Il sistema di finanziamento

Il sistema di finanziamento prevede due filoni distinti, uno per la tutela (andando quindi a sostenere centri antiviolenza e case rifugio) e l’altro per l’autonomia (abitativa e lavorativa). Questo è funzionale? Quali ricadute ci sono nei territori?

Caraci: per il nostro territorio è funzionale che i due filoni di finanziamento siano distinti. Sul primo, abbiamo una rete ormai solida, comprendente più centri antiviolenza storici e si lavora bene insieme. Sul secondo filone stiamo sperimentando e ci stiamo formando, insieme ai centri per l’impiego per esempio.
I percorsi di inserimento lavorativo e di autonomia abitativa, infatti, sono molto più che sperimentali. Stiamo costruendo delle progettualità con i servizi del territorio, ma siamo all’inizio di un processo. Su questo filone di finanziamento non ci sono indicazioni tecniche da seguire, non è chiaro come e cosa andare a rendicontare; quindi, anche l’ideazione di queste attività è più fumosa e richiede tempi più lunghi.
In generale, nonostante i tempi di approvazione delle norme e i tempi di rendicontazione, noi siamo sempre riusciti a garantire continuità ai servizi della rete. Sul territorio di Varese non abbiamo ancora iniziato a utilizzare le risorse integrative; quindi, in termini di funzionamento, non ci sono stati problemi.

Ghetti: è utile intanto chiarire il contesto. La nostra rete antiviolenza ha il Comune di Rho come capofila. Il territorio però si suddivide in due ambiti, nei quali sono presenti due aziende quali Comuni Insieme e Sercop che collaborano per tutte le attività riguardanti la rete antiviolenza.
Con la nuova programmazione sono cambiati gli equilibri tra le voci di finanziamento; quindi, siamo in un periodo di necessario assestamento. Per esempio, noi abbiamo sempre lavorato molto in termini di sensibilizzazione e prevenzione e ci ritroviamo ora con meno risorse. Stiamo lavorando a livello territoriale per reperirne altre e dare continuità a ciò che si è sperimentato fino ad ora.
Su un territorio così vasto e differenziato, sorge la questione sul finanziamento degli sportelli: le risorse non sono sufficienti per un’apertura in ciascun comune e, al tempo stesso, un’eccessiva parcellizzazione non è consigliabile. Questo implica un lavoro di mediazione con le singole amministrazioni comunali.
Altro elemento riguardante il sistema di finanziamento è la differenziazione dei progetti di autonomia. Questo comporta, a nostro avviso, un problema di ricomposizione anche perché i percorsi di protezione e quelli di autonomia si integrano, quindi, l’operatività è più complessa di quella presentata nella norma.

 

La coprogettazione

La coprogettazione è diventata vincolante per la gestione delle risorse a supporto delle reti antiviolenza. Questo cosa ha comportato?

Caraci: la coprogettazione ha comportato, nella pratica, un cambiamento nella gestione dei pagamenti. Utilizziamo il sistema del rimborso spese e non accettiamo più fatture e questo avviene solo a seguito di una rendicontazione molto articolata. La rendicontazione crea difficoltà a entrambe le parti e con le ultime modifiche questa è diventata più onerosa dal punto di vista burocratico.
Indipendentemente da questo, però, la collaborazione col privato sociale, in questi termini, non più da erogatori di servizi, crea difficoltà. Gli enti non sono abituati a questa burocrazia, le volontarie sottraggono tempo di lavoro con le donne per adempiere a tutte le scadenze burocratiche e le attività amministrative non sono rendicontabili e, quindi, non pagate. Inoltre, anche i tempi tra la rendicontazione e il rimborso delle spese sostenute è lungo e questo crea problematiche di sostenibilità ai centri antiviolenza.

Ghetti: sul nostro territorio, la logica di condivisione e codefinizione degli obiettivi era già in essere, non ci è mai stato solo un affidamento di servizi. La difficoltà, per quanto ci riguarda, è stata nel gestire la dicotonomia di un sistema che richiede una ricomposizione di risorse e di programmazione a livello di ambito, indicando però come referente e coordinatore un singolo comune, il quale è chiamato a coprogettare con il terzo settore di tutto il territorio. L’ambito è quindi una risorsa, per ricchezza di esperienza e di attori presenti, ma comporta anche una significativa complessità in termini di governance, soprattutto in territori come il nostro dove ci sono diversi comuni di grandi dimensioni, i quali poi personalizzano a livello locale l’implementazione delle decisioni prese a livello di ambito. Si pone, in alcuni casi, un tema di equilibri tra il funzionamento del sistema e la visibilità politica del singolo.

 

Alcune riflessioni sulle reti antiviolenza oggi

Guardando al sistema di funzionamento delle reti antiviolenza, quali riflessioni per il futuro?

Caraci: come territorio ci aspetteremmo indicazioni più specifiche sul funzionamento dei servizi. Ormai i centri antiviolenza hanno importanti responsabilità da sostenere e l’aspettativa è una presa in carico a 360°. Questo non è possibile per un’organizzazione di volontariato, il sistema non riesce sempre a dare risposte concrete e funzionali per il bisogno emergente. Noi stiamo facendo fatica e per questo auspicheremmo al riconoscimento di unità d’offerta, per garantire un lavoro di accompagnamento delle donne nonché di lavoro in rete, con le altre istituzioni, sostenibile.
È anche vero che i due anni di pandemia, limitando le occasioni di incontro e coordinamento, hanno rallentato il lavoro territoriale, che ora è in fase di ripresa.
La preoccupazione, quindi, non è economica ma di messa a sistema di ciò che finora si è sperimentato e, oggi, andrebbe quindi reso strutturale, a garanzia delle donne, indipendentemente dal territorio in cui abitano, senza, però, limitare eccessivamente la flessibilità a livello locale, che garantirebbe il sostegno alle realtà già presenti.

Ghetti: la divisione dei flussi di finanziamento non è funzionale. Le risorse per i percorsi di autonomia, essendo scisse da quelli del sistema di protezione, creano un problema di continuità nei percorsi. Inoltre, le situazioni sono differenti tra loro, in alcuni casi non è necessaria come progettualità, in altri, viceversa, le risorse sono insufficienti per un reale percorso di autonomia. Per questo stiamo cercando risorse aggiuntive che possano garantire interventi significativi per le donne (esempio un tutoring one to one), possano sostenere reali opportunità di autonomia abitativa (cercando e ristrutturando immobili) e possano lavorare per coinvolgere imprese al fine di attivare tirocini o possibili assunzioni. Parte di questa progettualità è stata candidata come progetto premiale ed è stata recentemente approvata da Regione.
In generale, quindi, è difficile ricomporre a livello d’ambito quando i sistemi di finanziamento sono multipli e le tempistiche di implementazione della norma non coincidono con i tempi di erogazione dei servizi. Il rischio è quello di perdersi delle risorse o non usarle in maniera efficace, non riuscendo ad avere una visione di lungo periodo.

 

Conclusioni

Dal confronto di questi due territori è possibile trarre due riflessioni trasversali. La prima riguarda la tensione tra messa a sistema e rispetto del movimento femminista che ha dato vita ai centri antiviolenza come organizzazioni di volontariato. Questo tema è emerso nella descrizione di Caraci sul territorio di Varese, riportando la criticità di sostenere l’insieme di richieste odierne, attraverso una struttura organizzativa di questo tipo. Non è emerso per quanto riguarda il territorio di riferimento di Ghetti per un motivo sostanziale: l’ente che gestisce centri e sportelli su quel territorio è una Fondazione, ente di terzo settore di grandi dimensioni, organizzativamente strutturato attraverso uffici amministrativi, comunicativi nonché settori di intervento diversificato. Questi due esempi riportano esattamente la tensione tra queste due dimensioni, il volontariato basato sul supporto donna a donna e l’intervento professionale, che rispetta i principi del movimento femminista, ma guarda oltre. L’esposizione di questi due modelli non ha, ovviamente, un interesse nell’individuare ciò che è giusto o sbagliato, ma pone l’attenzione su come sia importante considerare che le reti antiviolenza si siano nel tempo andate a strutturare sui territori con esperienze e movimenti differenti tra loro. Questo interroga su come un sistema di finanziamento possa sostenere una continuità, strutturando in parte, ma lasciando anche flessibilità e libertà di autodeterminazione. La coprogettazione può essere la risposta a questo, ma è ipotizzabile che sia necessario attendere ancora qualche anno per individuarne le evoluzioni.

Il secondo, e ultimo, aspetto riguarda il tema della ricomposizione delle risorse. La differenziazione dei filoni di finanziamento tra tutela e autonomia era una delle nostre domande di partenza. I due territori hanno visioni differenti a riguardo: da una parte il dedicare risorse separate, essendo un tema poco sviluppato, permette un approccio sperimentale con tempi dedicati alla progettazione e alla creazione di nuove reti d’intervento. Dall’altra, dove c’è giù un’esperienza consolidata e, anzi, le risorse risultano insufficienti per gli obiettivi individuati, la differenziazione crea un ulteriore problema di ricomposizione e di programmazione di medio/lungo periodo.

Anche questo tema rimane dunque aperto con l’interrogativo di valutare, a fine programma, se questa differenziazione abbia realmente tutelato le autonomie territoriali o, piuttosto, abbia creato significative differenze di opportunità tra una rete e l’altra. Il dato di quanto effettivamente sarà speso e quanto, invece, non verrà impiegato ci darà una prima misura di questa dimensione.