Le Case della Comunità rappresentano la chiave di volta con cui il PNRR si propone di rafforzare l’assistenza territoriale, rimodulando il rapporto tra ospedale e territorio e rafforzando l’integrazione tra interventi sanitari e sociali. In Lombardia ne sono previste 218, 24 nella sola Milano; tutte da attivare entro la metà del 2026.

Un recente articolo di LombardiaSociale ha illustrato le prime determinazioni regionali in materia e che hanno permesso, ad oggi, di individuare i terreni e gli immobili destinati alla realizzazione delle CdC oltre che di definire alcuni modelli e standard organizzativi. Il seminario “Salute, territorio, case della comunità” – organizzato dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca – si inserisce in questo contesto con l’obiettivo di discutere alcuni interrogativi fondamentali riguardanti il funzionamento delle CdC e, in particolare, la funzione di ricomposizione tra offerta territoriale sociale e sanitaria che queste si prefiggono di attuare: come potranno le CdC superare effettivamente la tradizionale spaccatura tra assistenza sociale e sanitaria? Come costruire spazi di relazione tra istituzioni e cittadini capaci di “prendersi cura” della salute individuale e collettiva?

 

CdC, pandemia e preparedness

Il seminario viene aperto dalla Professoressa Lavinia Bifulco[1] che delinea la cornice di riferimento dell’iniziativa, quella di una ricerca che vede impegnate l’Università Bicocca insieme alle Università di Bologna e Pisa sul tema della preparedness[2] dei sistemi locali a fronte di crisi e minacce di tipo globale. In un contesto caratterizzato dall’aumento di situazioni di potenziale disastro (pandemie, crisi ambientali, crolli finanziari), la ricerca si propone infatti di indagare le strategie di preparazione all’incertezza e le conseguenti capacità di risposta tempestiva dei sistemi locali.

La domanda a questo punto sorge spontanea: perché un seminario sulle CdC nel contesto di una ricerca sulla preparedness? La risposta emerge nel corso del seminario e ha a che fare col ruolo che i territori possono svolgere in quanto “sentinelle di preparedenss”. Sarà la stessa Professoressa Bifulco ad usare quest’espressione e a spiegarla con un esempio: oltre agli anziani e, in particolare, agli anziani ospiti di residenze, la pandemia ha colpito maggiormente coloro che vivono in situazioni e contesti di povertà[3]. Essere pronti, di fronte a scenari quali quello pandemico, implica perciò il saper leggere la realtà, con lenti accorte e capaci di rilevare quello che accade, per poter mettere in campo le migliori risposte possibili e non solo risposte improvvisate. La medicina di territorio, e perciò anche le CdC, hanno un ruolo da svolgere in questo contesto. Ma a che punto siamo oggi in Lombardia con le CdC?

 

“Idee per le Case della Comunità”

Se il PNRR prevede l’attivazione delle CdC entro la metà del 2026, l’indicazione normativa di Regione Lombardia è quella di realizzare il 40% delle 218 previste entro il 2022. Ad oggi, sul portale di Regione Lombardia ne risultano aperte e inaugurate 19, di cui 2 nella città di Milano (CdC di Via Rugabella e CdC di Villa Marelli). Al di là dei numeri, evidentemente bassi, si pone però anche un problema di modello organizzativo, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione (prevista anche dall’ultima delibera di giunta in materia) degli interventi sanitari con i servizi sociali e la comunità. Sembra infatti che alcuni passi in avanti siano stati fatti per collegare l’area dell’assistenza primaria a quella della specialistica, mentre sul fronte dell’integrazione con i servizi sociali comunali – al di là del dichiarato – non si segnalano avanzamenti; tantomeno su quello della valorizzazione e potenziamento del ruolo della comunità.

E allora ecco che la scelta degli organizzatori di proiettare il video di Ambrogio Manenti[4] “Idee per le Case della Comunità” – un racconto di quattro esperienze di rilievo nel panorama nazionale – diventa spunto di dibattito e riflessione. Due delle CdC esplorate dal video si trovano in Toscana (CdC Le piagge e Casa della Salute di Querceta), le altre due in Emilia Romagna (Casa della Salute ‘Cimone’ a Fanano e ‘Regina Margherita’ a Castelfranco Emilia). Si tratta di esperienze diverse, sia per storia che per modalità organizzative, ma che nel complesso mostrano l’importanza di:

  • Progettare le CdC a partire dai bisogni dei territori. Questo presuppone una buona conoscenza del contesto, a partire dai bisogni di salute della popolazione di riferimento ma senza scordarsi quelli ‘sociali’ (es: disuguaglianze); da approfondire attraverso analisi demografiche ed epidemiologiche.
  • Offrire percorsi di presa in carico integrata tra cure primarie, medicina specialistica, servizi sociali. Questo significa, da un lato, connettere e favorire la collaborazione tra medici di medicina generale, medici specialistici, infermieri, educatori ed assistenti sociali, anche tramite spazi condivisi di lavoro. Dall’altro lato significa però anche programmazione e progettazione congiunta. Con un esempio: non basta la presenza di un assistente sociale responsabile per l’assistenza domiciliare nella CdC; occorre piuttosto il coinvolgimento del servizio sociale nei percorsi di diagnosi, programmazione e attivazione degli interventi.
  • Ripensare il ruolo della medicina generale, perché oggi il medico – da solo – ha possibilità di azione limitate. Mentre l’associazione tra medici (studi associati, medicina associata, medicina di gruppo) può andare molto oltre.
  • Formare diversamente gli operatori, medici di medicina generale in primis (unica in Europa, la formazione dei medici di medicina generale in Italia non è responsabilità delle Università ma delle Regioni) ma anche tutti gli altri professionisti operanti nelle CdC.

 

Il dibattito, per punti

Il dibattito – coordinato da Massimo Cirri, psicologo e giornalista – ha visto la partecipazione, in ordine di intervento, di: Lamberto Bertolè – Assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano; Marco Bosio – Direttore Generale Asst Niguarda; Ofelia Altomare – ASUGI Trieste; Luigi Brachitta – Movimento Giotto; Sergio Venezia – Ufficio Politiche Sociali UST CISL Monza Brianza Lecco.

Lo restituiamo qui per punti ai lettori e sintetizzando i temi discussi in due macro-categorie: attenzioni da considerare e spiragli di interesse. Le attenzioni da considerare riguardano:

  • La necessità di presidiare l’attuazione delle CdC e delle loro modalità operative e gestionali, per scongiurare il rischio di incentivare – grazie anche ai fondi del PNRR – l’ulteriore sostentamento di un modello inadeguato. Non è certo la prima volta che in Lombardia, e soprattutto a Milano, si parla di integrazione socio-sanitaria. Per citare un esempio, durante il quinquennio della legislatura Maroni in Lombardia (2013-18) l’obiettivo dell’integrazione è stato ripetutamente annunciato. Di fatto però anche in questi anni il ‘modello lombardo di welfare’ si è dimostrato incapace di favorire l’integrazione tra interventi di tipo sociale, sanitario e socio-sanitario e – al di là delle dichiarazioni d’intenti – il suo superamento pare al momento tutt’altro che scontato.
  • L’urgenza di investimenti anche sul personale e non solo sulle infrastrutture. Assistiamo oggi a una vera e propria crisi delle professioni di aiuto: con Enti Locali che faticano ad assumere assistenti sociali; RSA dove mancano medici, OSS e infermieri; Comunità per persone con disabilità e minori che non trovano educatori[5]. Senza un piano per il personale, il rischio è quello di avere CdC vuote, o comunque depotenziate, poco dissimili dai già presenti ‘poliambulatori’.
  • La necessità di una riorganizzazione completa della medicina generale e, nello specifico, la collocazione dei medici di medicina generale nelle CdC e il collegamento tra queste e i medici che eserciteranno la propria professione all’esterno, in studi dislocati sul territorio. Gli atti regionali non definiscono l’effettiva partecipazione dei medici alle CdC, una questione che per essere risolta non può prescindere dalla revisione degli Accordi della Medicina generale (Nazionale e Regionale).

Tra gli spiragli di interesse segnaliamo invece:

  • Il fatto che il Comune di Milano prevede – per dichiarazione dello stesso Assessore Bertolè e in base ad una proposta fatta dal Comune a Regione – lo spostamento del servizio sociale comunale nelle CdC, o perlomeno in quelle di nuova costruzione (per quelle da aprire in immobili già esistenti dipenderà infatti dagli effettivi spazi disponibili in seguito alle ristrutturazioni).
  • Alcune iniziative già sperimentate sui territori, che potrebbero offrire spunti per il coinvolgimento della comunità – e quindi di associazioni, cooperative ed enti del terzo settore – nelle CdC. Riportiamo qui due esempi emersi durante il seminario. Il primo è quello delle cosiddette ‘antenne contro il disagio’: figure dislocate sui territori in grado di riconoscere il disagio sociale e indirizzarlo verso quegli attori sociali e sanitari in grado di offrire risposte competenti. Il secondo riguarda invece l’esperienza delle ‘Microaree’ di Trieste. Si tratta di “osservatori” il cui scopo è raccogliere i bisogni e le necessità dei territori, oltre che elaborare possibili soluzioni, e che vedono la collaborazione di medici, specialisti, servizi sociali, associazionismo, volontariato e cooperazione sociale.
  • Il fatto che la Lombardia abbia recepito i contenuti del DM77, deliberando in merito ad un nuovo modello organizzativo dei servizi sanitari territoriali che vede nel distretto il cardine della nuova organizzazione territoriale. Si tratta di un cambio di rotta rispetto al tradizionale modello lombardo che potenzialmente potrebbe davvero significare una svolta.

Se al recepimento formale dei contenuti del DM77 seguirà un’attuazione effettiva e se concretamente la pianificazione sociale verrà integrata a quella sanitaria è presto per dirlo. Quel che è certo è che una spinta al ridisegno della sanità territoriale è stata data. Occorre ora saperla e volerla attuare operativamente.

 


[1] Professoressa di sociologia alla Bicocca.
[2] Preparedness: letteralmente significa ‘prontezza’ e perciò l’essere pronti, preparati a qualcosa che sta avvenendo o avverrà. Il progetto di ricerca menzionato è Building Local Preparedness to Global Crises (PRELOC), finanziato da Fondazione Cariplo.
[3] In merito, si veda anche il contributo (2022) di Lavinia Bifulco e Stefano Neri: Foundational Economy and Healthcare Services: What the Covid-19 Emergency Tells Us.
[4] Presidente dell’Associazione Salute senza Frontiere.
[5] Si veda, in proposito, il nuovo numero di Prospettive Sociali e Sanitarie, anno LII – n. 4, Autunno 2022: Le professioni d’aiuto: declino o rilancio?