Recentemente sono stati pubblicati gli esiti dell’indagine straordinaria a livello nazionale promossa dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri e realizzata dall’Istituto Nazionale di Statistica e l’Università Cà Foscari di Venezia, riguardo l’impatto della pandemia Covid-19 sulla capacità di risposta del sistema di offerta dei servizi educativi per la prima infanzia durante l’anno educativo 2020/2021.
Il lavoro di ricerca è stato condotto su base campionaria prendendo in considerazione l’universo di servizi educativi per la prima infanzia quali nidi, nidi aziendali, micronidi e sezioni primavera pubblici e privati (convenzionati e non)[1] presenti nel database di Istat al 31/12/2018 – aggiornamento più recente disponibile nel periodo in cui è stata realizzata l’indagine. Sono state estratte 2505 strutture (pari al 22% dell’universo considerato), di cui hanno risposto 1418 (tasso di risposta: 57%[2]). La rilevazione è stata realizzata nel periodo compreso tra aprile e giugno 2021 mediante questionario informatizzato auto-compilato dai referenti di ciascun servizio.
Tab 1 – Universo dei servizi e del campione realizzato per ripartizione, tipologia e titolarità
| Universo servizi | Campione realizzato | |
| Nord | 6130 | 669 |
| Centro | 2632 | 413 |
| Mezzogiorno | 2442 | 336 |
| Nidi | 9154 | 1014 |
| Sezioni primavera | 2050 | 404 |
| Privato | 6838 | 814 |
| Pubblico | 4366 | 604 |
| Tot. Italia | 11204 | 1418 |
Di seguito si propone una sintesi dei principali risultati[3].
Gli effetti della pandemia
Chiusure, sospensioni / interruzione del servizio
Dai dati raccolti nel lavoro di ricerca non sono emerse evidenze di un diffuso fenomeno di chiusure dei servizi educativi nel periodo che va tra l’approvazione del DPCM dell’ 8 marzo 2020 che segna l’inizio dei lockdown e la realizzazione dell’indagine (aprile-giugno 2021). E’ emersa una sostanziale tenuta dei servizi educativi.
Solo il 5% (in prevalenza servizi pubblici) dei gestori che hanno risposto alla rilevazione ha dichiarato di non aver riaperto a causa del Covid-19 (se rapportato all’universo di riferimento il dato corrisponde ad una riduzione di circa 16.500 posti autorizzati e ad una riduzione del tasso di copertura complessivo di poco oltre un punto a livello nazionale). Di questi, oltre il 40% riguarda Sezioni Primavera, rispetto alla cui tipologia di servizio (sono infatti sezioni solitamente inserite nelle Scuole dell’Infanzia o nelle Scuole dell’Obbligo), potrebbe trattarsi di una momentanea non attivazione del servizio e non di una chiusura definitiva.
I ricercatori sottolineano però, che a differenza degli altri obiettivi dell’indagine, questo ha portato a risultati solo orientativi a causa di un’oggettiva difficoltà di misurazione del fenomeno[4].
La diffusione del contagio tra i servizi per la prima infanzia ha coinvolto circa la metà delle strutture. La differenziazione territoriale è apparsa coerente con la situazione epidemiologica nel paese al momento dell’indagine: una maggiore diffusione e capillarità del virus nel Nord e nel Centro Italia e una diffusione più contenuta nelle Regioni del Mezzogiorno.
Nonostante questo dato, solo il 10% dei servizi ha sospeso del tutto l’attività educativa, preferendo nella maggior parte dei casi sospensioni selettive per singole sezioni/bolle. La grandezza del servizio è un aspetto emerso come significativo nella presa di tale decisione.
Nove strutture su dieci, salvo chiusure imposte da decreti delle amministrazioni locali e centrali, hanno garantito l’erogazione di attività educativa pressoché in continuità nell’anno educativo 2020/2021.
Aumento dei costi
Alla riapertura dei servizi nell’anno educativo 2020/2021 è stato necessario adeguare gli spazi e le modalità di erogazione delle attività educative per garantire la sicurezza dei bambini e degli operatori in conformità con le regolamentazioni.
Il 67% dei gestori ha affermato che i costi di gestione del servizio sono aumentati in maniera “consistente” o “molto consistente” e il 64% ha affermato lo stesso relativamente ai costi straordinari[5]. L’aumento dei costi di gestione è principalmente dovuto alla riorganizzazione del servizio per bolle di bambini di piccole dimensioni che ha determinato un aumento dei costi del personale.
Il sistema di contribuzione straordinaria a sostegno di questi aumenti, che ha coinvolto, oltre allo Stato, le amministrazioni regionali e comunali[6], è risultato carente, secondo gli intervistati: circa un terzo dei servizi che hanno riferito aumenti consistenti e molto consistenti dei costi di gestione e di quelli straordinari, ha dichiarato di non aver ricevuto contributi di sostegno. La contribuzione da parte degli enti territoriali pubblici è risultata inferiore nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Nord.
Tab 2 – Approfondimento sui contributi straordinari ricevuti nell’anno educativo 2020/2021
| Contributi straordinari | Dallo Stato | Dalla Regione | Da comuni / enti sovra comunali* | Da altri soggetti pubblici** | Da soggetti privati*** |
| Totale | 31,3% | 31,9% | 21,9% | 0,9% | 1,7% |
| Nord | 32,2% | 37,3% | 29,3% | 1,1% | 2,7% |
| Centro | 25,4% | 28,2% | 18,4% | 0,8% | 0,3% |
| Mezzogiorno | 35,5% | 22,5% | 7,4% | 0,7% | 0,9% |
*Enti comunali e altri enti territoriali tra i quali: aziende consortili, comunità montane, provincie e province autonome di Trento e Bolzano, fondi erogati dai piani di zona e Ambiti Territoriali Sociali.
**Altri soggetti pubblici tra i quali: fondazioni a partecipazione pubblica e Inps; camere di commerci e uffici postale. Altri casi quali, MIUR e agenzia delle entrate sono stati spostati in contributi dallo Stato, quelli relativi agli uffici scolastici regionali alle Regioni.
***Tra i soggetti privati: diocesi, fondazioni, fondazioni bancarie, cooperative, genitori, donatori e associazioni.
Principali criticità
Le maggiori criticità emerse dall’analisi delle informazioni raccolte sono relative al “timore delle famiglie ad usare un servizio collettivo” e lo “stress del personale ad affrontare il contatto con i bambini potenziali veicolo di contagio”. Seguono le criticità che riguardano la riorganizzazione del servizio, degli spazi e il mantenimento degli orari di apertura del servizio con il personale disponibile in conformità alle normative in materia di sicurezza sanitaria. Su tutte le dimensioni si è registrata una significativa riduzione nel giudizio di criticità tra il momento della riapertura del servizio (settembre 2020) e il momento della compilazione del questionario (aprile – giugno 2021). Il sistema di offerta dei servizi educativi per l’infanzia, pertanto, nella parte finale dell’anno educativo sembra aver assimilato e positivamente affrontato lo straordinario contesto di convivenza con il virus.
La risposta dei servizi educativi per l’infanzia
Dall’analisi delle misure adottate dai servizi è emersa una buona capacità di adattamento del sistema di offerta, nel suo complesso in grado di mettere in atto elementi di resilienza per garantire la riapertura dei servizi educativi. Il 93% delle strutture ha rimodulato gli spazi, il 92% ha messo in campo formazione specifica per il personale, il 79% ha adottato orari di ingresso scaglionati e il 72% ha attivato canali straordinari per il contatto con le famiglie e la consulenza pedagogica. Non si sono verificate significative modifiche al sistema di offerta: la riduzione del numero dei bambini è avvenuta in meno di un terzo dei servizi, la riduzione dell’orario di apertura nel 27%, la riduzione del numero delle Sezioni nel 9%, e infine, le riduzioni del personale solo nel 6% dei servizi. Il 29% dei gestori (principalmente strutture private e nel Mezzogiorno) ha dichiarato però di aver rimodulato le tariffe di accesso al servizio (si presume che tale decisione si sia tradotta in un aumento dei costi per le famiglie).
Dai dati raccolti, inoltre, è emersa anche la capacità di proporre servizi innovativi. Il 68% delle strutture ha infatti rivisto i propri servizi durante i periodi di sospensione, per garantire la continuità del contatto con i bambini e l’assistenza ai genitori (video e video-letture, preparazione a distanza di materiale cartaceo ed educativo per i bambini, proposta di colloqui e confronti individuali o a piccoli gruppi via web). Un ulteriore aspetto indicativo di questa capacità di risposta è che, nonostante l’aumento dei costi di gestione e dei costi straordinari, le sospensioni e interruzioni causate dalla pandemia, oltre la metà dei servizi educativi ha deciso di assumere nuovo personale.
La flessione della domanda
L’indagine ha osservato che l’anno educativo 2020/2021 si è caratterizzato per una forte flessione della domanda espressa di servizi educativi. Quasi il 40% dei gestori ha affermato che si è verificato un calo del numero di iscritti rispetto all’anno educativo precedente. Particolarmente colpite risultano le strutture private (45%) e soprattutto quelle del Centro e del Mezzogiorno. Anche sulle strutture pubbliche, tuttavia, si possono notare segnali di una domanda debole principalmente in quelle aree del paese con una scarsa copertura dei servizi. Il fenomeno ha riguardato il 61% delle strutture pubbliche del Mezzogiorno rispetto al 28% di quelle al Nord. Inoltre, il 60% dei servizi educativi non hanno bambini iscritti in lista d’attesa.
Il gruppo di ricerca sottolinea l’importanza di verificare quanto tale flessione della domanda sia stata effettivamente influenzata dal timore delle famiglie nell’usare un servizio collettivo in tempi di pandemia, dalla conseguente crisi economica e dalla riorganizzazione del mercato del lavoro. In questo caso, infatti, ci si potrebbe aspettare una ripresa della domanda nell’anno educativo 2021/2022 e in quelli successivi; diversamente, se il fenomeno è determinato da altri fattori quali quelli culturali come il basso valore educativo percepito da parte delle famiglie, la preferenza per le cure informali per il bambino e l’accessibilità del servizio, la domanda potrebbe riprendersi più lentamente negli anni a venire[7].
Le priorità di intervento per sostenere il sistema di offerta
I referenti dei servizi intervistati (soprattutto quelli privati) hanno collocato al primo posto tra le priorità di intervento per sostenere il sistema di offerta, i sostegni economici per la gestione ordinaria e al secondo posto, il sostegno alle famiglie per la fruizione dei servizi. Gli investimenti sull’avvio di nuovi servizi sono risultati, invece, in fondo alla classifica. Questi dati sono coerenti con le risposte fornite in altre parti del lavoro di ricerca.
Da ultimo la ricerca ha costruito un “indice di sofferenza”considerando i seguenti indicatori: aumento dei costi di gestione da consistente a molto consistente, riduzione dei bambini accolti, riduzione delle iscrizioni rispetto all’anno educativo 2019/2020, assenza di liste d’attesa e la non ricezione di contributi straordinari. E’ emerso che i servizi maggiormente in sofferenza sono quelli a titolarità privata e quelli collocati al Centro e nel Mezzogiorno.
Conclusioni
Il quadro che emerge dall’indagine mostra una sostanziale resilienza da parte del sistema di servizi educativi per la prima infanzia. Nonostante le difficoltà riscontrate dalla grande maggioranza dei servizi, gli stessi hanno individuato forme di risposta spesso innovative e che possono essere rivalorizzate anche per il futuro post pandemico.
Gli esiti dell’indagine smuovono anche diversi interrogativi che nell’immediato e prossimo futuro andranno affrontati. Le criticità rilevate, ad esempio, si presentano con forti differenze territoriali, interessando in maniera particolare la componente privata del sistema di servizi che copre, peraltro, quasi il 50% dell’offerta, in particolare al Mezzogiorno dove storicamente tali servizi si stanno sviluppando con maggior fatica. Un altro interrogativo riguarda quanto la pandemia abbia influenzato i comportamenti dei genitori già a volte poco propensi all’utilizzo di tali servizi educativi. Un ulteriore punto di attenzione: come le difficoltà dichiarate, che non sono strutturali ma soprattutto legate al personale e all’aumento dei costi correnti, possano essere affrontate con gli investimenti previsti dal PNRR.
[1] Il sistema di offerta dei servizi educativi per la prima infanzia è molto articolato. L’indagine in oggetto ha preso in considerazione l’universo di servizi “più strutturato”. Non sono stati presi in considerazione i cosiddetti servizi integrativi, quali ad es. centri gioco, spazi bambini/genitori e servizi domiciliari.
[2] Si tratta di un tasso di risposta molto elevato per una indagine web-based che indica la grande disponibilità degli enti ad essere coinvolti in percorsi conoscitivi e di riflessione nell’area dei servizi all’infanzia.
[3] Sebbene l’analisi dei risultati della ricerca non consenta di proporre un affondo specifico sulla Lombardia, come è consuetudine fare da LombardiaSociale.it, appare comunque interessante presentare una sintesi dei principali esiti emersi, in quanto possono essere utili anche per il nostro territorio regionale, per comprendere quanto il sistema dei servizi educativi per la prima infanzia abbia tenuto o meno, quali sono state le principali criticità, le strategie adottate per far fronte all’emergenza e riflettere sui supporti necessari da mettere in campo in futuro per orientare le scelte di sostegno alle famiglie e ai servizi in un’ottica di sviluppo delle politiche sociali in tema.
[4] Le difficoltà hanno origine dall’universo di riferimento da cui è stato costruito il campione, costituito dalle strutture attive al 31.12.2018, ultimo aggiornamento Istat disponibile che non ha permesso, infatti, di escludere chiusure di servizi presenti nel campione avvenute precedentemente alla data dell’8 marzo 2020 e non riconducibili quindi al “periodo Covid”. Ai fini di semplificare la misurazione del fenomeno, il gruppo di ricerca ha deciso di considerare “chiusi per Covid”, tutti i servizi chiusi dopo l’8 marzo 2020 e che non hanno riaperto nell’anno educativo 2020/2021. Laddove si è riscontrata la chiusura del servizio raramente però si è potuto risalire all’esatto momento temporale della chiusura. Solo in 17 casi si è potuto inequivocabile attribuire la chiusura al “periodo Covid”. In prevalenza sono servizi pubblici, nel cui caso gli uffici comunali referenti del servizio sono comunque rimasti attivi. Nei servizi privati, invece, gli indirizzi mail a cui sono stati inviati i questionari, in caso di chiusura possono non essere stati più “guardati” o disattivati. Da queste difficoltà, pertanto, si può affermare che nei dati orientativi emersi sia presente anche una sottostima delle chiusure di strutture private.
[5] le domande inserite nel questionario relative ai costi di gestione e costi straordinari non hanno previsto nelle risposte una quantificazione oggettiva. Il gruppo di ricerca ha focalizzato l’attenzione sulla percezione che i referenti dei servizi hanno avuto sul peso nel proprio bilancio delle misure di adeguamento e messa in sicurezza alla riapertura dei servizi.
[6] Per approfondimenti sul tema si vedano i seguenti contributi pubblicati su LombardiaSociale.it:
Guidetti C., FSR 2020. Arrivano le risorse per i nidi, ma forse è troppo tardi, 4 novembre 2020
Dodi E., W il nido! Misure regionali a confronto. E la Lombardia?, 15 maggio 2020
[7] Per approfondimenti sul tema: Indagine multiscopo Istat, Nidi e servizi educativi per l’infanzia. Stato dell’arte, criticità e sviluppi del sistema educativo integrato 0-6, giugno 2020


