In questo contributo riassumiamo i risultati sulla Lombardia di una ricerca coordinata da Luca Salmieri (Università La Sapienza di Roma) sul ruolo del servizio sociale nell’applicazione delle misure di contrasto della povertà. La ricerca si è basata su una survey nazionale rivolta agli assistenti sociali realizzata nell’estate del 2020 che ha visto coinvolti 10 gruppi di ricerca in altrettante regioni. Nel caso della Lombardia hanno risposto al questionario 1.483 assistenti sociali (quasi il 30% di tutti gli assistenti sociali presenti in regione), fornendo quindi uno spaccato molto preciso del tipo di attività svolte e della percezione degli operatori riguardo caratteristiche, qualità ed efficacia del lavoro svolto nel contrasto della povertà.

 

Il contesto lombardo

La situazione lombarda si distingue nel panorama nazionale per almeno due caratteristiche. La prima è l’elevato livello di benessere economico che si registra in Lombardia: per esempio, il reddito netto medio delle famiglie lombarde è di quasi 36.000€, contro una media nazionale di poco più di 31.600€ (fonte Istat, 2018). Nonostante questo, o forse proprio a causa di questo benessere diffuso, sarebbe un errore pensare che la questione della povertà sia irrilevante. Esistono infatti sacche di disagio economico e sociale che soffrono proprio per l’impossibilità di accedere alla ricchezza che viene prodotta. Questo riguarda in modo particolare, ma non esclusivamente, l’area urbana di Milano, dove si registrano fenomeni di concentrazione del disagio in alcune aree periferiche o suburbane. È opportuno inoltre sottolineare come la povertà negli ultimi anni, già prima della crisi causata dalla pandemia, avesse cominciato a cresce più nel Nord del paese, inclusa la Lombardia, che nel Mezzogiorno.

Figura 1. Dati sulla povertà assoluta per macro aree in Italia 2005-2020

Fonte: elaborazione su dati Istat

L’altro elemento caratteristico della Lombardia riguarda l’assetto del welfare regionale. Come noto, e come è stato più volte sottolineato anche su Lombardia sociale, il modello di welfare lombardo è incentrato, dal lato della domanda, sul principio di libertà di scelta del cittadino-cliente e, dal lato dell’offerta, sull’equiparazione tra operatori pubblici e privati che competono per attrarre i “consumatori” di prestazioni sanitare, socio-sanitarie e sociali. Si è di conseguenza consolidato un sistema di welfare frammentato e disomogeneo dal punto di vista territoriale, caratterizzato da grandi sperimentazioni di durata limitata, e allo stesso tempo estremamente normato e in cui si nota una sempre maggiore difficoltà nel rispondere adeguatamente ai bisogni presenti nella società (Gori, 2018).

Per quanto riguarda gli interventi di contrasto della povertà, l’introduzione di una misura universale di carattere nazionale (prima REI, poi RdC) ha comportato che, a fronte di procedure nazionali ben codificate, il territorio lombardo si è caratterizzato per la notevole eterogeneità delle modalità organizzative assunte nei diversi ambiti territoriali e per la diversificazione territoriale nell’offerta dei servizi implementati per l’attuazione delle misure. Regione Lombardia ha infatti sostanzialmente rinunciato a svolgere un ruolo di regia regionale sul tema del contrasto alle famiglie in condizioni di vulnerabilità (Gori, 2018), lasciando ampia libertà programmatoria e gestionale agli ambiti territoriali. Su questo ha inciso poi in particolare l’azione di alcuni partenariati pubblico-privato, scaturiti per esempio dai bandi promossi dalla Fondazione Cariplo, che hanno ulteriormente diversificato l’offerta e il sistema dei servizi ma anche la sua governance, senza dimenticare il rilevante ruolo attribuito al Terzo Settore da parte dell’amministrazione regionale. Quest’ultimo, infatti, anche sulla spinta della Legge 328 del 2000, ha visto negli ultimi vent’anni crescere continuamente il suo ruolo sia nell’erogazione dei servizi sia nella programmazione, sostenuto da una serie di interventi di natura regolativa che hanno spinto verso un suo sempre maggiore protagonismo (Biorcio, Vitale 2016).

 

I risultati della ricerca

Delle 1.483 Assistenti Sociali che hanno partecipato alla ricerca il 94,5% sono di genere femminile e la maggior parte di esse è impiegato nel settore pubblico (77,2%), anche se appare evidente che le giovani generazioni sono sempre più impegnate nel terzo settore, a conferma di quanto emerso in precedenti ricerche (Facchini, 2010; Tognetti Bordogna, 2015). La maggior parte svolge un lavoro a diretto contatto con le persone, il 90% dichiara di occuparsi di presa in carico delle situazioni e di essere soddisfatta del proprio lavoro, soprattutto per le competenze esercitate (88,4%), per l’autonomia professionale (84,7%) e per gli aspetti di relazione sia con i cittadini (91%) sia con i colleghi (87,2%) a conferma di una professione che, nonostante le pressioni dovute al diffondersi di una cultura sempre più di tipo manageriale, dimostra di riuscire a salvaguardare spazi di autonomia professionale.

Nella quotidianità del loro lavoro gli/le assistenti sociali sostengono di incontrare molto spesso famiglie multiproblematiche (78%) e con problemi di sussistenza economica (82%). Il tema della povertà è quindi ben noto e viene ricondotto solo in parte alla carenza di risorse materiali. La maggior parte degli/le assistenti sociali si trova d’accordo nel definire il fenomeno della povertà come esclusione dalla vita sociale, deprivazione o precarietà in vari ambiti di vita delle persone: un’alimentazione nutriente, un’istruzione adeguata, un alloggio e un’occupazione dignitosi. Le definizioni di povertà che trovano maggiormente concordi gli/le assistenti sociali lombardi la descrivono quindi come un fenomeno complesso e multidimensionale e non solo come l’assenza di risorse monetarie.

Figura 2. Quali definizioni di povertà corrispondono alla sua esperienza come Assistente sociale? Dati percentuali

 Fonte: elaborazione sui dati del questionario

Secondo le assistenti sociali lombarde, si possono individuare alcune aree di maggior disagio, che sono quella abitativa (considerato come il problema più rilevante dal 58,5% delle rispondenti), seguito da quella economica (25,3%).

I temi del disagio economico e dell’abitazione sembrano quindi essere particolarmente rilevanti in Lombardia e per la quasi totalità delle rispondenti (98,1%), la scarsità di alloggi per fasce deboli è rilevante, insieme ai livelli troppo alti degli affitti, anche in questo caso individuato come un problema per la quasi totalità delle rispondenti (98,7%). Sul tema dell’abitare pesano le politiche abitative degli ultimi decenni che, improntate all’incremento dei programmi di vendita del patrimonio con consistenti riduzioni dei prezzi degli appartamenti, hanno portato a una diminuzione del patrimonio abitativo pubblico e alla progettazione sempre più marcata di interventi rivolti alle fasce grigie, ovvero quelle fasce tradizionalmente non povere ma che presentano sempre più difficoltà a stare sul mercato, con un conseguente impoverimento degli alloggi di edilizia residenziale pubblica sia in termini qualitativi che quantitativi.

Secondo le AS lombarde, interventi considerati efficaci per il contrasto alla povertà sono l’inserimento professionale favorito da sgravi fiscali alle aziende (94,7%), ma anche l’attività formativa e di orientamento al mercato del lavoro (91,4%), la possibilità di usufruire di alloggi popolari o di un sostegno economico per l’abitazione (89,6%), un reddito temporaneo di base erogato in modo condizionale (79%) e carte ricaricabili per beni di prima necessità (60%). Quindi, formazione, lavoro, abitazione e sostegno economico temporaneo e finalizzato sembrano costituire un mix di elementi tali da permettere alle persone di fronteggiare le situazioni di povertà. Sorprendentemente, invece, la maggioranza delle rispondenti (81,4%) non ritiene particolarmente utile per il contrasto della povertà un reddito universale, di base, erogato in modo incondizionato e la definizione di povertà viene collegata solo in parte alla carenza di mezzi di sussistenza (12,9%). Sembra dunque che le assistenti sociali considerino come nodo critico nelle situazioni di povertà la modalità di gestione delle risorse economiche delle famiglie e che quindi il denaro erogato debba essere vincolato all’acquisto di specifici beni necessari alla sussistenza, limitato nel tempo e legato all’attuazione di percorsi che favoriscano la fuoriuscita dalla povertà. Una risposta alla povertà, quindi, che prevede un governo dei comportamenti di spesa e l’accompagnamento a una transizione al mercato del lavoro (eventualmente anche tramite la formazione). E questo nonostante le definizioni di povertà date dalle assistenti sociali lombarde siano state più in linea con quelle di un fenomeno multidimensionale, non legato solamente a dimensioni di reddito e consumo. Sembra quindi ci sia un’ambiguità tra la definizione di povertà e le risposte considerate rilevanti nel contrastarla, che invece sottendono una visione della povertà monodimensionale, intesa come responsabilità individuale e non come fenomeno legato a meccanismi sociali e disuguaglianze strutturali.

 

La povertà come fenomeno strutturale o come responsabilità individuale?

Un paradosso forse solo apparente: la condizionalità potrebbe essere considerata dalle AS lombarde come spinta al miglioramento della situazione di vita delle persone attraverso un lavoro di affiancamento dei percorsi di vita per facilitarne l’autonomia. Le attività da potenziare per fronteggiare le situazioni di povertà vengono infatti individuate nella presa in carico (30,3%) e nell’accesso a servizi di prossimità (20,9%). Vale a dire che per le assistenti sociali vi sono due aspetti da potenziare: uno legato al lavoro con il territorio e la comunità come luoghi di risorse formali e informali nei contesti di vita e l’altro che vede il focus sul lavoro professionale diretto con le persone.

La contraddizione scaturisce probabilmente, da un lato, da un modello di welfare regionale, quello lombardo, di stampo neoliberista che considera la povertà come una condizione individuale da affrontare attraverso l’inclusione lavorativa. Ma potrebbe anche rimandare a un conflitto tra mandato professionale, secondo il quale bisogna tenere in considerazione la complessità e la multidimensionalità dei problemi e delle vite delle persone, e mandato istituzionale, che come abbiamo visto invece spinge verso tipi di risposta ben definiti e monodimensionali.

La sfida che le professioniste si trovano davanti è quindi quella di salvaguardare metodologia, principi e valori della professione nel costruire, insieme alle persone, progetti di aiuto che abbiano come cornice le politiche sociali in atto: mantenendo e coltivando spazi di discrezionalità nel proprio agire professionale, lavorando per ridare voce e potere alle persone che si rivolgono ai servizi e infine evidenziando le contraddizioni e i problemi in termini di perseguimento della giustizia sociale che emergono dall’attuale sistema di welfare locale.

 

Riferimenti bibliografici nel testo

  • Biorcio, R. e T. Vitale (2016) Italia Civile, Donzelli, Roma
  • Facchini, C. (2010) Tra impegno e professione. Gli assistenti sociali come soggetti del welfare, Il Mulino, Bologna
  • Gori, C. (2018) Il welfare delle riforme? Le politiche lombarde tra norme e attuazione, Maggioli, Santarcangelo di Romagna
  • Tognetti Bordogna, M. (2015) Voglio fare l’assistente sociale. Formazione e occupazione dei laureati in servizio sociale in tempo di crisi e discontinuità, Angeli, Milano