Le RSA di fronte all’irrompere del Covid
Era il marzo 2020 quando scoppiavano i primi focolai di Covid-19sul territorio nazionale e già iniziava a parlarsi della “strage degli innocenti” nelle case di riposo.
I riflettori mediatici si sono da subito accesi su queste realtà, così come immediatamente sono state avviate inchieste da parte dell’autorità giudiziaria, finalizzate a trovare i colpevoli del diffondersi del virus nelle strutture, come se l’individuazione di un responsabile in quel momento fosse un atto dovuto per giustificare una simile tragedia.
Le RSA si sono perciò trovate a combattere per mesi non soltanto contro il virus, ma anche contro il dilagare di un’immagine negativa, che ha portato inesorabilmente molti italiani a nutrire una certa diffidenza sulla capacità di questi luoghi di garantire la sicurezza dei propri anziani ospiti.
Ciò in quanto non si è compreso che questa unità d’offerta non presidia un bisogno di cure per acuti, ma offre servizi prevalentemente di natura assistenziale ed alberghiera, volti a supportare, ad esempio, un anziano ultraottantenne che non può più essere assistito al domicilio. Ciò forse a causa di una visione “ospedalocentrica”, nonché di alcune delibere Regionali che hanno aperto le porte delle RSA all’accoglienza degli anziani dimessi dopo il contagio, per garantire agli Ospedali di continuare ad accogliere casi Covid; questo ha comportato l’evidente pericolo di far dilagare il virus nelle RSA, ma soprattutto ha evidenziato l’incapacità pubblica di comprendere i rischi di tali scelte.
Una nuova primavera per le RSA sembrava destinata a sorgere con l’avvento dei vaccini, in quanto finalmente le strutture potevano ricevere uno strumento efficace per tutelare la salute dei propri anziani. Con l’avvio della campagna vaccinale, partita proprio da queste strutture e dalla popolazione fragile ospitata, le RSA diventavano infatti uno dei luoghi più sicuri.
Si sperava quindi che, superato il momento più critico dell’emergenza sanitaria, prendesse avvio un percorso di revisione del sistema salute nel suo complesso che, anche alla luce delle vulnerabilità emerse nella pandemia, potesse finalmente portare alla valorizzazione e al rafforzamento delle RSA, purtroppo spesso emarginate e dimenticate, come unità d’offerta indispensabili ed integrate sul territorio.
In altri termini, ci si aspettava la costruzione di una rete territoriale di presa in carico dell’anziano e dalla sua famiglia che partisse proprio dalle RSA per fornire una risposta al progressivo aumento della popolazione fragile e all’esigenza di un innalzamento degli standard qualitativi di tutti i servizi rivolti a questa fascia della popolazione.
Un protocollo d’intesa per censire le RSA
Pochi giorni fa il Ministero della Salute ha però reso evidente la volontà di perseguire un obiettivo diverso: non quello di fornire risposte alle esigenze del sistema, ma – si direbbe – quello di cercare, ancora una volta, presunti colpevoli.
Il 19 maggio 2021 è stato infatti sottoscritto un Protocollo di intesa, della durata di tre anni, tra il Ministero della Salute e il Comando dell’Arma dei Carabinieri, per la ricognizione delle residenze per anziani presenti sul territorio italiano.
Il Protocollo è il frutto – come si legge nel comunicato stampa – del lavoro della Commissione per l’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, anche nota come “Commissione Paglia” in onore del suo Presidente, Monsignor Vincenzo Paglia, congiuntamente alla Direzione generale della programmazione del Ministero della Salute. L’accordo prevede una collaborazione al fine di eseguire la mappatura, a livello comunale, di tutte le residenze socio-assistenziali variamente denominate (case di riposo, case alloggio, case famiglia) presenti sull’intero territorio nazionale. Come secondo obiettivo si pone quello di realizzare un’anagrafe delle strutture socio-residenziali, recante il numero delle strutture operative, la rispettiva capacità ricettiva, le modalità organizzative ed ogni altro aspetto d’interesse.
All’Arma, in particolare, è affidato il compito di “effettuare il censimento delle strutture” e di “svolgere le successive verifiche in relazione a situazioni meritevoli di approfondimento”. Per realizzare tale missione il Ministero si impegna a dare il supporto necessario, fornendo – come si legge nel comunicato – la consulenza tecnico-giuridica per l’individuazione della normativa nazionale e regionale.
Un compito dunque singolare, quello affidato ai Carabinieri, che per i prossimi tre anni avranno “in mano” le RSA con l’obiettivo primario, come purtroppo si teme, di verificare “le situazioni meritevoli di approfondimento”, piuttosto che di censire le strutture. Del resto non può negarsi che l’intervento dell’Arma per mappare le residenze socio-sanitarie sia sostanzialmente inutile, sia perché il soggetto preposto, per sua natura, è privo di un’effettiva conoscenza del sistema di tutela delle fragilità, che perché il numero delle strutture appartenenti alla rete socio-sanitaria, così come la tipologia del servizio erogato, sono dati già in pieno possesso delle Regioni. In questi elenchi, infatti, figurano tutte le RSA anche solo autorizzate al funzionamento, per non parlare di quelle accreditate e a contratto. Analogamente, è giusto ricordare che nell’ambito della non autosufficienza anziana anche tutto il sistema di conoscenza, autorizzazione e controlli, è già nella disponibilità delle Regioni e delle Aziende Sanitarie Locali. Già oggi, chi aprisse una RSA per anziani non autosufficienti senza una previa autorizzazione pubblica, commetterebbe un illecito per il quale i Nas hanno l’obbligo di intervenire senza necessità di ulteriori disposizioni ministeriali.
Il Protocollo pare dunque rispondere ad un’esigenza di mero effetto comunicativo, mirato probabilmente a deresponsabilizzare alcuni Organi di Governo che, ad oggi, non si pongono l’obiettivo di tutelare quale bene prezioso la salute della popolazione anziana.
Un po’ di storia delle RSA
Un intervento come quello previsto dimostra soprattutto un’incompleta conoscenza di quella che è la storia delle residenze, che qui giova ricordare. Le RSA sorgono verso la fine degli anni ’80 quando, con la legge finanziaria del 1988, vengono allocati 30.000 miliardi di lire per la realizzazione di 140.000 posti per anziani e soggetti non autosufficienti non assistibili al domicilio.
Nell’arco di pochi anni, tra il 1992/1994, viene definito un progetto-obiettivo nazionale di tutela della salute degli anziani, che comincia a proporre l’idea di una valutazione geriatrica iniziale per individuare il servizio più appropriato a rispondere ai bisogni dell’anziano; in seguito, vengono contestualmente adottate le Linee Guida del ’94, che rappresentano ancor oggi l’unico atto di programmazione nazionale che ha definito i possibili standard gestionali di tali strutture. Le Linee Guida, tuttavia, non avevano carattere cogente, tanto che le Regioni hanno continuato – e continuano tutt’oggi – ad avere standard gestionali differenti.
D’altra parte con il D.P.R. 14 gennaio 1997 sono stati definiti, a livello nazionale, i soli requisiti strutturali minimi per l’autorizzazione al funzionamento dei servizi sociosanitari di natura residenziale e semiresidenziale.
Cosa ci dice questo breve excursus? Non solo che da quasi 30 anni non vengono revisionati i bisogni delle strutture e degli anziani ospiti, ma che ci si trova anche ad avere requisiti strutturali uniformi a livello nazionale contro 20 standard, diversi da regione a regione, per definire le dotazioni di personale; questo mette inoltre in rilievo l’assoluta carenza di una scala di valutazione omogena del bisogno dell’ospite
In Lombardia, ad esempio, come è noto si usa il sistema “Sosia”, una classificazione basata sull’analisi di una serie di fattori: mobilità, cognitività, comorbilità, ecc.; mentre in altre Regioni si utilizzano diversi criteri di valutazione o, in alcuni casi, nulla.
La necessità di criteri omogenei per la valutazione del bisogno
Alla luce di tutte le criticità rese evidenti dalla pandemia, ci si aspettava dunque che il Ministero programmasse un’azione rivolta alla popolazione anziana partendo da un’attenta analisi del bisogno, visto che il sistema di tutela dell’anziano si fonda su atti di programmazione risalenti a quasi 30 anni fa, sebbene la situazione demografica oggi sia completamente diversa. Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana dovrebbe infatti portare a interrogarsi maggiormente sui servizi per la presa in carico tanto della popolazione anziana quanto della cronicità.
Sarebbe pertanto opportuno definire innanzitutto un criterio omogeneo di valutazione del bisogno, per poi ragionare sull’appropriatezza della presa in carico. L’aumentata età media della popolazione e la cronicizzazione nel tempo di svariate patologie acute, infatti, sottolineano l’urgente necessità di dotarsi di un luogo, tanto fisico quanto operativo, per indirizzare la persona al servizio più appropriato alla tipologia di bisogno espresso.
È perciò il momento di costruire effettivamente una solida filiera di servizi sul territorio, da quelli domiciliari a quelli residenziali, passando per quelli di sostegno diurni o ambulatoriali, piuttosto che i servizi di supporto ai caregiver familiari; il punto di partenza, in ogni caso, non può che essere un corretto percorso di analisi del bisogno della persona anziana e del suo nucleo famigliare.
Un sistema da ripensare
Voler cercare a tutti i costi un colpevole per le tragiche morti della pandemia rischia annullare la dignità delle residenze, luoghi che si pongono l’obiettivo di garantire l’assistenza e l’aumento tanto delle possibilità di vita per i soggetti cronici, quanto, se non soprattutto, della qualità di quella parte della vita stessa.
“Le RSA devono essere ripensate”: questa, a volte, pare essere l’unica dichiarazione che sentiamo a livello pubblico. Una variante sul tema è: “no alle RSA, sì all’assistenza domiciliare”.
Forse serve molto di più. E’ necessario un ripensamento non soltanto del sistema socio-sanitario, inteso come quella filiera di servizi sopra delineati, ma anche di quello sanitario nel suo complesso. Questo perché l’emergenza sanitaria pandemica ha mostrato difficoltà di dialogo e di collaborazione tra i diversi attori, anche a causa di una concezione che ha assegnato un ruolo prioritario agli ospedali, lasciando scoppiare il dramma nelle RSA, rimaste prive di un adeguato supporto.
In questo momento il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è un buon punto di partenza per destinare risorse al settore, ma è importante che i fondi siano utilizzati non soltanto al fine di realizzare un’ampia riforma dei servizi domiciliari, che a loro volta debbono essere letti in modalità differenziata in relazione ai differenti bisogni (si pensi al tema dell’adeguamento domotico), ma anche per potenziare tutti gli altri servizi, compresi quelli residenziali.
Ciò che occorre, in altri termini, è una maggiore attenzione verso queste realtà che devono essere ripensate come presidi fondamentali sul territorio, superando le criticità del passato e costruendo il futuro dei servizi assistenziali per gli anziani, se non più ampiamente della cronicità, come (in parte) ben espresso dal PNRR.


