Il welfare: un contesto in evoluzione
Il contesto di evoluzione del welfare tratteggiato dopo la pandemia e il futuro disegno dei servizi, delineato in varie norme degli ultimi due anni[1], pongono molte sfide a diverse figure che operano nella rete sociosanitaria, Assistenti Sociali (AA.SS.) in primis.
Lombardiasociale si è dunque proposta di capire dalla voce degli interessati come la comunità degli AA.SS. lombardi si sia prefigurata e/o stia vivendo il cambiamento, già in corso o che avverrà, nella pratica quotidiana e nelle diverse realtà professionali. Dato che il tema tocca un fronte molto vasto, abbiamo scelto di concentrarci qui sulle implicazioni del PNRR (M5 e M6)[2]e del suo recepimento nella LR 22/21. È indubbio che lo scenario emergente richiede agli AA.SS. un impegno straordinario su vari versanti: programmatorio, gestionale/operativo (ambito di applicazione concreta delle scelte programmatorie) e culturale, trasversale ai primi due perché chiama in causa la comprensione del senso di quello che si sta facendo, la capacità di pensare il cambiamento, l’organizzazione della transizione, la propensione alla condivisione, ecc.
Con non poca difficoltà abbiamo cercato, sia tramite l’Ordine degli AA.SS. lombardi che mediante altri canali, di reperire AA.SS. che acconsentissero a fornirci la loro opinione nel corso di un focus group online condotto delle autrici[3]. Alla fine le persone disponibili sono risultate essere 7 AA.SS.[4] impegnate nel welfare locale con ruoli diversi, alcune operativi (4), altre con funzioni di coordinamento e/o direzione (3); 2 dipendono da Comuni/Aziende Speciali Consortili per la gestione associata di servizi alla persona e 5 da ASST. Tra queste ultime, tre operano da qualche tempo in Case della Comunità e/o PUA. Quanto riportato dalle interessate si riferisce alla situazione dei rispettivi territori/Enti (in totale due Ambiti territoriali Sociali e 3 ASST) a fine novembre 2022.
Il confronto si è svolto intorno a pochi punti molto ampi che, partendo da tre specifiche voci (il cambiamento, la M6 del PNRR, i progetti relativi alla M5) più un’eventuale quarta (ulteriori punti d’interesse da segnalare), si estendono ad altri rilevanti nodi di natura più generale (uno su tutti: l’integrazione socio-sanitaria). Per comodità questo articolo si sviluppa seguendo l’ordine delle domande della traccia allegata (alla quale si rimanda per l’esplicitazione più completa degli argomenti toccati); nell’interessante e vivace scambio che ha avuto luogo, però, spesso la discussione di una voce è “scivolata” in quella di un’altra, senza artificiose separazioni. Benché il circoscritto numero di testimonianze non consenta di trarne considerazioni esaustive e generalizzabili, dal focus group sono emerse varie osservazioni indicative per capire il punto di vista degli operatori, la realtà dei territori dove lavorano e gli eventuali cambiamenti in atto.
I canali informativi del cambiamento
Le situazioni si differenziano secondo l’Ente di appartenenza delle intervistate, ASST o AT (Ambiti Territoriali Sociali), i relativi ruoli professionali e il coinvolgimento nelle due Missioni del PNRR (M6 o M5); tuttavia quello dell’informazione sembra essere un punto trasversalmente dolente. In generale, le informazioni utili al recepimento sui territori del PNRR e della LR 22/21 sono circolate prevalentemente a livello dirigenziale e molto meno tra gli operatori dei servizi. Questo sia nel contesto degli AT, destinatari della M5 del PNRR, che in quello delle ASST, coinvolte direttamente nella M6 e nella realizzazione di PUA e CdC.
“Tutto il lavoro di realizzazione, ricerca relativa alla collocazione migliore per le CdC e suddivisione delle risorse è stato fatto solo a livello di Direzione Strategica, in accordo con i Comuni e rispettivi Sindaci e Assessori competenti, ma a un livello che non è arrivato agli operatori” (AS, ASST).
“La nostra responsabile ci ha informato sul PNRR e le Missioni 5 e 6 che in particolar modo ci coinvolgono, ma ha fatto un’introduzione molto generale […] segnalando che sarebbero seguiti poi momenti di approfondimento” (AS, Comune).
Di fatto, però, la stessa AS è venuta a scoprire solo per caso, parlando con una collega, che sul territorio erano stati attivati (e inaugurati abbastanza in sordina) un PUA e una CdC. Per quanto riguarda la M5 del PNRR è consapevole che il suo Ambito di appartenenza ha presentato progetti per più linee ma, non essendo le assistenti sociali ancora state coinvolte nelle relative riunioni e tavoli di lavoro, non ne conosce i dettagli. In un caso, una delle nostre intervistate è stata designata dalla propria ASST a partecipare alle riunioni dello staff della Direzione Sociosanitaria (DSS) e incaricata – tra diverse funzioni – anche di agevolare l’implementazione delle scelte programmatorie assunte dallo staff di Direzione. L’ASST di riferimento ha infatti istituito un pull di tecnici esperti in programmazione formato da un’AS in pianta stabile, una psicologa, un’infermiera e una figura amministrativa, tutti con ruoli dirigenziali e che si occupano di tutto ciò che concerne la programmazione in relazione alla M5 e M6. In proposito dichiara:
“La partecipazione alle riunioni indette dallo staff della DSS rimane lo strumento privilegiato per l’aggiornamento sull’avanzamento della programmazione interna e sull’emanazione di nuove delibere di settore” (AS, ASST).
In assenza di un ingaggio specifico, tuttavia, questo aggiornamento non sarebbe stato possibile. L’impressione generale è quella di un cambiamento che sta arrivando dall’alto e di un’informazione per ora circolante tra Ministeri e Dirigenti locali ma ancora lontana dagli operatori dei servizi. Addirittura, due delle nostre intervistate hanno dichiarato di aver letto la legislazione relativa ai cambiamenti per interesse personale, in un caso prima di aver partecipato a una formazione sul tema organizzata dalla propria ASST, esauritasi peraltro in un corso di 3 ore, nell’altro in attesa di un momento formativo/informativo sul tema.
In presenza di riforme molto impegnative – quali quelle qui discusse – l’assenza o inadeguatezza di percorsi di accompagnamento alla comprensione e alla realizzazione del cambiamento rischiano di generare scetticismo e demotivazione. Segnaliamo quindi come particolarmente degno di nota l’entusiasmo espresso da alcune delle intervistate, sia di ASST che di AT, nei confronti dei nuovi progetti e dei nuovi obiettivi legati al PNRR, anche quando questi risultano ancora poco chiari e definiti. Incoraggianti sono inoltre le esperienze di due persone che già lavorano in CdC[5]. L’ingaggio diretto ha infatti permesso loro di capire meglio funzioni e utilità di questi nuovi presidi territoriali.
“Io lavoravo prima [di entrare in CdC] nella neuropsichiatria infantile per la stessa Azienda e avevo avuto modo si sentir parlare delle CdC e del PNRR, ma in modo ancora molto confuso, con informazioni molto frammentate, senza che fosse chiaro quale avrebbe dovuto essere il ruolo dell’AS nelle CdC […]. Adesso che da qualche mese sono all’interno di questo nuovo servizio sto iniziando a capire effettivamente cos’è una CdC, cosa può essere fatto e l’utilità della commistione tra sanitario e sociale” (AS, CdC).
La Missione 6 del PNRR e le CdC
Anche qui le informazioni raccolte variano in base all’Ente di appartenenza delle rispondenti e, nel caso dell’ASST, secondo il fatto che l’interessata sia o meno operativa in una CdC. A rompere il ghiaccio sulle ricadute sui territori della M6 del PNRR è la stessa AS che ci aveva raccontato dell’attivazione “calata un po’ dall’alto” di PUA e CdC nel suo Ambito. Questa volta l’esperienza riportata é positiva: contattata da alcuni operatori del PUA a proposito di un utente a lei in carico, ha constatato l’evidente volontà di collaborare dei colleghi dell’ASST (che, ad esempio, sono riusciti con successo ad attivare il MMG del paziente, nota dolente nel suo territorio), verificando direttamente quanto il PUA possa rappresentare un’ottima risorsa, soprattutto per i soggetti più fragili. Non essendoci però protocolli ufficiali che permettano a tutti gli operatori di conoscere, utilizzare e relazionarsi con le risorse di PUA e CdC, ci ricorda quanto sia essenziale che “tutti i nodi della rete sappiano che la rete esiste!”. Diversamente le persone continueranno ad essere rimbalzate da un servizio all’altro, come attualmente accade.
Quest’esperienza riflette una situazione particolarmente emblematica. Da un lato, il mancato governo di processi che supportino la collaborazione tra livelli istituzionali diversi (Ministero, Ats, Comuni) e la conseguente ‘fumosità’ dei contesti in cui i professionisti si trovano ad operare:
“La realtà è molto distante da una cornice di senso rispetto ai temi posti a livello nazionale sul sistema di welfare e sull’integrazione socio sanitaria. L’attivazione delle CdC al momento non ha avuto alcuna ricaduta a livello di lavoro quotidiano dei servizi sociali se non la consapevolezza che i processi non siano governati” (AS, Ambito).
“Sono stata coinvolta nella turnazione del Pua con altre 4 colleghe, di cui 3 del Consultorio interno alla CdC (ex Pot) e 2 del Centro adozioni, con ruolo poco chiaro, al momento solo informativo. Non è poi presente l’assistente sociale dell’ente pubblico [Comune] per quanto sia previsto un ufficio. […] Sarebbe utile che il nostro Ordine facesse delle riflessioni operative approfondite e precise per evitare che il nostro ruolo sia marginale e puramente amministrativo o burocratico” (AS, ASST).
Dall’altro lato, però, spiccano anche le buone modalità di funzionamento “dal basso”[6] che – nonostante tutto – riescono a svilupparsi anche prima ( o anche senza) che le delibere “cadano” sugli operatori. Significativa, in questo senso, è la testimonianza di una delle nostre intervistate che, trasferendosi da un Comune da una CdC, è riuscita a poco a poco a “crearsi un ruolo”:
“Quando sono arrivata in CdC, insieme al mio coordinatore, abbiamo scelto di iniziare a fare un lavoro di informazione su tutti i Comuni. Io personalmente ho contattato tutte le colleghe assistenti sociali dei Comuni afferenti alla CdC per dare informazione della presenza della CdC, degli IFEC, del PUA, dei modi in cui si potrebbe collaborare. […] Dal basso sta funzionando, stiamo creando delle reti di connessione … (AS, CdC)”.
Il risultato è che oggi sul territorio di riferimento, pur in assenza di protocolli e rapporti standardizzati, esiste una buona collaborazione con tutti i Servizi Sociali dei Comuni afferenti alla CdC, prevalentemente nell’ambito delle dimissioni protette. Si sta ora cercando di far conoscere i nuovi servizi offerti dalla CdC e le sue modalità di lavoro (non prestazionali) anche a Sert, neuropsichiatria, altri professionisti dei Comuni e volontari. Ciò conferma che anche nel nuovo scenario, in continuità con il passato, a far funzionare le cose nella quotidianità per ora è prevalentemente la voglia di collaborare degli operatori, anche quando le difficoltà non mancano.
In ultimo, riportiamo la testimonianza di una collega che esprime la forte necessità di sapere procedere – in un contesto ancora in divenire – con una programmazione flessibile, capace di adattarsi ai territori e alle loro diverse esigenze:
“Per quanto riguarda le modalità di collaborazione con i SS dei Comuni, lo staff della nostra DSS ha intessuto nei mesi passati contatti con i Dirigenti tecnici di ogni singolo Comune presentando il modello organizzativo elaborato dalla nostra ASST per le CdC e avviando un dialogo di confronto per favorire l’implementazione di un modello interconnesso di risorse. Ad oggi, abbiamo [però] una realtà variegata all’interno della nostra ASST, infatti, il Comune dove è stata aperta la prima CdCha deciso di portare in CdC il proprio Servizio di Segretariato Sociale; nella seconda CdC il Comune sposterà solo le AASS che si occupano di anziani e disabili, mentre un terzo Comune non trasferirà alcuna AASS in CdC…” (AS, ASST).
La realtà con cui l’ASST in oggetto si trova inaspettatamente a fare i conti è la necessità di dover definire, prioritariamente e urgentemente, linee operative chiare per gli IFEC (infermieri di famiglia e comunità) previsti nella CdC; queste figure, che non hanno necessariamente familiarità con il lavoro sui territori, in questo momento sono infatti investite da un carico di attese al di sopra delle loro effettive competenze. Di conseguenza anche gli AA.SS. dell’Azienda, che operano o opereranno in CdC, attualmente sono più coinvolti nella facilitazione dell’attività di accoglienza dell’Infermiere nel PUA che, ad esempio, nella programmazione di linee operative integrate, per l’accoglienza e per la lettura dei bisogni.
I progetti della Missione 5 del PNRR
Da ultimo ci siamo concentrati sulla Missione 5 del PNRR con riferimento ai progetti presentati, approvati e alle ricadute nella vita professionale degli AA.SS. coinvolti. Benché questo punto fosse stato pensato principalmente per i dipendenti dagli Ambiti territoriali, deputati a partecipare ai progetti della M5, anche le colleghe delle ASST si sono espresse su alcuni aspetti rilevanti in merito, come quello dell’integrazione sociosanitaria.
Come già anticipato, le assistenti sociali con ruoli operativi generalmente non sono state direttamente coinvolte nelle elaborazioni relative alla Missione 5 e spesso non ne conoscono i dettagli. È ancora presto perciò per capire (o anche solo ipotizzare) quali potranno essere le conseguenze dei progetti nelle loro vite professionali; è però diffusa la consapevolezza che metterli a regime almeno in un primo tempo richiederà agli AA.SS. del territorio un carico di lavoro aggiuntivo, che però nel medio periodo potrà auspicabilmente costituire un investimento per lavorare meglio e pervenire a risultati più efficaci. L’AS titolare di ruolo dirigenziale presso un Ambito dove sono stati presentati e finanziati 5 progetti relativi a tutte le linee della M5 del PNRR, ci conferma questo stato di cose:
“La messa in atto dei progetti comporterà nell’Ambito ricadute molto profonde: ci sarà da operare una significativa riorganizzazione, professionale, gestionale, operativa e organizzativa” (AS, Ambito).
Legato al tema della ‘riorganizzazione’ è poi quello dell’integrazione sociosanitaria. Più voci hanno sottolineato la necessità di passare effettivamente da un’integrazione tra servizi sociali e servizi sanitari, realizzata – quando va bene – a livello professionale, a un’integrazione a livello organizzativo e istituzionale. Di buon auspicio, in questa direzione, è l’osservazione di un’AS referente dell’ASST che fa notare come oggi in campo sanitario stia in parte cambiando la mentalità: quella di “lavorare in rete” – sostiene – è un’idea che sta finalmente entrando anche nel comparto sanitario, nella mente di infermieri e medici, anche di quelli ospedalieri e in particolare dei più giovani. Per vari motivi, invece, è ancora difficile coinvolgere i medici di medicina generale, che talora sembrano trovarsi su “un’isola a parte”; tuttavia – continua – questa situazione potrebbe positivamente modificarsi proprio grazie al PNRR.
Conclusioni: qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo
Tirando le fila di quanto emerso nei punti precedenti, ci sembra che nelle risposte delle intervistate sia possibile ravvisare le tracce di qualcosa di vecchio …e nel contempo di qualcosa di nuovo. Tra la conferma di vecchi problemi troviamo:
- Un’integrazione socio-sanitaria “de facto” o “dal basso” che, oggi come in passato, continua ad avvenire soprattutto sul fronte operativo, se (e quando) le diverse figure professionali intessono relazioni tra loro, piuttosto che per la formalizzazione di rapporti istituzionalizzati. Nonostante la felice eccezione rappresentata da alcuni territori e i buoni auspici, è indicativo che spesso – anche nelle stesse zone dove gli operatori dei due comparti già collaborano – non sia ancora in atto un’integrazione istituzionale codificata;
- In qualche caso le narrazioni delle interessate, che nella loro quotidianità si sforzano di far convergere il lavoro di medici, assistenti sociali e altri professionisti del comparto sociosanitario, fanno pensare all’inconsapevole ritorno allo “spirito originario” delle Unità di valutazione geriatrica[7], da tempo “dismesse” in Lombardia;
- In entrambi i comparti sembra carente l’informazione capillare, tempestiva e adeguata agli operatori del livello base, che pure sono i più coinvolti nella traduzione in pratica delle molte novità sul tappeto e che – in linea di massima – vorrebbero essere maggiormente coinvolti nella loro concretizzazione, anziché trovarsi di fronte a soluzioni imposte dai vertici.
- La capacità di progettare quasi mai è frutto dell’acquisizione di competenze, specifiche e mirate, facilitata dall’Ente; ci si “arrangia” con le conoscenze che già le persone possiedono e che non necessariamente sono quelle “ad hoc”. Questa situazione crea grandi problemi agli operatori coinvolti e anche agli Uffici di piano che, quando e per quanto possono, si rivolgono a specialisti esterni.
Nel complesso, appare generalmente deficitario l’affiancamento degli operatori alla transizione e al cambiamento, quanto mai importante quando si dà vita a delle riforme della portata di quelle previste del PNRR. Va comunque riconosciuto che alcune delle (note) criticità sopraccitate in buona parte sono state esasperate dai tempi strettissimi imposti dal PNRR e dalle LR 21/22, che hanno costretto gli Enti a fare veri e propri “salti mortali”.
Sul lato novità segnaliamo invece il già richiamato entusiasmo manifestato da alcune delle intervistate nei confronti dei cambiamenti in atto. Di fronte a nuovi obiettivi molto impegnativi non è così scontato che gli operatori del welfare, cui tocca il non semplice compito di concretizzarli nella quotidianità, manifestino passione e soddisfazione, tanto più se vengono “calati dall’alto”. Colpiscono, dunque, l’entusiasmo e la disponibilità espressi da alcune delle nostre testimoni, pronte a investire tempo e fatica in iniziative che – seppur ancora poco concrete e prevedibilmente ‘faticose’ – un domani potranno permettere di operare meglio e produrre migliori risultati anche per gli utenti.
In sostanza, come riportato da una delle partecipanti, in questo momento siamo davanti alla necessità di un cambiamento, culturale e organizzativo; alcune delle novità in arrivo – tra cui la realizzazione delle Case di Comunità – possono agire da stimolo e da elemento facilitatore per nuovi scenari.
[1]Solo per citare i principali atti menzioniamo: il PNRR (M5 e M6), il Piano nazionale interventi sociali 2021-2023, i nuovi Leps, la legge di bilancio per il 2022 e i relativi provvedimenti attuativi. Con specifico riferimento alla Lombardia, a questi, si aggiungono la LR 22/2021 e le successive delibere di recepimento. Entro marzo 2023 inoltre dovrà essere approvato dal Parlamento il disegno di legge delega sulla riforma all’assistenza ai NA (M5) che introdurrà ulteriori novità di rilievo nella rete d’offerta e nel lavoro degli operatori sociali.
[2] Ci riferiamo in particolare alle Case della comunità (M6) e alle linee di progetto previste dalla M5.
[3] Chi era impossibilitato a partecipare ha contribuito fornendo risposte scritte alla traccia di discussione utilizzata durante il focus group.
[4] Le Assistenti Sociali che hanno offerto la loro testimonianza sono: 1)Valeria Cappadonna, ASST Melegnano- Martesana, 2) Irene Colombo, referente assistenti sociali DAPSS (Direzione delle Professioni socio-sanitarie), ASST Melegnano- Martesana, 3) Marialuisa Nicotra, ASST Melegnano- Martesana, 4) Barbara Maffongelli, ASST Rhodense, 5) Maria Santoro, Coordinatrice Servizio Sociale Professionale Aziendale, ASST Nord Milano, 6) Anna Forenza, Responsabile Udp Assemi, Azienda Sociale Sud Est Milano Incrocicomuni, 7) Elisa Rapisarda, Azienda Consortile Comuni Insieme per lo Sviluppo Sociale, Comune di Solaro. A tutte loro va il nostro vivo ringraziamento.
[5] In un caso, si tratta di esperienze riportate nel focus group da parte di un’assistente sociale portavoce anche dell’opinione di una collega della stessa ASST, operante in una seconda CdC dello stesso territorio e impossibilitata a partecipare di persona.
[6] Fenomeno più volte segnalato da Lombardiasociale. Tra gli altri si veda : La rete dei sostegni alla domiciliarità in Lombardia – 3 | Lombardia Sociale
[7] L’azione delle UVG (originariamente previste dal Progetto Obiettivo “Tutela della salute degli anziani 1992-1995”), in alcune Regioni denominate UVM (unità di valutazione multidimensionale), richiede a operatori di Enti e professionalità diverse, sanitaria e sociale, di lavorare insieme su un terreno e degli obiettivi condivisi.


