Il progetto Più Segni Positivi rappresenta molto bene la tendenza, ormai sempre più diffusa tra sistemi di livello locale, all’apertura alla comunità e al territorio; uno sforzo che, se ben orientato e governato, può trasformarsi in ottimo investimento.

Con Luca Verri e Massimo Bevilacqua, rispettivamente Responsabile dell’Ufficio di piano dell’Ambito di Sondrio e Direttore del Consorzio Sol.Co Sondrio oltre che entrambi punto di riferimento della partnership di progetto, andremo a evidenziare gli elementi di successo del progetto, a individuare i punti di innesto al sistema di servizi già costituito, la questione della governance, le condizioni di sostenibilità e le prospettive.

 

Una panoramica

Il progetto nasce e si sviluppa nel territorio presidiato dall’Ufficio di Piano di Sondrio, un insieme di 22 Comuni con una popolazione di circa 55.000 abitanti. Le attività – finanziate per la loro prima edizione, nel 2015, dal programma Welfare in Azione di Fondazione Cariplo – sono dedicate a cittadini e cittadine che si trovano in un momento di temporanea difficoltà economica, gli allora “nuovi vulnerabili”, fino a quel momento irraggiungibili dai servizi, ancora mai giunti alla richiesta di sostegno istituzionale.

I servizi attivati e le attività proposte si inseriscono nella cornice tipica del bando “Welfare in Azione” e, per la prima edizione in particolare, i temi di progetto definiti da Fondazione per poter accedere al finanziamento erano: vulnerabilità, impoverimento, ripensamento dei sistemi territoriali di cura e conciliazione, aggregazione della domanda e il coinvolgimento diretto dei beneficiari.

Coerentemente, i bisogni territoriali emersi e affrontati dal progetto sono stati: insufficienza di reddito; difficoltà di accesso al mercato del lavoro; isolamento sociale e carenza di reti di prossimità. Mentre le principali attività, orientate a fronteggiare tali bisogni in ottica comunitaria, sono tre:

  1. Emporion: market di comunità, dove persone e famiglie in stato di bisogno possono accedere gratuitamente a prodotti e servizi, supporto, proposte sportive, educative e culturali strutturate e offerte da attori del territorio;
  2. Cantieri: azione orientata al reinserimento lavorativo, attraverso attività di riqualificazione del territorio;
  3. Diffuso: attività “di sistema”, orientata alla diffusione di modelli e apprendimenti nel territorio, costruzione di sinergie nuove e implementazione della rete già in essere.

Oggi, sette anni dopo l’avvio delle attività di progetto, il lavoro continua riuscendo non solo a sopravvivere all’impatto dell’emergenza sanitaria ma anche a dare un supporto concreto a comunità e servizi, andando di fatto a configurarsi come elemento di riferimento per la programmazione territoriale 21-23.

 

Gli attori

Sulla governance, sono due gli elementi che emergono: in primis, l’excursus storico del servizio sociale di Ambito, soggetto in crescita e sempre più determinante per lo sviluppo delle politiche di un territorio di complessa gestione; in secondo luogo, il rapporto tra pubblico e terzo settore, decisamente rilevante e prolifico. Proprio da questi due fattori nasce già nel 2014 la riflessione, territoriale e co-definita da attori pubblici e del terzo settore, relativa a povertà e vulnerabilità che porterà al progetto Più Segni Positivi. La fiducia tra gli attori è stata spinta e motore del processo, tutte le scelte effettuate successivamente a questo vero e proprio snodo culturale sono definite dal riconoscimento reciproco.

 “…da questa riflessione ampia con il terzo settore erano emerse numerose evidenze e la più importante era che, come servizio pubblico, affrontare in solitudine un tema così articolato, così complesso come la povertà, con tutte le sue sfaccettature e declinazioni, sarebbe stato inefficace. Solo con un patto territoriale forte e soprattutto con l’intervento, la collaborazione e la valorizzazione dei legami con il terzo settore si può fare la differenza. Abbiamo quindi fatto la scelta, che non era scontata, di riconoscere il capofila nel terzo settore, chiaramente sostenuto da un grande coinvolgimento dell’ente pubblico. È stata una scelta davvero fortunata che ha consentito una crescita per tutti” (L. Verri).

 

Le innovazioni

Oltre e in collegamento alle singole attività di progetto, sono almeno quattro gli elementi di innovazione portati:

  1. analisi dei dati condivisa tra gli attori;
  2. condivisione delle risorse e nuova competenza nel fundraising;
  3. diffusione della dimensione di “ambito” nei territori comunali;
  4. contaminazione professionale.

In questa sede appare interessante approfondire gli ultimi tre punti, avendo già evidenziato le principali caratteristiche del rapporto tra gli attori.

Risorse e ricomposizione

Quello della ricomposizione rappresenta senz’altro un tema cardine, data la presenza di diverse risorse disponibili da una parte e, dall’altra, il livello di rigidità delle stesse, in quanto definite e limitate da vincoli stringenti. La difficoltà è data quindi non tanto da una carenza di risorse ma dalla loro gestione. Merito del territorio e del team di progetto essere riusciti a valorizzare e integrare i vari canali, consentendo la prosecuzione delle attività anche dopo la fine dei finanziamenti di Fondazione Cariplo.

 “…il problema è quello di riuscire a governare un sistema a silos dove le risorse arrivano da fonti diverse, non collegate tra loro, con regole diverse, a volte sovrapposte. Anche in questo frangente il ruolo del terzo settore è determinante: risultato fortemente inatteso è stata la capacità del terzo settore non solo di acquisire per l’ambito un riconoscimento da parte di enti pubblici e amministratori, ma la capacità di gestire, accedere a bandi e a risorse nuove in collaborazione con l’ente pubblico” (L. Verri).

“Il progetto esprime un’attività di fundraising molto importante, che raccoglie e mette a valore molte risorse. Tutto ciò che abbiamo creato in questi anni sta in piedi con un mix di canali di finanziamento molto diversificati, sicuramente grazie alle risorse tradizionali ma anche grazie a una serie di risorse che arrivano dalla comunità in termini di raccolta fondi. Si tratta di cifre importanti, da integrare con tutte le risorse non monetarie ma che sostengono di fatto le attività. È proprio questo mix che si genera, di risorse finanziarie e non che arrivano da fonti diverse, e la capacità propria di questa governance di mischiare queste opportunità all’interno di una visione chiara, definita e soprattutto onesta sui risultati raggiunti e quelli su cui è ancora necessario lavorare” (M. Bevilacqua).

La dimensione di “ambito” nei territori comunali

Il ragionamento sul territorio è complesso e ricco di sfaccettature. Nel corso dell’intervista, Luca Verri e Massimo Bevilacqua individuano e analizzano le caratteristiche e le difficoltà dell’Ambito territoriale, definite non solo da problemi e bisogni relativi alle politiche ma anche dalla peculiare morfologia. I fattori da considerare sono:

  • la forte identità dei Comuni e delle amministrazioni, che con non poche difficoltà sono riusciti ad intendersi come un insieme (e la distanza fisica tra gli stessi non ha sicuramente favorito il processo);
  • fragilità del territorio dal punto di vista fisico e ambientale.

Sono due le attività di progetto che hanno posto attenzione a questi aspetti: da una parte, l’azione detta “Diffuso”, portata avanti da operatori di comunità che hanno il compito specifico di diffondere, per l’appunto, gli apprendimenti e le riflessioni nei territori, nei Comuni e nelle amministrazioni; dall’altra, uno degli strumenti/obiettivi dell’azione denominata “Cantieri”, dedicata all’inserimento lavorativo, è stato quello del recupero del territorio, di sentieri e aree agricole abbandonati, luoghi con una rilevanza comunitaria la cui valorizzazione favorirebbe l’interiorizzazione di una nuova idea di territorio e di chi ne fa parte.

“Qualunque azione innovativa deve essere sintonica rispetto al linguaggio e la cultura di quel territorio. Il nostro territorio è caratterizzato da un altissimo livello di abbandono e andare a recuperarlo significa intercettare una ferita collettiva, proponendo soluzioni di cui beneficerà l’intera comunità” (L. Verri).

Nel percorso è emersa anche una nuova idea di “territorio” per la comunità:

“Tentiamo di diffondere delle pratiche di collaborazione e solidarietà all’interno di un sistema in cui ci sono delle identità, identità comunali fortemente divise, in cui l’interdipendenza è un valore che non viene sempre avvertito. Non sono sempre evidenti gli effetti collettivi delle azioni…” (L. Verri).

“Per quanto riguarda questo elemento, che è un elemento di metodo, la domanda che ci siamo posti è stata: come coinvolgiamo la comunità? Con quale stile? Sulla vulnerabilità abbiamo voluto fare una lettura che andasse oltre il problema delle persone, che andasse a impattare sul territorio, fragile anche lui. Il nostro è un territorio che richiede cura” (M. Bevilacqua).

Una storia di contaminazioni

Uno dei rischi principali delle sperimentazioni è quello di costruire attività e servizi “paralleli” al sistema di welfare territoriale, rendendoli limitati al percorso di progetto, non consentendo una contaminazione che potrebbe portare grandi opportunità di crescita e sviluppo.
Questa è stata una consapevolezza, e un’attenzione, che ha naturalmente guidato l’avvio e i percorsi di Più Segni Positivi, sia su un piano di metodo che su un piano operativo, relativo agli strumenti. Per quanto riguarda l’integrazione con i servizi tradizionali, l’innesto si è sviluppato su più livelli:

  • omologazione di linguaggio e di concezione delle problematiche analizzate (cosa intendiamo per vulnerabilità?),
  • modelli e strumenti di comunicazione interna ed esterna,
  • gestione condivisa dei singoli casi.

Si tratta di una visione complessiva, favorita sicuramente dalla storia e dalla cultura del territorio, che, come abbiamo già evidenziato, aveva già lavorato in termini collaborativi e uniformi, anche su altre esperienze (es. P.I.P.P.I). Sulla comunicazione “all’esterno”, in particolare, il progetto ha dimostrato una capacità specifica:

“…il progetto ha sviluppato una tecnicalità nella narrazione, che in qualche modo ha fatto breccia nel territorio. È riuscito a generare affezione e aggregazione, raccolta di interesse e quindi di risorse… Questo è un tema decisamente rilevante per il successo di un’iniziativa, la capacità di guardarsi e di narrarsi, aderendo la narrazione al territorio, al contesto, in termini di leve emotive, di capacità di aprirsi e capirsi. Questa è una competenza che non avevamo. Questo secondo me è uno degli elementi che ci porterà allo scaling-up territoriale” (M. Bevilacqua).

Gli operatori coinvolti hanno aderito alle attività e ai modelli proposti, riconoscendone le potenzialità in termini di gestione dell’utenza e dei bisogni. L’insieme di questi elementi ha garantito il buon andamento di altri programmi e progettazioni attivate sul territorio.

Un altro livello di “incroci” è stato quello delle professionalità: l’incontro tra nuove competenze, in un certo senso inaspettatamente, necessarie, ha aperto nuove strade.

“…un’assistente sociale del nostro territorio scelse di presentare alle colleghe, in una formazione provinciale, il nostro progetto, raccontandolo in una sua narrazione – secondo me bellissima – e focalizzandosi proprio sui cambiamenti sulla sua professionalità. Uno degli elementi che emergeva era proprio il piacere di essersi fatta contaminare, entro queste équipe di lavoro, da altre figure professionali, da altre competenze. L’esempio riportato era quello dei colleghi che si sono occupati di comunicazione e fundraising, una competenza che il nostro territorio, prima del progetto, non aveva…” (M. Bevilacqua).

Uno degli effetti collaterali di questa serie di contaminazioni è  quello Luca ha chiamato “uscita dei servizi dagli uffici”: la natura del programma di finanziamento ha sicuramente dato una buona spinta alla diffusione dei servizi sul territorio ma lo stesso è stato capace di cogliere la potenzialità di una struttura meno centralizzata e più aperta alla comunità di appartenenza (es. intercettazione precoce di situazioni a rischio, costruzione di nuove reti comunitarie di supporto, sensibilizzazione, ecc.).

Sicuramente significativa è l’integrazione dei temi e degli strumenti di progetto nella programmazione territoriale. Il contatto e il supporto delle amministrazioni locali è stato tanto fondamentale quanto complesso da costruire, per tutte le motivazioni sopra riportate relative all’identità forte di ciascun Comune ma anche per una diffidenza iniziale, inerente ai temi e alle attività proposti dal progetto. Oggi però, dopo anni di lavoro, le amministrazioni sono parte integrante della rete, coinvolte nelle scelte e nella ricerca di potenziali spazi di attività nel territorio nonché nell’avvio di nuovi servizi.

 

Elementi di attenzione e prospettive

Luca e Massimo, nel raccontare e raccontarsi, tengono a riportare anche gli elementi che richiederanno maggior attenzione in futuro: alcune attività non hanno riportato i risultati sperati, in termini di quantità, di sostenibilità sul lungo termine e di attori ingaggiati (es. inserimento lavorativo). Si tratta di sperimentazioni ben strutturate e ricche di potenzialità, che hanno costituito un’occasione per i beneficiari che ne hanno usufruito e che hanno impattato in maniera determinante sul territorio[1] ma che non hanno ancora visto svilupparsi a pieno gli esiti sperati.

Un altro punto da affrontare è quello del significato di vulnerabilità. Cosa significa essere vulnerabili oggi? Dall’avvio del progetto, sono cambiate molte cose. Dopo il miglioramento del 2019, con la pandemia da Covid-19 vediamo di nuovo crescere il valore della povertà assoluta, che tocca oggi i suoi massimi storici coinvolgendo il 9,4% della popolazione residente[2]. Occorre quindi fare un pensiero nuovo sui criteri di accesso, sui beneficiari e sulla rete degli attori, considerando la possibilità di aprirsi anche a chi ha già superato la fase di vulnerabilità.

In ultimo, altro rischio da fronteggiare, anche questo derivante dalla pandemia e dalle conseguenti complessità, il “rientro” al servizio da parte degli operatori. Il sovraccarico, la tensione, le difficoltà, potrebbero costituire uno stimolo a “tornare al centro”, a un servizio iper-specializzato, individualizzato, singolarmente gestito, riduttore di connessioni.

Per quanto riguarda invece le prospettive: sul piano dei servizi, il territorio vorrebbe investire sull’attivazione di un osservatorio su vulnerabilità e povertà, un dispositivo stabile di lettura dei fenomeni e di un nuovo centro servizi povertà, che racchiuda in sé l’offerta di servizi dedicata a questa fascia di beneficiari; sul piano di sistema, l’obiettivo sul medio termine è quello di stimolare uno “scaling up” del modello proposto, portandolo su un livello provinciale.

 

In conclusione

Lo sforzo di coesione e ricomposizione territoriale, come detto inizialmente, può trasformarsi in investimento di successo. Più Segni Positivi rappresenta sicuramente un’esperienza di interesse, non solo per i servizi attivati, che non abbiamo avuto modo di approfondire nello specifico in questa sede, ma anche per gli elementi di sistema e governance evidenziati. I temi di progetto sono stati il “collante”, la spinta propulsiva, perché già oggetto di lavoro comune, assunti come collettivi e trasversali, sia su un piano sia operativo che di programmazione. Il presupposto per la strutturazione e la riuscita della attività è sempre quello dell’equilibrio, delicato, non scontato, del rapporto tra ente pubblico e terzo settore, nucleo del progetto e genesi del percorso che ha portato Più Segni Positivi ad essere riconosciuto da amministrazioni, enti del terzo settore, beneficiari e comunità come “qualcosa di cui potersi fidare e qualcosa a cui potersi affidare”.

 


[1] Ad esempio, sul recupero di sentieri o terreni abbandonati si consiglia l’approfondimento dell’esperienza del recupero del vigneto del Comune di Castione.
[2] Si veda, in merito, L’Anello debole, il Rapporto 2022 della Caritas su povertà ed esclusione sociale in Italia.