Sono in corso le audizioni presso la III Commissione Consiliare, dopo l’emanazione delle linee guida che dettano le direzioni di riforma che Regione Lombardia intende adottare dopo gli anni di sperimentazione della l.r.23, a seguito alle indicazioni ministeriali coordinate da Agenas.
Entro novembre dovrebbe essere approvato il progetto di legge, che declinerà nel dettaglio la traduzione organizzativa e gestionale delle direzioni indicate. Intanto arrivano le osservazioni dei diversi stakeholder che, a seguito delle audizioni, stanno facendo pervenire le proprie indicazioni. Vediamo i messaggi principali lasciati da Anci Lombardia.
Troppo poco, per capire bene
Partiamo dal fondo. In chiusura di documento Anci richiama la necessità di mantenere momenti di confronto più approfonditi sul testo del Progetto di legge “vero e proprio”, dato che oggi le linee indicano principi e disegno organizzativo di massima, senza entrare nel dettaglio attuativo. Si avanza la richiesta di confrontarsi sulle modalità con cui si darà forma a tali principi, con particolare riferimento alla governance complessiva. In più parti del documento si richiama il fatto che, da quando è in atto la l.r. 23, i Comuni “hanno visto rarefarsi il peso della loro partecipazione e rappresentanza”. La richiesta a Regione è dunque quella di mantenere aperto il confronto, nella sostanza del disegno, non solo in avvio. Più in generale Anci invoca un “cambio di paradigma sostanziale”: se l’approccio alla revisione della riforma è quello dichiarato, ovvero del cosiddetto one health, ovvero pensare alla sanità non solo come accesso e qualità delle cure, ma considerandone la più ampia visione di salute e benessere (ambiente, sport, alimentazione.), i Comuni “devono esserci” non per proprio desiderio, ma perché snodo essenziale per una visione di sistema.
Giusto riconoscimento alla rappresentanza
Il limite di partecipazione e rappresentanza a livello regionale, cresciuto negli ultimi anni, va di pari passo con quello locale. ATS troppo ampie, per cui il confronto è diventato troppo spesso solo “formale e di presa d’atto”, interlocuzione con ASST praticamente assente, soprattutto sui servizi. Quanto viene indicato dalle linee guida sui raccordi e i coinvolgimenti dei Sindaci, poi, è giudicato troppo generico. Il messaggio di Anci è duplice: parere della Conferenza dei sindaci obbligatorio sui temi di integrazione sociosanitaria e funzioni analoghe di rappresentanza dei Comuni anche per ASST e i nuovi distretti.
In chiusura si fa anche un richiamo agli aspetti formali del modello relazionale tra Regione e Comuni, chiedendo l’adozione di un procedimento che preveda “un’intesa forte” dei Comuni, dunque con parere obbligatorio degli stessi, su materie ad alta integrazione sociosanitaria quali politiche per la famiglia, abitative, di contrasto alla povertà, di sostegno alla disabilità e alla non autosufficienza, di presidio della salute del territorio compresa la medicina di base, l’infermieristica familiare e le cure post ospedaliere nonché sul dimensionamento degli ambiti, tema quello dell’azzonamento che con la l.r.23 ha creato non poche frizioni.
Più integrazione, a vari livelli
Qui il messaggio è univoco ma i livelli toccati sono differenti.
Da una parte il richiamo all’integrazione riguarda il livello istituzionale e allora si guarda, come in passato, all’auspicio dell’Assessorato unico sanità e sociale, previsto dalla l.r.23 ma mai attuato. Si guarda con favore anche all’indicazione di Agenas di un’unica ATS, una volta compiuto “davvero” il superamento dell’attuale parziale sovrapposizione tra le funzioni assegnate ai due organismi (Agenzie e Aziende) e perimetrata la funzione delle ATS unicamente sul profilo programmatorio. Questo nell’auspicio che a livello locale possa semplificarsi l’interlocuzione, avendo unicamente Comuni da una parte – con gli ambiti territoriali – e ASST dell’altra, con i distretti.
E qui il livello cambia, si passa all’integrazione organizzativa e gestionale. Bene i distretti, quali articolazione delle Asst, la cui dimensione dovrà però essere definita in dialogo con Comuni e Ambiti, perché un parametro secco di un distretto ogni 100mila abitanti potrebbe non adattarsi bene alle caratteristiche differenti del territorio regionale. Integrazione organizzativa da presidiare anche quando si capirà come dare diversa e concreta attuazione al principio di continuità assistenziale ospedale-territorio, presente nei dichiarati regionali da almeno 20 anni, e a quello, più recente, di centralità del territorio. Integrazione da pensare e realizzare nelle Case della comunità, previste dal PNNR, per cui oggi i Comuni sono chiamati saltuariamente per capire se hanno spazi da mettere a disposizione, e poco altro. Da pensare e realizzare anche nel raccordo professionale tra servizi comunali, in primis sociali, e MMG/PLS e le nuove figure di infermiere di comunità.
Integrazione infine nella programmazione delle politiche e dei servizi: si passa da richieste annose come quella dell’allineamento delle scadenze programmatorie poste in capo a Comuni e Ambiti, ormai diventate una giungla; al raccordo delle programmazioni sociali e sociosanitarie, nonché della riforma stessa con la nuova programmazione zonale, in corso; ma anche all’auspicio di coprogrammazione tra Ambiti e Distretti affinchè “servizi condivisi e co-progettati diventino punto di riferimento efficace per il cittadino nelle diverse fasi della vita e in relazione i diversi bisogni”. A garanzia si richiama la necessità di costituire Tavoli istituzionali di integrazione sociosanitaria, aperti al terzo settore, sempre a livello di Ambito e Distretto, a garanzia di un “confronto precoce sull’integrazione”.


