Alle soglie di una nuova legislatura regionale, lo scorso 8 febbraio è stato presentato alla Casa della Cultura di Milano il rapporto Più fragili dopo la tempesta? In equilibrio fra desideri, fragilità, aiuti, realizzato nell’ambito dell’Osservatorio biennale sugli anziani in Lombardia, promosso dalle sezioni lombarde di Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil, in collaborazione con ARS (Associazione per la Ricerca Sociale) e frutto di un’indagine che ha coinvolto 1.211 cittadini residenti in Lombardia.
Rispetto alla prima indagine, che ha posto l’attenzione sull’assistenza, la solitudine, l’abitare, questo secondo lavoro si concentra sull’invecchiamento attivo, oltre ad affrontare nuove tematiche quali il ruolo auspicato di una sanità pubblica, nonché l’impatto delle diverse condizioni di reddito sulle condizioni di vita degli anziani.
Il primo gennaio 2022 la Lombardia contava 3.455.759 residenti di età compresa tra i 55 e gli 85 anni, pari al 34,8% della popolazione regionale. È questo l’universo di riferimento di questo secondo Rapporto, in cui sono stati inclusi – dato il focus sull’invecchiamento attivo – non solo gli anziani over 65 ma anche gli anziani di domani. I 55-64enni, cittadini che si apprestano ad entrare nell’età anziana, sono in Lombardia quasi un milione e mezzo e, da soli, costituiscono ben il 15% della popolazione regionale.
Si propone di seguito un affondo sui tre nuovi temi indagati in questa seconda indagine.
Come si invecchia in Lombardia?
Su una scala da 1 a 100, gli anziani di oggi e di domani in Lombardia invecchiano “attivamente” su un valore pari a 46, contro una media nazionale Istat di 34 nel 2018[1]. Non tutti però invecchiano allo stesso modo. C’è chi invecchia in buona salute e chi no; chi si realizza nella partecipazione sociale e culturale alla società e chi fatica a farlo; chi si assume l’onere della cura dei propri cari e chi ne è esonerato; chi può permettersi un invecchiamento sereno e chi invece vive questa fase esistenziale con fatica e preoccupazioni. Ci sono, in particolare, tre macro variabili in gioco: la capacità di condurre una vita autonoma; la salute e il coinvolgimento in attività propedeutiche all’invecchiamento attivo; la partecipazione ad attività in grado di fornire un contributo utile alla società e la cura di figli e nipoti[2]. Ciò che contribuisce di più a un invecchiamento attivo in Lombardia è la dimensione “vita autonoma” (punteggio di 62/100). Al contrario, il dominio “partecipazione e cura” è quello che contribuisce in misura minore (punteggio di 28/100).
Fig. 1 – Domini di invecchiamento attivo e rispettivo contributo all’IIA (valori su scala da 1 a 100)
Gli anziani lombardi si dimostrano piuttosto autonomi e generalmente in buona salute, a riprova che la compromissione dell’autonomia dovuta all’insorgenza di patologie croniche e debilitanti slitta sempre più verso le età più avanzate. Di contro, gli stessi anziani appaiono però meno partecipi e coinvolti nella comunità locale. Ad esempio, il 72% esce di casa tutti i giorni, ma se si esclude la necessità di andare a fare la spesa, altre attività (volontariato, hobby, sport, frequentazione di luoghi di ritrovo) coinvolgono solo una parte minoritaria degli anziani in modo frequente e regolare. Le quote di coloro che non si dedicano mai, o solo ogni tanto, ad attività di volontariato (60%) o che non partecipano mai, o solo ogni tanto, a riunioni associative, politiche, sindacali o di altra natura (75%) sono nettamente più alte rispetto a quelle di chi svolge queste attività con cadenza almeno settimanale (rispettivamente, il 35% e 15% degli intervistati). In compenso, la metà degli anziani intervistati frequenta un amico o un’amica almeno una volta alla settimana, uno su cinque tutti i giorni. La rete amicale si dimostra essere una risorsa sempre più cruciale.
Relazioni di cura, tra scelta e peso
Le relazioni di cura e assistenza tra parenti vengono ricomprese in letteratura negli indicatori di invecchiamento attivo. Il fatto che un anziano su sei accudisca figli o nipoti tutti i giorni e che uno su sette, con la stessa frequenza, si occupi del proprio coniuge non autosufficiente o di altri familiari anziani contribuisce perciò a far innalzare l’indice generico di invecchiamento attivo. Le relazioni di cura – specialmente nel nostro Paese – sono però spesso il risultato di una situazione forzata e dettata dalla totale assenza di soluzioni alternative. Il coinvolgimento quotidiano in attività di cura avviene inoltre generalmente a scapito di altre forme di partecipazione ad attività utili alla società, quali appunto il volontariato, l’associazionismo o altre forme di impegno sociale e politico.
Chi è più attivo?
Certamente chi vive con familiari rispetto a chi vive solo. Chi vive solo ha meno stimoli ad invecchiare attivamente, perché più “sconnesso” da relazioni, opportunità e legami di cura. Ricordiamo che a vivere solo in Lombardia è un terzo degli anziani (nella metà dei casi senza nessuno vicino che possa intervenire in caso di bisogno).
È poi decisamente più attivo nel suo percorso di longevità, di salute, chi ha un titolo di studio maggiore: 25 punti di differenza su una scala da 0 a 100 tra chi possiede una licenza elementare e chi una laurea, il divario più alto registrato nel nostro campione. Al crescere del titolo di studio cresce ad esempio la frequenza con cui gli anziani vanno in vacanza o passano weekend fuori casa (uno dei tanti indicatori di invecchiamento attivo utilizzati nell’indagine): il 12% dei laureati non va mai in vacanza contro il 60% di chi possiede solo la licenza elementare. Al contrario, il 75% dei laureati viaggia ogni anno contro il 19% di chi possiede il titolo elementare.
Sono inoltre più attivi i giovani anziani e coloro che si apprestano ad entrare nell’età anziana. Un dato che non ci sorprende, e non solo per mere ragioni anagrafiche: i nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, sono mediamente più istruiti, socializzati, dinamici e hanno una familiarità con le nuove tecnologie nettamente maggiore. Tutti prerequisiti, questi, per un invecchiamento effettivamente attivo.
Infine, sono più attivi gli uomini. Questo dato non riguarda solo la Lombardia: le donne in Italia conseguono generalmente risultati di invecchiamento attivo inferiori rispetto agli uomini. E questo nonostante il fatto che risultino più frequentemente impegnate degli uomini in relazioni di cura (un elemento che appunto abbiamo visto “favorire” l’IA).
Status economico
Un altro dato che colpisce è la presenza non marginale di una popolazione povera o relativamente povera, il cui reddito familiare netto non arriva a mille euro al mese. Parliamo del 13% degli intervistati over 55 (di cui il 7% vive da solo). Proiettati sulla popolazione lombarda, parliamo di 488.000 persone. A questa condizione si associa un basso accesso ai servizi pubblici, ma è soprattutto la dimensione di solitudine a incidere negativamente sulle condizioni di vita di queste persone, una condizione in crescita.
È interessante inoltre notare come la capacità reddituale degli anziani cresca all’aumentare dell’età: ad esempio, la quota di quanti possono contare mensilmente su un reddito pro-capite superiore a 1.500 € è pari al 22 % tra gli under 65, al 28% tra i 65-74enni e al 32% tra gli over 75. In letteratura, la maggiore tenuta, negli ultimi decenni, dei redditi delle fasce più anziane della popolazione rispetto a quelli delle generazioni più giovani è ormai nota (Cozzolino et al., 2021; Istat, 2020). I dati sopra riportati mostrano però quanto gli anziani di domani saranno sempre meno in grado di “tenere”, ricoprendo un ruolo chiave di sostegno al reddito familiare.
Distanti dal mondo dei servizi ma con voglia di “pubblico”
Nel precedente rapporto di ricerca gli anziani lombardi erano stati descritti come ancora molto distanti dal mondo dei servizi. Distanza che si misura nel semplice fatto che sei anziani lombardi su dieci non hanno mai usato servizi pubblici di diversa natura, dall’assistenza sociale ai trasporti, ai centri diurni e così via. A parte le attività riabilitative sociosanitarie, che registrano un utilizzo da parte del 17% degli anziani, tutti gli altri servizi proposti registrano tassi di utilizzo tra l’1 e il 5%. La sanità di prossimità è ancora di là da venire. Eppure, cresce notevolmente il desiderio di essere tutelati e protetti dall’ente pubblico. Abbiamo indagato il desiderio di avere più aiuti, naturalmente maggiore in chi esprime maggiori bisogni (i più anziani, i più isolati, i meno autonomi): “da chi vorrebbe essere di più aiutato, nel caso di bisogno?”. E qui emerge un risultato importante, e cioè che al primo posto figura il desiderio di un potenziamento del servizio pubblico (in quasi un quarto dei casi), mentre solo al secondo posto figurano i familiari. Residuale è il desiderio di più aiuti da volontari o da vicini.
Fig. 2 – “Se riceve aiuti, chi li fornisce e da chi ne vorrebbe di più?” (valori %)
La responsabilità della cura sempre più “pubblica”
Chi dovrebbe farsi carico di un anziano che invecchia? La famiglia, lo Stato, entrambi?
La questione si pone nel momento in cui la Regione Lombardia ha da poco approvato una legge regionale sui Caregiver familiari (n. 23 del 30.11.2022), che riconosce questa figura e prevede una rete di sostegni a favore di essa.
Se sette anni fa[3] metà degli anziani lombardi si pronunciava per una responsabilità nelle attività di cura che deve rimanere in capo alla famiglia, oggi tale quota si è ridotta drasticamente a due casi su dieci, a favore invece del ruolo dello Stato, che sale dal 3 al 27%, quasi venticinque punti percentuali in più.
Fig. 3 – Chi dovrebbe assumersi la responsabilità della cura di un anziano non autosufficiente. Confronto Lombardia 2015-2022
Siamo entrati in un nuovo paradigma culturale, con una aspettativa di sostegno da parte delle istituzioni pubbliche decisamente maggiore[4]. Si è fatta ampiamente strada la consapevolezza che i caregiver di domani basteranno sempre meno. La scarsa presenza dei servizi e tutte le difficoltà che il Covid ha rivelato nei termini di una sanità di prossimità rende netta ed esplicita questa attesa. Una diversa postura culturale, spinta soprattutto dalle fasce di popolazione economicamente più abbienti (35% vs 19%) e culturalmente più esigenti in termini di servizi e di diritti.
In equilibrio
La ricerca ci consegna una terza età che deve trovare molti equilibri tra dimensioni tra loro contrastanti: tra desideri e possibilità, tra una socialità auspicata e una praticata, tra fragilità e risorse di cura che si assottigliano. Un ruolo cruciale avranno le politiche per la longevità, che dovranno individuare nuove soluzioni e nuove risposte sostenibili per una vita che si allunga negli anni. La Lombardia manca di una legge sull’invecchiamento attivo, mentre più della metà delle altre Regioni se ne sono dotate. Una legge che coniughi l’impegno per una buona salute durevole nel tempo con approcci capaci di riconoscere negli anziani potenzialità e risorse preziose per le comunità, di oggi e di domani.
[1] Si rimanda al Capitolo 3 del Rapporto di ricerca per i dettagli relativi alla metodologia di costruzione dell’Indice di Invecchiamento Attivo lombardo e per il confronto puntuale coi dati nazionali. Precisiamo comunque che l’indagine ha interessato esclusivamente anziani che vivono ancora, con o senza supporti, presso la propria abitazione: sono dunque esclusi per disegno dal nostro campione gli anziani, prevalentemente non-autosufficienti, che risiedono in una struttura residenziale.
[2] Si tratta, nello specifico, dei tre ‘domini’ che nella nostra analisi compongono l’Indice di Invecchiamento Attivo.
[3] Si veda, S. Pasquinelli (a cura di), Primo Rapporto sul lavoro di cura in Lombardia, Santarcangelo di Romagna, Maggioli, 2015.
[4] Si veda, in proposito, l’articolo di S. Pasquinelli “Quella voglia di servizio pubblico” pubblicato su Welforum.it in data 15 febbraio 2023.





