Lo scorso 24 gennaio presso lo Spazio Cinema Ariosto di Milano si è svolto il Convegno “Il Welfare Lombardo verso la sostenibilità sociale: quale benessere nel 2028?”, organizzato dal Consiglio Regionale dell’Ordine Assistenti Sociali della Lombardia quale occasione di confronto, approfondimento e rilancio sul tema delle politiche di welfare, in vista delle imminenti elezioni regionali.
La giornata – altamente partecipata, densa di interventi e confronti, poi terminata con la Tavola Rotonda tra i candidati alla Presidenza di Regione Lombardia e loro delegati – è stata aperta da Manuela Zaltieri, Presidente dell’Ordine regionale, che ha illustrato l’obiettivo cardine del convegno: rappresentare e ricomporre la fotografia attuale delle diverse politiche di welfare sociale e sociosanitario regionali, per rilanciarle lungo la traiettoria di possibili scenari futuri, nella direzione del cambiamento e a partire dall’orizzonte temporale 2023-2028. Negli anni è maturata infatti la consapevolezza dell’importanza dell’attività di rappresentanza degli Ordini professionali quando condotta con approccio proattivo, teso ad influenzare l’opinione dei decisori e ad anticipare le scelte politiche sulle questioni di specifico interesse della professione, agendo quindi in maniera preventiva o contestuale al processo decisionale.
Al fine di sostenere e rilanciare proprio questo mandato istituzionale dell’Ordine e così anche il ruolo politico e sociale che il codice deontologico riconosce alla professione dell’assistente sociale, riportiamo in questo speciale – dopo un primo contributo di inquadramento complessivo delle peculiarità del sistema di welfare lombardo oggi – gli interventi delle relatrici assistenti sociali esperte nelle materie oggetto della giornata: integrazione sociosanitaria, contrasto alla povertà e all’emarginazione, minori e famiglie, accoglienza dei minori, disabilità e politiche abitative.
Parlare oggi di come sostenere il sistema di accoglienza, protezione, cura e tutela dei soggetti di minore età significa riferirsi a un sistema complesso e di corresponsabilità, nel quale proprio la corresponsabilità costituisce l’elemento fondante e fondamentale da cui partire per garantirne sostegno e sviluppo . Il sistema di accoglienza non è inteso, infatti, solo come i luoghi dell’accoglienza, ma come un insieme di responsabilità che parte dai servizi di tutela, che esprimono la responsabilità pubblica, e coinvolge l’insieme delle realtà di accoglienza che esprimono la funzione sociale.
Il primo impegno che dobbiamo chiedere alla politica, e dunque anche ai candidati presidenti per la nostra regione, è di essere insieme ad invertire la narrazione. Oggi noi ci troviamo in un contesto in cui il lavoro di cura e il lavoro sociale sono visti come nemici: pensiamo alla legge 107 del 2020, che ha istituito la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori e ad altre scelte politiche che segnano un orizzonte culturale che va nella direzione contraria a ciò che è il lavoro di cura. Il lavoro sociale non è qualcosa da cui difenderci.
Dunque il primo impegno che chiederei ai candidati presidenti di Regione Lombardia è di essere con noi a modificare la narrazione e a raccontare che cos’è il lavoro di cura e quindi quali sono le strategie e le azioni per sostenerlo e in particolare, all’interno di questo, per sostenere il sistema di accoglienza dei minori fuori famiglia. Una delle modalità è sicuramente quella di ragionare consapevolmente, e il primo passaggio per invertire la narrazione è quello di confrontarci con i dati di realtà.
Chi sono i bambini e i ragazzi in comunità e in affido famigliare
I dati lombardi che abbiamo a diposizione si riferiscono alla fine del 2020, mentre quelli nazionali sono ancora fermi al 2019. Non si tratta di dati molto aggiornati ma poiché non si evidenziano significative inversioni di tendenza, si possono considerare validi per offrire un quadro sufficientemente chiaro rispetto a quanti sono e quali caratteristiche hanno i bambini e i ragazzi che oggi abitano le comunità di accoglienza.
Oggi in Italia sono circa 14mila complessivamente i bambini e i ragazzi in comunità, mentre in Lombardia sono 2.493.
Guardando alle loro principali caratteristiche, oltre la metà (pari a 1.368) sono di cittadinanza straniera, di cui 212 sono minorenni migranti soli; 779 sono accolti in comunità con i genitori, e 212 sono neo maggiorenni che permangono nel sistema di accoglienza anche oltre la maggiore età.
Dal punto di vista delle fasce di età, in figura 1 si evidenzia come il 56% sia costituito da adolescenti in età compresa tra gli 11 e i 17 anni.
Figura 1 – Ripartizione per età dei minori accolti in comunità. Dati regione Lombardia 2020
Rispetto alla ripartizione tra le diverse tipologie di accoglienza, sono 353 i ragazzi e le ragazze inserite in alloggi ad alta autonomia, mentre i restanti sono accolti in comunità socio-educative e, in piccola parte, in comunità famigliari.
Per quanto riguarda, invece, i minori accolti in affidamento familiare, in Lombardia superano di poco quelli accolti in comunità, e sono un totale di 2.506, e di questi 1.750 sono in affido eterofamiliare e 696 in affido intrafamiliare. I bambini e i ragazzi in affido che hanno cittadinanza straniera sono 475, e di questi 22 sono migranti soli.
Dal punto di vista della distribuzione tra le varie fasce di età il quadro non è molto diversificato da quello appena evidenziato riguardo alle comunità: anche qui circa il 55% è costituito da preadolescenti e adolescenti nella fascia 11-17 anni.
Figura 2 – Bambini e ragazzi accolti in affido familiare – dati regione Lombardia 2020
Focalizzando, in particolare, l’attenzione sulle comunità di accoglienza, questi dati evidenziano un quadro molto chiaro:
- nelle comunità sono presenti prevalentemente adolescenti, in età superiore agli 11 anni, e con un’ulteriore prevalenza nella fascia 14-17;
- c’è un’importante presenza di minorenni migranti, anche minorenni migranti soli;
- il dato reale e di esperienza è anche che i ragazzi che oggi arrivano nelle comunità educative sono fortemente segnati da disagio relazionale e disagio psichico. Si tratta di ragazzi per i quali, nonostante la presenza evidente di tali bisogni, non è previsto l’inserimento in comunità terapeutiche, che non sono sufficienti per rispondere al bisogno.
Dunque eterogeneità di presenze, un’età mediamente spostata oltre la preadolescenza e con un’importante presenza di ragazzi con disagio psichico, per i quali dovrebbe essere prevalente l’intervento educativo, che tuttavia, se non adeguatamente accompagnato da un intervento specialistico diventa di difficile attuazione. Queste sono le questioni che il nostro sistema di accoglienza lombardo incontra e da cui emergono in modo chiaro le priorità per l’azione regionale.
Rafforzare l’integrazione socio-sanitaria
Non è possibile pensare oggi realtà di accoglienza dignitose e di buona qualità senza interrogarsi rispetto a come realizzare un’integrazione efficace tra la funzione socio-educativa e la funzione socio-sanitaria, a partire dalla neuropsichiatria infantile.
Non è pensabile che i ragazzi accolti in comunità abbiano accesso alla diagnosi e al trattamento a distanza di 6 mesi, un anno o anche più dalla segnalazione. Questo significa che pure essendo inseriti in un contesto qualificato, dove la competenza è esclusivamente educativa e socio–pedagogica, questo contesto non può assolvere anche ai loro bisogni di salute. Al contempo, continuare a evitare di affrontare questo problema non lo risolve, ma lo lascia tutto nelle mani delle realtà di accoglienza e dei servizi di tutela che si trovano a dover gestire e risolvere situazioni sempre più complesse senza gli strumenti giusti. Non si possono sempre collocare le persone o da una parte o dall’altra, ci sono degli “e” che vanno costruiti, e in questo caso significa pensare a una nuova forma di comunità educativa sostenuta dalla competenza sanitaria.
Le proposte concrete per muoversi in questa direzione sono già chiare:
- Garantire celerità e priorità di presa in carico da parte della funzione specialistica per i ragazzi accolti nel sistema di accoglienza;
- Superare le settorializzazioni tra le Direzioni regionali coinvolte, creando tavoli comuni di confronto in cui trovare delle soluzioni, creando comunicazione di linguaggi e di responsabilità.
- Attivare il processo per la definizione della comunità educativa a integrazione sanitaria superando la modalità della “quota sanitaria” individuale (di difficile utilizzo e caratterizzata da precarietà temporale). Si è provato a costruire proposte in questa direzione, anche con alcuni servizi di tutela, ma è necessario arrivare a definire una risposta concreta al quadro reale dei bisogni a cui ci troviamo davanti.
Garantire il diritto al futuro, alla cittadinanza piena
I ragazzi accolti, ma anche le mamme che realizzano un percorso di comunità con i propri bambini, sono cittadini e dunque occorre individuare politiche e interventi che permettano alle persone di uscire dai percorsi di accompagnamento all’autonomia. Il passaggio necessario è quello di definire strategie perché le persone in uscita dai percorsi di accoglienza non continuino ad essere in qualche modo considerate “di serie B” e sempre dipendenti da qualcuno che garantisce loro una qualche forma di abitare, comunque sempre temporanea.
Per essere capaci anche di non disperdere gli investimenti precedenti dobbiamo garantire il diritto al futuro, in particolare garantire un abitare autonomo e processi di locazione con priorità di accesso, per permettere alle persone di accedere ad un’abitazione come locatari e non in qualità di utenti dei servizi.
La conclusione del progetto di accoglienza, sia di comunità che di affido, per garantire il diritto all’autodeterminazione e alla cittadinanza piena chiama in causa la responsabilità pubblica per definire e attuare politiche pubbliche e azioni finalizzate concretamente a garantire l’abitare, non solo Housing sociale ma case in locazione diretta a prezzi accessibili (ad esempio attraverso la valorizzazione del patrimonio confiscato alle mafie oppure tramite i fondi di garanzia, la priorità di accesso nell’edilizia pubblica, ecc.).
Diversamente, si tratta di una forma di abbandono istituzionale.
Costruire luoghi stabili della co-costruzione delle politiche
Un’ulteriore necessità e richiesta è quella di costruire e manutenere luoghi stabili di co-costruzione delle politiche, di democrazia partecipata, di condivisione della multidisciplinarietà, senza che la convocazione dei tavoli avvenga solo in occasione di urgenze specifiche.
Avere luoghi di co-costruzione delle politiche è un esercizio di democrazia partecipata, che ci aspettiamo da un organo democraticamente eletto, ma è anche un luogo di valorizzazione della multiprofessionalità. Portare sguardi e competenze diverse significa riuscire a costruire politiche sensate, rispondenti ai bisogni, praticabili e attuabili.
Quindi la richiesta forte da portare ai candidati è di infrastrutturare il processo con luoghi stabili di confronto che siano:
- rappresentativi di tutte le responsabilità, competenze, con il coinvolgimento dei soggetti pubblici e del privato sociale (cooperazione sociale )
- integrati tra diversi settori e competenze: sociale, sanitario, educativo (ad esempio riattivando il tavolo tutela e tavoli tematici come il tavolo affido).
Diversamente la logica dei bonus e della frammentazione rischia di diventare la regola, e saremo sempre più distanti da questa logica.
Garantire cura al lavoro di cura
L’impegno che dobbiamo assumere tutti e che dobbiamo portare ai politici è il dare “centralità” al lavoro di cura nelle politiche pubbliche, negli atti programmatori, nella gestione delle azioni sociali e educative in particolare, e questa è la cornice in cui anche i ragionamenti e le azioni vanno ricomposte perché si tratta di una questione centrale e dirimente.
Il lavoro di cura non significa frammentare le persone e i loro bisogni, non può essere centrato sull’emergenza, ma è qualcosa che parla di coesione sociale, di attenzione, di volti, di storie, di attenzione, di quartieri e di esigibilità dei diritti. Allora il lavoro di cura oggi deve ritornare centrale nelle politiche perché riguarda le persone che sono le risorse, l’ossatura della nostra società e permette davvero di operare preventivamente, di realizzare una presa in carico adeguata, percorsi di reinserimento e vera autonomia.
Siamo di fronte a pesanti contraddizioni di un tempo presente dove fioriscono documenti, discorsi, affermazioni, atti formali in cui si sostiene la centralità del lavoro di cura, del lavoro sociale, della cura delle relazioni, della coesione sociale, dell’educazione. Ma in cui, nei fatti, si mortifica il lavoro di cura, il lavoro sociale e si disinveste – culturalmente, economicamente, strategicamente – sul lavoro di cura, sul lavoro sociale (..”nei limiti delle risorse disponibili”..).
È dunque allora necessario sostenere le professioni del sociale, quelle che lavorano nel pubblico e quelle che lavorano nel privato:
- La professionalità di alto profilo richiesta per farsi carico delle persone più fragili, delle loro storie e dei loro diritti deve oggi trovare (o ritrovare) – culturalmente, politicamente ed economicamente – un riconoscimento adeguato e coerente;
- Un riconoscimento che valga sia per gli operatori dell’Ente Pubblico che per gli operatori delle Organizzazioni di terzo settore (quali la Cooperazione sociale/impresa sociale) quali espressione di funzione pubblica e che non devono essere confuse con agenzie interinali a cui esternalizzare prestazioni a basso costo.
Affrontare la carenza di educatori e delle comunità che chiudono
Se ragioniamo di sostegno al lavoro di cura non possiamo non ricordare anche la necessità di un sostegno alle professioni, a partire da una consapevolezza: oggi in Lombardia abbiamo una carenza gravissima di educatori. Diverse comunità hanno chiuso perché non è pensabile sostenere il turnover e non si può reggere una comunità in maniera adeguata senza educatori adeguatamente formati e preparati.
Si tratta, anche qui di un tema di responsabilità pubblica, che non può essere semplicisticamente ed esclusivamente ricondotto alla responsabilità degli enti gestori, e che occorre diventi centrale perché incrocia un tema di esigibilità dei diritti, di protezione e di tutela.
In assenza di investimenti economici, strategici, culturali e comunicativi i “mestieri” di cura sono sempre meno attrattivi e le conseguenze sono la difficoltà o l’impossibilità di trovare professionisti competenti e disponibili a coprire il fabbisogno dei servizi in tutti gli ambiti, non solo nel sistema di accoglienza.
Si tratta di una questione di responsabilità pubblica e deve essere una priorità per la Regione Lombardia.
Le registrazioni del convegno e della tavola rotonda con i candidati sono disponibili ai seguenti link: Convegno CROAS, Tavola Rotonda.
Le domande che l’Ordine ha posto ai candidati alla Presidenza regionale rispetto al futuro del welfare lombardo sono disponibili qui: Domande ai Candidati.



