati, anche alla vision politica locale. La percezione è che non ci sia ancora una presa effettiva sul piano politico. Ancora con le parole di un intervistato:
“I Comuni hanno compreso fino in fondo la necessità fornire questi strumenti? Alcuni sì, altri ancora no. Le imprese hanno capito che un lavoratore che ha difficoltà economiche si ammala di più ed è meno soddisfatto del lavoro? Quello che è importante capire per diffondere il servizio è che è parte integrante del benessere della persona. La sfida: comprendere che in un’epoca nella quale non si può continuamente vivere di situazioni “breveterministe”, un servizio di questo tipo è necessario. La stabilità economica personale ha un impatto sociale. Questo fa parte della sfida dell’uscire dalla logica della prestazione momentanea; una sfida colta per ora da poche, illuminate amministrazioni”.
Luci e ombre
Vediamo ora, nello specifico, le principali criticità relative al servizio di educazione finanziaria emerse nel corso delle interviste ma anche alcune possibili prospettive di sviluppo:
- Abbiamo già indicato come, almeno in teoria, l’educazione finanziaria rappresenti uno strumento potenzialmente applicabile a tutti. Tuttavia, va considerata l’effettiva volontà, da parte dei beneficiari, di accogliere il servizio. E quando questo non avviene? Si possono raccogliere comunque esiti positivi? A tal proposito, una questione più volte riportata, è quella relativa all’ingaggio e a come il carattere di questo sia profondamente connesso alle modalità di presentazione degli interventi. Un grande problema è stato identificato nella stessa definizione di “educazione finanziaria”, che richiama due elementi, di cui il primo “educativo”. Non tutta la platea a cui lo strumento viene proposto coglie il significato relazionale del termine, spesso si percepisce esclusivamente la necessità di “imparare” qualcosa, che in molti non pensano di dover effettivamente apprendere. Quanti di noi sarebbero disposti a mettere in discussione, con uno sconosciuto perdipiù, una parte tanto delicata del proprio privato? Venendo al secondo termine, “finanziaria”: rimanda a qualcosa di alto, di grande, complicato, che non riguarda i cittadini comuni. Il primo tema, quindi, risiede proprio nella diffusione di una cultura sul tema e una riflessione su come lo strumento viene proposto.
- Il fatto che lo sviluppo di tali figure e attività sia profondamente connesso alla vita dei singoli territori favorisce senz’altro grande aderenza ai bisogni specifici della comunità nella fattispecie; tuttavia, non consente uno sviluppo omogeneo su larga scala, non senza una spinta che arrivi anche da un livello di governance più alto. Una nuova professionalità, in fondo, può svilupparsi e innestarsi nel momento in cui si sente pienamente legittimata, sia dalla parte tecnica che dalla parte politica. Da questo deriva anche l’ormai più volte ripresa questione della continuità del servizio: come riuscire a garantirla, entro la logica dell’appalto e, più in generale, finché il servizio sarà inteso come qualcosa di sperimentale e accessorio?
- Rendicontazione dei risultati: risulta essenziale, anche in considerazione di quanto riportato nei due punti precedenti, trovare modalità di rendicontazione dei risultati a tutti gli attori coinvolti (beneficiari e cittadinanza in generale, parte tecnica, parte politica, imprese). Si tratta infatti di tematiche che riguardano le collettività ma che, come già detto, intercettano solo una minima parte dei potenziali interessati.
- Formazione e competenze: uno degli intervistati afferma: “… se qualcuno pensa che mettendo in un ufficio comunale un educatore finanziario, questo attivi un servizio, è ingenuo. Il servizio va accompagnato”. È importante che, nello sviluppo del servizio, siano garantiti due elementi, non sempre presenti: la formazione del professionista e la strutturazione di un setting, culturale oltre che fisico, che consenta sia l’effettivo ed efficace svolgimento del lavoro sia un più facile riconoscimento da parte di tutti i soggetti coinvolti. In questo senso, appare importante definire, da un lato, il profilo strategico dell’Educatore Finanziario e, dall’altro, cogliere alcune indicazioni che emergono da Piano Povertà di Regione Lombardia. A partire dalla messa in evidenza della necessità di sviluppare un approccio multiprofessionale e capace di sviluppare una visione strategica nel contrasto alla povertà. L’educatore finanziario, in tale direzione, trova la legittimazione che gli permette di assumere una valenza importante nel fronteggiamento allo stato di povertà e di vulnerabilità.
Conclusioni
A conclusione di questo articolo, evidenziamo quelli che secondo noi sono oggi gli aspetti più importanti da considerare in tema di educazione finanziaria.
Il primo aspetto, di segno positivo, è relativo a come l’inserimento dell’Educatore Finanziario nelle équipe dei servizi sociali abbia ridefinito gli oggetti di lavoro e allargato il campo d’azione dei servizi stessi. Ad esempio, si è iniziato a leggere i processi di impoverimento anche come incapacità di programmazione economica-finanziaria, e si sta cercando di costruire una strategia di ‘capacitazione economica-finanziaria’, che riguarda la singola persona.
Il secondo aspetto riguarda le diverse pratiche di lavoro sviluppate dai territori per definire strategie di medio-lungo termine, alcune dirette ai singoli cittadini, altre invece all’intera comunità. È importante consolidare queste esperienze e renderle strutturali ai dispositivi dei servizi sociali.
Infine, il terzo aspetto ha a che fare con due questioni problematiche particolarmente urgenti: 1) la necessità di costruire una visione che coinvolga tutti gli operatori sociali e le organizzazioni coinvolte nel contrasto alla povertà, insieme anche alla componente politica. È necessario che ci sia una chiara intenzionalità in questa direzione e la capacità di integrare i diversi attori sociali in grado di partecipare alla costruzione delle strategie di contrasto alla povertà; 2) la necessità di far comprendere a tutte le componenti sociali quali modalità di lavoro e pratiche vengono proposte dall’educazione finanziaria. Il rischio altrimenti è quello dell’irrilevanza degli interventi degli educatori finanziari. È dunque fondamentale – dal nostro osservatorio – risolvere queste questioni, per raggiungere gli ambiziosi obiettivi dell’educazione finanziaria e trasformare i suoi interventi in politiche strutturali.


