Premessa

Come una buona pratica può diventare modello accreditabile da Regione Lombardia? L’esperienza delle reti di famiglie affidatarie ne è un esempio, a parlarne: Elisa Nicotra di Sostenibile; Federica Giannotta di Terre des Hommes; Claudio Figini di Cooperativa Comin; Marco Tuggia di Dedu Digital Education nella cornice regionale rappresentata dal consigliere segretario Dario Violi, e dai saluti dell’assessora Alessandra Locatelli.

 

La necessità di agire in prevenzione

Dalla II indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia (Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza; Terre des Hommes; CISMAI) i minori in carico ai servizi sociali sono circa 400.000. Di questi, il 20% ha vissuto una situazione di maltrattamento. Questi dati allarmanti hanno portato all’ideazione del progetto “Promozione intervento multilivello protezione infanzia” all’interno del bando emanato da Con i bambini specificatamente sul tema del maltrattamento all’infanzia.

L’impianto progettuale è definibile a piramide, dove alla base di questa troviamo la promozione e il sostegno del modello d’affido presentato durante il convegno, come forma di supporto ed empowerment comunitario in un’ottica di prevenzione al maltrattamento infantile. A salire, la presa in carico di situazioni di maltrattamento all’infanzia e, trasversalmente a livello nazionale, la sperimentazione di azioni di formazione e intervento, con l’obiettivo ultimo di elaborare il modello organizzativo del “centro diagnosi bambino maltrattato”.

L’affido viene posto, quindi, alla base di questo progetto, come azione da consolidare, nonostante i dati parlino di un uso, in parte, improprio dello strumento. Per affido è da intendersi quell’istituto giuridico che prevede l’accoglienza temporanea di un minore “per il periodo nel quale resta la causa di impedimento” (L.184/1983 e ss.mm. L.194/2001). Se si guardano, però, le ultime statistiche disponibili (Istituto degli Innocenti, 2019) emerge come gli affidi siano perlopiù su mandato dell’Autorità Giudiziaria, in assenza di accordo tra le parti, di durata pluriennale e la cui motivazione principale di chiusura sia il raggiungimento della maggiore età del minore. Questo denota come ci siano enormi criticità da affrontare, a più livelli, interrogandosi sulla reale capacità dell’attuale sistema di affidi di riuscire a rispondere ai bisogni degli attori in gioco: i minori, le famiglie affidatarie e le famiglie d’origine.

 

Il modello delle reti di famiglie affidatarie

La Delibera XI/2856 del 18/02/2020 di regione Lombardia ha riconosciuto formalmente un metodo di lavoro, sperimentato dalla coop. Comin dal 1997. Alla base del modello ci sono le famiglie e il loro protagonismo. Come definito dal dott. Figini, intraprendere il percorso dell’affido “è una scelta di cittadinanza matura”.

Il modello si basa su tre pilastri: la dimensione comunitaria dell’affido, dove le reti di famiglie diventano reale e specifico sostegno le une per le altre nel quotidiano; la possibilità delle reti di organizzarsi in enti formalmente riconosciuti e di farsi supportare, nella modalità che ritengono più consona, da tecnici e professionisti (partner educativi, psicologi, assistenti sociali); il servizio tutela, come garanzia istituzionale e pubblica della correttezza di quanto avviene.

Le reti di famiglie affidatarie, quindi, hanno come potenziale la possibilità di offrire supporto specializzato e continuativo alle famiglie affidatarie; la possibilità di vivere questa scelta come un’azione politica, intesa come azione attiva e consapevole di costruzione della propria comunità; la forza di portare avanti un impegno forte di sensibilizzazione e promozione del benessere dei minori.

Per questo Regione Lombardia individua come soggetto di accreditamento specifico, possibile da gennaio 2022, “le reti di famiglie affidatarie sostenute da équipe professionale”.

 

L’esperienza sul campo

Al Convegno hanno partecipato Mauro e Simona, genitori di 5 figlie e famiglia affidataria de La Carovana, associazione di reti di famiglie affidatarie nata col supporto della cooperativa Comin. La loro testimonianza parte dalla frase che si sono sentiti rivolgere spesso, e in cui a volte si sono anche ritrovati: “anche a me piacerebbe, ma non pensiamo di riuscirci”.

Il percorso da loro raccontato, dalla nascita del desiderio di accogliere, passando dalla formazione e dal supporto che li ha fatti riscoprire come persone e come coppia, fino ad arrivare al momento dell’accoglienza, ha commosso, ma soprattutto ha mostrato cosa comporta, nella vita quotidiana, accogliere un “altro” da sé, nei suoi aspetti di gioia quanto di difficoltà. Nessun obbligo e massima comprensione sono state le chiavi con cui si sono sentiti in grado di proseguire.

Il supporto tra famiglie e con gli esperti è stato caratterizzante quindi del momento pre accoglienza, ma ha anche accompagnato il periodo di accoglienza e il post. Sono stati citati diversi esempi di vita quotidiana dove la collaborazione tra famiglie e operatori ha permesso di rileggere la punteggiatura della quotidianità per poterla accettare e renderla risorsa per la crescita di tutti. Per il dettaglio di questo intervento si rimanda alla registrazione, che è disponibile a questo link.

È importante però sottolineare due passaggi significativi di questa testimonianza, e non scontati: l’importanza del supporto dopo il saluto col bambino/bambina e l’approccio all’affido in ottica comunitaria. La famiglia, per quanto preparata, affronterà con dolore il saluto con il bambino o bambina accolta. Anche in questo delicato momento è fondamentale il supporto esperto, perché l’affido nel suo obiettivo primario non si snaturi e, al tempo stesso, la famiglia accogliente non conviva con ferite aperte.

 

Nodi aperti

Le questioni poste come nodi ancora aperti sono principalmente due.

Il riconoscimento istituzionale è sicuramente un passaggio fondamentale per poter estendere e diffondere il modello. Il successivo passaggio, però, imprescindibile per garantire la sostenibilità di queste realtà, sarà il convenzionamento e la strutturazione di modalità di collaborazione con le istituzioni. Per sperimentarne di nuove, l’attività specifica di Sostenibile, all’interno del progetto citato, sarà la realizzazione di incontri con gli Uffici di Piano che saranno interessati, con l’obiettivo di implementare il modello proposto in altri territori della regione Lombardia.
Le famiglie affidatarie, infatti, sono spesso state viste come servizi e, secondo questa logica, gestite con modalità di collaborazione non rispondenti ai tempi e ai bisogni di una famiglia.

Secondo aspetto critico rimane il lavoro con le famiglie d’origine: questo non può essere compito delle reti di famiglie affidatarie e interroga quindi il mondo istituzionale sulla definizione di strategie e modelli di intervento efficaci. Come conclude Tuggia, le reti di famiglie e i servizi sono alla ricerca di un modello di affido: possibile per le famiglie affidatarie; sostenibile per il sistema di servizi; efficace per i bambini e le loro famiglie.

 

Conclusioni

L’evento è stato aperto dall’Ufficio di Presidenza, nella persona del consigliere Dario Violi, che ha ricordato come le famiglie, nel loro gesto d’amore di accoglienza, spesso si sentano abbandonate dalle istituzioni. Il modello proposto valorizza la competenza e le risorse delle famiglie nella loro capacità d’accoglienza e nel supporto, specifico e reciproco, dato dal mettersi in rete tra loro. Questo però non è sufficiente: è necessario che le istituzioni, enti locali e servizi, siano presenti, con una funzione di regia e garanzia di giustizia sociale, come ricordato da Tuggia e Figini.

La sfida, quindi, sarà sia riempire l’elenco delle reti di famiglie accreditate, non per far numero ma per creare reali supporti comunitari a quelle famiglie disponibili e con desiderio di accoglienza, sia creare nuove e rinnovate alleanze con le istituzioni per rinforzare il valore dell’affido, come strumento di supporto, ma, soprattutto, di prevenzione, nell’ottica di promuovere il benessere dei minori.

Il modello delle reti di famiglie affidatarie viene definito “fare politica” dove per politica si intende contribuire attivamente alla costruzione della comunità. È importante non incappare nel rischio di totale delega della funzione pubblica di tutela a coloro che si impegnano nell’accogliere chi si trova in difficoltà.
L’obiettivo comune dovrà essere costruire un modello di collaborazione tra mondo formale e informale e l’esperienza presentata delle reti di famiglie affidatarie è un punto di partenza concreto e percorribile già da ora.