E’ appena stato pubblicato il primo monitoraggio del Reddito di Cittadinanza a cura della Caritas Italiana. Un lavoro corposo, che mette sotto la lente di ingrandimento diversi aspetti della misura, arrivando a proporne alcune direttrici per una revisione…
Sono tanti i messaggi contenuti nel rapporto, in questo articolo riprendiamo la parte specifica che riguarda gli operatori sociali impegnati nel Patto per l’inclusione ed il lavoro sociale della presa in carico (cap.4). Una parte che è stata elaborata mediante la realizzazione di focus group con coordinatori e case manager impegnati nell’équipe RdC territoriali, che hanno coinvolto anche diversi territori lombardi.
Alcuni dati inediti
Questa parte del rapporto presenta alcuni dati inediti, di fonte ministeriale, sulla presa in carico.
Un primo dato era già conosciuto, ovvero che mediamente poco più della metà dei nuclei lombardi richiedenti l’RdC (53,3%) viene indirizzato ai servizi sociali per la stipula del Patto per l’inclusione sociale. Dopo Puglia e Lazio, siamo la regione con la percentuale più alta di invio ai servizi sociali. Quello che non sapevamo, invece, è che la presa in carico poi viene effettivamente avviata per un nucleo su due (45,8%). La situazione generale è piuttosto variegata, con le regioni di minor dimensione (e numeri complessivi più contenuti) che si assestano su percentuali decisamente più elevate (Molise, Basilicata, Abruzzo).
Come mostra il grafico, la presa in carico si orienta in prevalenza all’invio ai CPI, sebbene nel Nord in misura minore rispetto al resto del Paese. Ma il dato più interessante che viene riportato nell’analisi è che di quella metà indirizzata ai servizi sociali, la percentuale di nuclei che vengono definiti “serviti” ovvero che arrivano alla stipula del patto o con percorso chiuso, raggiunge solo il 14%. Anche in questo caso il rapporto cita un’eterogeneità territoriale, senza riportare però il dato puntuale per Regione, non sappiamo pertanto se e quanto i territori lombardi si distanzino dalla media. Certo è che questi dati, sicuramente segnati dall’impatto della pandemia e dalla stessa sospensione della condizionalità, interrogano sulle fatiche e sugli ostacoli della presa in carico da parte del servizio sociale.
Le fatiche e gli ostacoli della presa in carico dei nuclei RdC
Le fatiche che riportano gli operatori interpellati dall’indagine, sono riferite alle diverse tappe del percorso di presa in carico.
Nel momento della convocazione sono relative a:
- il contatto con i beneficiari, quando ad esempio cambia la residenza, vi sono errori nei riferimenti, o si riscontra l’irreperibilità del beneficiario;
- a monte, anche nell’aggiornamento parziale della piattaforma GePI, da cui il casemanager viene a conoscenza dei nuclei da prendere in carico, che risulta non sempre aggiornata da INPS;
- la stessa pandemia, che ha inciso negativamente sui tempi di convocazione;
- la scarsa consapevolezza da parte dei beneficiari circa la condizionalità, da cui pertanto deriva frequentemente un atteggiamento di diffidenza e resistenza su cui il case manager deve lavorare per aprire uno spazio di relazione e di fiducia;
- l’amplificazione di queste criticità quando la convocazione avviene a parecchi mesi dall’avvio della misura: il cittadino non capisce perché, d’improvviso, si pone il tema della condizionalità, quando per diversi mesi ha percepito il beneficio senza nessun vincolo o richiesta.
Nella fase di analisi preliminare l’impatto critico principale è stato relativo alla pandemia e al rallentamento, se non vera e propria interruzione, delle convocazioni per i colloqui.
Nella fase di stipula del patto le fatiche prevalenti riguardano:
- gli esiti A, ovvero le situazioni che evidenziano un bisogno prevalente nell’area lavoro e che implicano un invio ai servizi per il lavoro (CPI o Afol). Qui pesa la scarsa collaborazione tra servizi, se non è stata coltivata, o è stata abbandonata, dopo l’epoca SIA-REI e un’interoperabilità ancora non pienamente funzionante tra piattaforme – GePI e MyAnpal – attraverso cui dovrebbe avvenire il passaggio dei casi;
- gli esiti C, i casi complessi per cui sarebbe necessaria l’attivazione di un’équipe multidisciplinare. Qui la criticità è sia sostanziale, poiché in alcuni territori l’équipe non è ancora costituita e gli esiti C mai praticati privilegiando esiti semplificati (B); ma anche formale, ovvero anche quando prevista non viene registrata formalmente su GePi per la complicazione della richiesta dei codici fiscali degli operatori, con il risultato che la piattaforma fotografa parzialmente il lavoro di collaborazione presente sui territori e sovrastima i patti semplificati.
Nella fase di erogazione dei sostegni pesa invece la scarsità di offerta che connota alcuni contesti territoriali.
Le direttrici per migliorare
Oltre alle criticità, gli operatori hanno evidenziato alcuni elementi di investimento, su cui è cresciuta la consapevolezza nel corso di questa prima fase di attuazione della misura. Innanzitutto è forte il riconoscimento di grande opportunità che l’RdC sta costituendo per il servizio sociale tutto, in termini di legittimità e di riconoscimento, e quindi di opportunità da giocare al meglio.
Uno dei principali elementi di sfida per il prossimo futuro è relativo al tema della rete. Perché il reddito funzioni come misura di attivazione la tessitura di relazioni con il territorio è centrale. I focus hanno messo in evidenza che talvolta le équipe sono giocate molto “internamente” ai servizi sociali, anche quando implicano sin dall’analisi preliminare il coinvolgimento di altre figure come lo psicologo o l’educatore, spesso si tratta di ruoli interni all’ente pubblico. Lo sforzo è spingere verso una rete e delle équipe capaci di coinvolgere le altre istituzioni (cpi, asl/ats, scuole…) e enti di terzo settore.
Le condizioni per poter rafforzare questa parte e poter potenziare la presa in carico sono
- la stabilizzazione del personale. Spesso il turn over vissuto nelle équipe ha rappresentato un limite. Certamente il recente investimento del Ministero di risorse dedicate al potenziamento del servizio sociale, rappresenta un grande passo in avanti.
- una maggior flessibilità nell’uso delle risorse. Da una parte rispetto al target. Da tempo si sottolinea l’importanza di poter erogare i servizi anche ad utenza non beneficiaria di RdC, per potenziare l’ottica di prevenzione. Dall’altro il tema è legato al vincolo sul tipo di sostegni: ci sono aspetti rilevanti di bisogno che oggi non vengono contemplati, uno su tutti il bisogno abitativo.
- semplificazioni nella gestione. Gli oneri gestionali ed amministrativi pesano molto, sicuramente i territori si stanno strutturando e hanno compreso la necessità di rafforzare anche queste parti del servizio, ma in tanti concordano che sarebbe necessario alleggerire questa parte (oneri amministrativi, semplificazione piattaforme, programmazione pluriennale delle risorse….).




