Vincenza, perché La Grande Casa[1] ha deciso di investire in una valutazione d’impatto[2]?
Ci sono state tre ragioni principali: la prima per uscire dall’autoreferenzialità nel valutare le nostre attività. Ci ha permesso di acquisire un metodo rigoroso, scientificamente fondato, che ha reso i dati a nostra disposizione misurabili e confrontabili tra loro nel tempo. Ci ha permesso di misurare il reale cambiamento nei sistemi in cui i nostri servizi sono attivi.
L’altro motivo riguarda l’avere a disposizione informazioni e dati da spendere con le amministrazioni locali: portare il valore sociale dei nostri servizi ci permette di avere una leva più forte rispetto le nostre motivazioni e nella capacità di influenzare le politiche sociali. Per esempio, grazie all’analisi dei principali risultati ottenuti con l’educativa domiciliare nei diversi territori, abbiamo potuto evidenziare quale fosse l’intervento più efficace rispetto i bisogni delle famiglie.
Infine, la cooperativa ha pensato a una ricerca innovativa anche per guardare alla sua organizzazione interna, al suo modo di lavorare e ai risultati che ottiene, oltre che per sistematizzare gli strumenti che si utilizzano quotidianamente, rendendoli trasversali e quindi confrontabili. Ora siamo totalmente autonomi nell’utilizzo degli strumenti di valutazione, che ci permettono di avere dati spendibili nei nostri luoghi di interlocuzione.
Luigi, com’è stato inteso l’impatto sociale all’interno della cooperativa e quali metodi di ricerca sono stati proposti?
Ciò che distingue un’impresa sociale è il valore sociale aggiunto, cosa bisogna fare se non una valutazione d’impatto per capire se lo si sta generando davvero? È la conseguenza naturale per approfondire quale cambiamento stia producendo l’impresa sociale e con quale grado di coinvolgimento dei soggetti, delle persone e delle comunità. Bisognerebbe invertire la logica e chiedere a chi non lo fa: perché no?
La collaborazione con La Grande Casa è nata dalla presunzione che già loro fossero in grado di farlo. Solitamente la valutazione d’impatto viene presentata come qualcosa di misterioso, poco accessibile. Forse la valutazione d’impatto non è accessibile a tutti quando questa svela certe retoriche, non lo dico con accezione giudicante, ma per stimolare un miglioramento. C’è un forte risvolto politico nel parlare d’impatto, nel guardare al ruolo dell’economia sociale all’interno di un nuovo modello di sviluppo.
A livello metodologico, abbiamo per prima cosa provato a connettere i valori della cooperativa alle loro intenzioni di cambiamento, per configurare “l’intenzionalità d’impatto”. Individuata questa, durante un periodo di conoscenza reciproca, abbiamo seguito i seguenti step:
- la mappatura (“identificazione”) del cambiamento sociale (outcome);
- la qualificazione dei suoi componenti (aspetti oggettivi – hard e aspetti soggettivi – soft, per andare a bilanciare la valutazione);
- Lo “studio cashability”, cioè lo studio dei riflessi finanziari del valore sociale. Questo approccio rimanda al pensiero per cui il valore sociale non evapora, ma si trasforma in capacità di ridurre bisogni successivi, e ben più gravi, soprattutto nel lavoro di prevenzione. Andiamo quindi a misurare come l’attività proposta riduca all’origine il fenomeno preso in considerazione, calcolando quindi successivamente il risparmio economico generato, creando un meccanismo di vantaggio e convenienza per il pubblico.
- L’ultima fase è quindi la “quantificazione”, cioè connettere i dati prodotti nel processo di erogazione del servizio a quelli richiesti per l’elaborazione delle analisi d’impatto. Inserire i dati ordinariamente a disposizione dell’impresa sociale in un framework d’impatto, attraverso, nel nostro caso, un driver digitale, permette di rendere gestibile in autonomia il processo valutativo e di renderlo replicabile nel tempo. La digitalizzazione e l’impatto sociale, infatti, sono due eliche dello stesso ragionamento che guarda all’innovazione sociale.
Vincenza, tra le aree di valutazione, è stata scelta l’educativa domiciliare e territoriale (ADM) come servizio target. Come mai? Cosa si aspettava la cooperativa?
È stato scelto, prima di tutto, perché è un servizio capillarmente diffuso negli ambiti territoriali in cui lavoriamo (provincia di Milano, Monza Brianza, Lecco). Vengono seguiti oltre 250 minorenni, quindi poteva essere interessante, dati i numeri, il confronto fra territori, sia in ingresso, cosa spinge per esempio un servizio tutela ad attivare questo servizio, e sia in uscita, quali risultati vengono raggiunti. Inoltre, la sperimentazione ci ha permesso di digitalizzare uno strumento quale il pei (piano educativo individualizzato), così da renderlo omogeneo, sistematizzando tutti gli strumenti in uso, creandone uno unico misurabile e confrontabile sia negli obiettivi che negli outcome.
La prima sperimentazione è stata avviata nel 2020, sono stati presi a riferimento 20 PEI, sia aperti che chiusi. Dall’analisi di questi dati sono emerse informazioni interessanti, importanti sia a livello locale, di singola équipe, sia a livello più ampio, per il CDA, per capire l’efficacia degli interventi.
Si è evidenziato come la maggior parte delle ADM riguardassero problematiche scolastiche (dispersione scolastica e supporto allo studio). Questo non lo avremmo potuto sapere prima per la disomogeneità dei dati a disposizione. Rendere standardizzato il modello, senza sminuire le specificità individuali di ciascun percorso, ha permesso di dare visibilità all’impatto generato.
Luigi, per la valutazione d’impatto del servizio ADM è stato utilizzato il metodo SROI, approccio poco in uso, com’è stata sviluppata questa linea di valutazione? Quali sono stati i risultati principali?
È poco utilizzata in Italia, in generale, mentre è la più utilizzata a livello internazionale. Facciamo fatica ad usarla in Italia, soprattutto nel sociale, dove persiste una tradizione di valutazione narrativa, come se fosse poco praticabile l’approccio quantitativo, l’analisi dei dati. A mio parere, la forza delle ragioni del sociale e dell’economia sociale sta proprio nei suoi numeri. Se prendiamo ad esempio un dato su un fenomeno emergenziale, come quello dei NEET, il fatto di non riuscire a organizzare i servizi in un’unica catena di valore porta a politiche frammentate su dati disomogenei, andando a riudrre gli effetti quando il danno è già prodotto. Lo stesso ruolo del terzo settore non dovrebbe essere quello di lenire gli effetti della disuguaglianza dopo che questa si è creata, ma di essere un attore economico attivo dentro le politiche di sviluppo, che contribuisce a ridurre la disuguaglianza a priori, creando valore redistributivo.
Prendiamo il caso del PEI de La Grande Casa: ha uno SROI di 2,7. Ciò vuol dire che un investimento pubblico di 1€ in questo servizio ha un ritorno di 2,7€. Questo rapporto non si trova in nessun altro tipo di mercato ad oggi disponibile.
È importante, quindi, che il policy maker intenda la valutazione di impatto non come rendicontazione, ma come orientamento per le politiche, per crearne anche di nuove: perché non parlare di piani educativi territoriali o di comunità, oltre che individualizzati? Potremmo usare questo caso studio, ma soprattutto lo strumento scalabile che ha La Grande Casa, per acquisire i dati in tutta Lombardia, per esempio. Più dati inseriamo più dati abbiamo su come i PEI possano incidere sui fenomeni che poi si configurano come emergenze. Se non incrociamo i dati non potremo mai puntare a politiche più sistemiche. Perché non si può assumere questo modello nel prossimo fondo europeo in Lombardia? La cooperativa ha ora un tesoro, perché non proviamo a metterlo a disposizione dell’attore pubblico in termini più estesi? “Dobbiamo uscire dalla cura farmacologica”.
Per concludere, Vincenza, consiglieresti ad altri un percorso simile? C’è altro che vorresti sottolineare?
È sicuramente un investimento importante, non solo economico ma anche di tempo e di coinvolgimento degli operatori, perché il processo non è stato calato dall’alto, ma prodotto in un percorso di co-design con i responsabili dei servizi e le figure di riferimento. Una condivisione alla base, soprattutto per il PEI digitale, anche teorica. Prima di passare alla parte operativa, infatti, abbiamo condiviso un percorso formativo che ha permesso di introdurre queste metodologie e preparare il terreno a livello culturale. Se non avessimo fatto così, probabilmente non avremmo ottenuto risultati così positivi. Ci ha imposto un cambio di prospettiva, un’occasione e una sfida nel rivedere i nostri approcci teorici, di operare e valutare. Riprendo le parole di Luigi, forse c’è da chiedersi chi non lo fa perché non prende questa strada: ci ha permesso di avere risultati spendibili, internamente ed esternamente, e di avere uno strumento innovativo e digitalizzato utilizzabile nel quotidiano. Quindi sì lo consiglio, anzi, come detto prima, perché non farlo?
Anche per te Luigi un’ultima domanda, in sintesi, perché è strategico investire nel dare visibilità all’impatto sociale generato dalle proprie organizzazioni?
Riprendo ciò che già Vincenza ha sottolineato. C’è da chiedersi perché questi approcci non siano ancora diffusi nel mondo cooperativo. Le sfide future sono, a mio avviso: la tenuta economica, generazionale e il ripensamento delle leadership. Chi si sta interrogando su come saranno sostenibili le imprese sociali tra vent’anni? Perché l’economia sociale non è attrattiva per i giovani, benché i più brillanti tra loro esprimano naturalmente predisposizione all’imprenditorialità e condividano i valori della sostenibilità sociale e ambientale? Vorrei portare la valutazione d’impatto non come adempimento tecnico, come sono state le certificazioni ISO e di qualità in passato, ma come una strategia di sviluppo, uno strumento per individuare obiettivi economici finanziari per l’economia sociale. Uno strumento per avvicinare le imprese sociali ai nuovi linguaggi, al digitale e alle catene di valore internazionali, per rendere attrattivo questo mondo anche alle future generazioni.
Infine, La domanda provocatoria a questo punto può essere: ora cosa ci fate con tutti questi dati? Sicuramente portiamo a casa qualche consapevolezza in più. La valutazione d’impatto non è una stregoneria ed è già insita in chi fa davvero impresa sociale. Può avere conseguenze a più livelli sulle politiche pubbliche. In particolare, stiamo lavorando a una proposta, che vorremmo proporre sperimentalmente a Regione Lombardia: creare un GSE dell’impatto sociale, un pagatore di ultima istanza degli impatti sociali positivi dimostrabili con valutazioni solide[3], in sintesi, un sistema di finanziamento e un ente preposto alla valorizzazione e al supporto dei processi di valutazione d’impatto come quello sperimentato da La Grande Casa. Serve qualcuno che sostenga chi investe in valutazione d’impatto, così come si è investito sulla transizione ecologica ambientale. Potrebbe essere alimentato dai Fondi Europei non impegnati annualmente a livello regionale, questo non comporterebbe alcun aumento della spesa pubblica, ma anzi un suo efficientamento. In Europa ci sono già esperienze simili (Portogallo, Irlanda, Inghilterra, Francia).
Ciò dovrà essere necessariamente accompagnato da un cambiamento culturale da parte delle stesse imprese sociali, portandole a interrogarsi su quale ruolo vogliano giocare all’interno della società, rendendole consapevoli del perché sono indispensabili alla coesione della comunità.
[1] La Grande Casa scs nasce nel 1989 con l’obiettivo di favorire e promuovere diritti, sostenere e rispettare ogni singolo progetto di vita, favorire l’integrazione sociale e lavorativa delle persone più fragili. Opera in favore di donne, minorenni e famiglie, giovani, migranti e comunità locale nelle provincie di Milano, Monza e Brianza, Como e Lecco. Per saperne di più: www.lagrandecasa.org
[2] Open Impact è una start-up innovativa e spin-off dell’Università di Roma Tor Vergata che valuta e monitora l’impatto di organizzazioni, progetti, programmi e politiche. Open Impact innova l’approccio con cui prevedere, disegnare, misurare e valutare l’impatto grazie al primo database per l’impact benchmarking e alla sua piattaforma digitale. Per maggiori informazioni: www.openimpact.it
[3] Garante e promotore dello sviluppo sostenibile del Paese, per saperne di più: https://www.gse.it/chi-siamo


