Premessa
Il progetto U.O.MO[1] interessa il territorio dell’ATS Milano quindi 8 reti antiviolenza. La sperimentazione ha come obiettivo quello di mettere a sistema un modello di presa in carico degli uomini autori di violenza. I partner di progetto singolarmente già coinvolti su queste tematiche, hanno promosso un unico centro di raccolta e valutazione delle domande di accompagnamento e consulenza. Il metodo di lavoro si basa sul principio del lavoro integrato e, di conseguenza, sulla costruzione di reti interdisciplinari e interistituzionali tutelanti.
Ad un anno dall’avvio del progetto, il 9 giugno si è tenuto un webinar (che è possibile rivedere qui: https://www.youtube.com/watch?v=VIcvvL5RF5c) durante il quale sono stati presentati le azioni e i primi risultati ed è stato aperto un confronto sul tema[2] .
In questa sede si riportano i principali contenuti emersi.
Contesto lombardo
Regione Lombardia è da anni molto attenta alle questioni legate alla violenza di genere e al suo contrasto. La prima legge regionale a riguardo risale al 2012 (L.R.11/2012); si sono susseguiti documenti programmatici più dettagliati, ultimo tra questi il secondo piano quadriennale regionale (2020/2023). Da queste fonti, uno su tutti è il principio fondamentale da promuovere e consolidare: il lavoro di rete interistituzionale, al fine di creare un reticolo di risorse e relazioni attorno alla donna e ai minori che stanno subendo violenza.
Non è un caso quindi che la Lombardia ad oggi sia totalmente coperta, attraverso la creazione e il riconoscimento di 27 reti territoriali antiviolenza. Inoltre, in Regione Lombardia erano già presenti sperimentazioni virtuose riguardo al trattamento degli uomini autori di violenza, da qui la progettualità mirata, con l’obiettivo di arrivare a delle linee guida uniche per il trattamento degli uomini e per il lavoro in rete.
Lato oscuro degli uomini
Ad accompagnare i risultati della ricerca, il convegno è stato arricchito dalla relazione della dott.ssa Pacilli, la quale ha posto l’attenzione su come gli stereotipi di genere siano un meccanismo impattante sul benessere fisico e psichico degli uomini. L’attenzione viene rivolta a come la trasmissione culturale del modello del “vero uomo” incida sulla crescita di coloro che debbono confrontarsi con tale obiettivo comportando: disregolazione emotiva e alissitimia normativa. Con questi due termini, si è fatto riferimento a concetti di psicologia clinica, per cui la persona non è in grado di riconoscere e gestire le proprie emozioni e, nel secondo caso, è portata dalla società a silenziare e non mostrare alcune emozioni perché “devirilizzanti”.
Tutto questo viene portato a supporto della tesi secondo cui lavorare con gli autori di violenza e, ancora prima, lavorare in termini preventivi per permettere agli uomini di costruire la propria identità di genere senza preconcetti, sia una strada doppiamente vincente: per la tutela delle donne che subiscono violenza e per il benessere degli uomini stessi.
Questo contributo si integra con il modello di intervento proposto dal progetto U.O.MO in quanto i percorsi prevedono un lavoro di riconoscimento e gestione delle proprie emozioni, senza giustificare l’agito di violenza, ma, anzi, promuovendo una graduale assunzione di responsabilità dell’uomo verso le proprie azioni, attraverso una maggiore consapevolezza di sé.
Risultati di progetto
Ad oggi, sono pervenute 100 richieste al CeOM (Centro Orientamento e Monitoraggio), di cui il 30% in prevenzione primaria (prima dell’agito violento e/o prima dell’avvio di un procedimento penale). Sul totale, l’11% degli accessi è avvenuto spontaneamente. Del totale delle richieste, il centro di ricerca ADV, incaricato di lavorare sulla valutazione del lavoro in rete, ne ha analizzate 37. I dati presentati sono consultabili al seguente link.
Il Ceom è stato da subito disponibile anche a ricevere richieste di consulenza: i professionisti, infatti, sono a disposizione per supportare gli operatori territoriali (servizi sociali e sociosanitari) nella valutazione di una situazione e nell’individuare la modalità di invio più idonea al caso in questione.
Contemporaneamente, si è dato avvio all’azione formativa: ha coinvolto circa 300 operatori di tutte le 8 reti. I temi trattati sono stati: la costruzione della motivazione e la formazione all’invio; il lavoro di rete; l’inquadramento giuridico; la valutazione del rischio. È stato poi svolto un convegno di presentazione dei diversi approcci: individuali e di gruppo, criminologici e psico-educativi. La formazione sta ora proseguendo in percorsi dedicati a ciascuna rete antiviolenza, in forma laboratoriale, con l’obiettivo di alimentare il confronto e co-costruire prassi operative che possano portare concretamente ad un lavoro integrato tutelante.
Il progetto ha portato altresì a 2 protocolli, rispettivamente con i Tribunali di Milano e Monza. Sono in avvio, invece, i percorsi di sensibilizzazione, rivolti a qualsiasi realtà sia interessata a promuovere al suo interno un dibattito utile al contrasto degli stereotipi di genere, in funzione preventiva, quindi, al manifestarsi della violenza. Ne è un esempio il percorso svolto con un gruppo di giovani a Castano Primo (MI), in collaborazione con la cooperativa Albatros: 3 incontri con ragazzi delle scuole superiori in cui parlare di femminile, maschile, violenza, aiuto e interculturalità.
Questioni aperte
Il progetto è solo a metà del suo percorso e la tematica è alquanto delicata, e, in conclusione, si evidenziano i principali nodi emersi ancora da sciogliere. Come e chi contatta la partner dell’uomo violento e, in generale, il rapporto tra centri antiviolenza (CAV) e centri che si rivolgono agli uomini autori di violenza è il primo tema. Come è noto, i primi CAV nascono da movimenti femministi che hanno permesso di identificare come tale la violenza e hanno dato luogo alle prime case rifugio dove ospitare chi ne era vittima. L’approccio si è sempre basato sul rapporto donna a donna e sul rispetto della piena autonomia della sua volontà. Per questo il contatto della partner, senza sua esplicita richiesta, pone un importante interrogativo per l’approccio dei CAV e su come poter lavorare in rete, senza snaturare la specificità delle singole realtà e della loro storia.
Continuando sul tema del lavoro in rete, altra questione aperta riguarda i percorsi per gli uomini autori di violenza e genitori. Su questo punto si è riscontrata la necessità di maggiore formazione congiunta e di riconoscimento reciproco, al fine di costruire prassi in cui ciascuno possa contribuire con le proprie competenze specifiche, ma avendo una comune cornice di definizione della violenza e delle sue conseguenze.
Altro nodo ha riguardato la valutazione del rischio, in quanto è emerso dall’analisi iniziale dell’Università Bicocca come sia ancora usata in maniera non uniforme. Questo strumento è atto a individuare il livello di rischio di una situazione dove viene agita violenza, in modo da concordare il piano di protezione più adeguato e tutelante possibile per la donna. Allo stesso modo, risulta rilevante nel percorso che si conduce con l’uomo, dato il comune obiettivo di riduzione della recidiva, ma le modalità e i tempi di utilizzo sono ancora in fase di sperimentazione. Infine, l’attività preventiva, da potenziare sia in termini di aumento delle occasioni di sensibilizzazione, ma anche nell’ottica di avvicinare più uomini a questi percorsi prima che si aprano procedimenti penali e il rischio di recidiva sia elevato.
La sfida, riportata in chiusura del convegno, sarà sostenere questa sperimentazione nel trasformarla in programma, così che le reti antiviolenza integrate possano avere risorse, umane ed economiche, per continuare a lavorare insieme.
Conclusioni
La violenza è un fenomeno multidimensionale che affonda le sue radici nella nostra cultura. Allo stesso modo, gli approcci per affrontarla e contrastarla si confrontano con le culture e prassi proprie dei servizi. Il progetto propone quindi diverse strade di collaborazione, come occasioni di conoscenza e riconoscimento reciproco, per costruire insieme un cambiamento a più livelli che possa contribuire a un lavoro integrato.
Come sancisce la Convenzione di Istanbul: “La presente Convenzione ha l’obiettivo di: (…) sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l’eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica. (art. 1) Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per istituire o sostenere programmi rivolti agli autori di atti di violenza domestica, per incoraggiarli ad adottare comportamenti non violenti nelle relazioni interpersonali, al fine di prevenire nuove violenze e modificare i modelli comportamentali violenti. (art. 16).” Il lavoro integrato e il riconoscimento, all’interno delle reti antiviolenza, di programmi rivolti agli autori di violenza è richiesto a livello europeo e internazionale, e questo progetto si misura con l’operatività per poterne dare seguito.
[1] Per maggiori informazioni https://www.facebook.com/Progetto-UOMO-107317051999886/about/?ref=page_internal
[2] Sono intervenuti: Rossana Giove (ATS); Mirco Fagioli (ATS); Maria Giuseppina Pacilli (Università di Perugia); Francesca Garbarino (CIPM); Enrica Beringheli (SAVID); Giada Marcolungo (Fondazione Somaschi); Giulio Corrado (Dorian Gray); Marina Calloni e Anna Gadda (ADV); Fabio Roia (Tribunale di Milano); Alessandra Kustermann (SVSeD); Paolo Giulini (CIPM); Miriam Pasqui (Comune di Milano); Stefania Bartocetti (Telefono Donna); Silvia Zandrini (Comune di Milano); Aurelio Mosca (ATS).


