Emergenza: una nuova normalità?

Con l’arrivo della seconda ondata della pandemia di Covid 19, molti hanno cominciato a temere che l’emergenza dei mesi scorsi possa  diventare una “nuova normalità”, con la quale bisognerà fare i conti a lungo. Quali saranno i risvolti di questo stato di cose sui servizi sociosanitari lombardi? Quali sono gli apprendimenti da trarre dal tragico periodo della fase 1? E, ancor più importante, su cosa è necessario focalizzarsi adesso? Spesso, è solo strada facendo che il cammino si fa più chiaro.
Per provare a rispondere a queste domande abbiamo intervistato il Responsabile Sanitario e il Direttore di una RSA della provincia di Milano.

 

Guardando agli avvenimenti della scorsa primavera, potete dirci cosa ha funzionato (e cosa no) tra le cose messe in atto? A cosa ritenete sia importante prestare attenzione ora, in uno scenario che sembra non essere più quello di  un’emergenza temporanea bensì di una precarietà e un’allerta stabili? 

La normalità di una RSA non può essere questa. L’esperienza vissuta nei mesi scorsi ha segnato tantissimo gli operatori, gli Enti e  gli ospiti della struttura. Due sono gli aspetti principali da mettere in rilievo.

Il primo è la solitudine nella quale abbiamo dovuto compiere le scelte. Gli eventi accaduti sono stati  nuovi  e destabilizzanti per tutti, istituzioni incluse, e ci è mancato soprattutto il confronto. All’inizio ci siamo trovati senza nessuna indicazione terapeutica mentre le linee di indirizzo cambiavano in continuazione. Già alla fine di gennaio, quando non si parlava ancora di pandemia ma circolavano già le prime voci su un nuovo virus, la nostra RSA di sua iniziativa aveva acquistato mascherine FFp3, per prepararsi al peggio. Quando il 24 febbraio abbiamo chiesto a tutto il personale di indossare la mascherina chirurgica, lo abbiamo fatto “irrispettosi” delle indicazioni di allora, che ci dicevano che la mascherina era da indossare solo con i malati di Covid.
I nostri operatori (inclusi quelli di  ADI, RSA aperta e SAD) e gli ospiti non sono mai rimasti senza dispositivi di alta protezione; ma non è stata un’esperienza facile.
Vale la pena di ricordare le difficoltà nel dotarsi dei DPI, in certi momenti destinati prioritariamente a CRI e protezione civile, che sono risultati difficilissimi da reperire oltreché molto costosi. Telefonare ai fornitori e sentirsi negare i DPI ha aumentato la sensazione di solitudine, ma anche la nostra determinazione.

La seconda cosa da sottolineare è che si è parlato tanto della condizione fisica degli ospiti, ma ben poco dell’impoverimento relazionale, cognitivo e funzionale da loro subito durante questo lungo periodo. In circostanze come queste non basta potenziare il lavoro di ASA e infermieri ma occorre puntare su psicologi e educatori, figure cruciali.
Per provare a salvare la vita agli ospiti abbiamo dovuto tenere i parenti fuori dalla struttura. Questo ha comportato la necessità di stringere un’alleanza forte tra operatori, parenti e ospiti. Un’alleanza basata sulla chiarezza e sulla ricerca comune della verità; abbiamo passato ore ed ore ad aggiornare i parenti sulle condizioni cliniche degli ospiti.

Dal primo giorno, abbiamo preso due decisioni: avremmo affrontato la situazione adottando sempre la scelta più tutelante, più protettiva; avremmo sempre cercato la verità e l’avremmo sempre detta agli operatori e ai parenti, pur se scomoda o spaventosa.

A marzo, un’ospite ha manifestato i sintomi del Covid:  riuscire a farle il  tampone fu difficilissimo. Risultò negativa ma poi, l’uno dopo l’altro, 22 ospiti sono risultati affetti da Covid. All’inizio abbiamo avuto a disposizione solo cinque tamponi; anche scegliere su chi usarli è stato difficile.
Nel frattempo è stato appositamente compartimentato un  nucleo al quale sono stati adibiti sempre gli stessi operatori. Poi, quasi per caso, abbiamo potuto avere la disponibilità del Policlinico di Milano e, grazie alla collaborazione straordinaria delle persone che ci lavorano, all’interno della nostra struttura abbiamo effettuato moltissimi tamponi (a tutti i nuovi utenti presi in carico, a tutti gli operatori di tutti i nostri servizi, anche ai loro contatti stretti): se vuoi provare a tenere il virus fuori dalla porta, devi mantenere vivissima l’attenzione. In quel momento, le indicazioni erano di testare solo i sintomatici, ma la prevenzione poteva avvenire solo intercettando gli asintomatici. Queste decisioni autonome ci hanno permesso, con immani sacrifici, di circoscrivere il virus, nonostante la defezione di 5 o 6 infermieri passati agli Ospedali. In parallelo, noi tutti abbiamo vissuto la difficoltà di dover tenere insieme le fatiche fisiche, personali, emotive e le tante lacrime versate per non riuscire a vedere la fine del tunnel (come poi accaduto a fine aprile).

Ci auguriamo che questa drammatica esperienza possa almeno servire a ricollocare la RSA là dove deve stare, cioè all’interno del territorio. Sebbene la Regione Lombardia ce lo chiedesse[1], noi non abbiamo mai nemmeno ipotizzato di accogliere persone malate di Covid perché le RSA,  strutturalmente non sono adatte a garantire gli isolamenti e perché i nostri sono luoghi di vita e non ospedali. Le RSA devono essere uno snodo nel territorio, un punto d’incontro tra casa, albergo e ospedale.

Spostando ora il discorso su un piano più prettamente amministrativo, organizzativo ed economico, analogamente a moltissime RSA anche la nostra ha dovuto misurarsi con vari problemi, evidenziati in precedenti contributi di Lombardiasociale[2].
Nei mesi, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Giunta della Regione Lombardia sono pervenute diverse indicazioni, quasi sempre tardive (chiusura delle visite ai parenti, adozione dei DPI, ecc) e a volte contraddittorie, che si sommavano le une alle altre, imponendo nuovi obblighi (e relativi oneri) alle residenze.
Abbiamo deciso da subito che i conti li avremmo fatti alla fine e che avremmo operato senza badare a spese. Però non è stata un bel segnale la riduzione degli acconti (dal 95% al 90%) fatta dalla Regione nei confronti degli enti gestori, proprio mentre erano impegnati ad affrontare la crisi. Il taglio dei fondi rischia di provocare la riduzione della spesa e conseguentemente, dell’assistenza.
Quello dei conti è rimasto un punto dolentissimo. Abbiamo avuto maggiori esborsi e minori entrate. I vari provvedimenti emanati dalla Regione Lombardia a supporto dei maggiori esborsi sostenuti dalle RSA per la pandemia si sono risolti in aumenti di budget e di tariffe del tutto insufficienti, che ammontano più o meno alla metà di quel che servirebbe, tanto più che la quota sanitaria è immobile da anni e che proprio di recente ci sono, finalmente, stati gli aumenti contrattuali del personale che aveva gli stipendi fermi da anni.
Alcune RSA stanno pensando di aumentare la quota assistenziale di 2 o 3 euro al giorno per coprire il forte incremento dei costi sanitari legati al Covid: questo certamente provocherà problemi, sia di mercato che alle famiglie.

 

Cosa si può imparare da quanto messo in campo durante la “prima ondata”? Se lo stato di allerta perdurasse, quali sono gli elementi che è importante  non perdere?

Per quanto riguarda la RSA, la nostra carta vincente è stata la sintonia tra direzione sanitaria e direzione generale, che non sempre è scontata. Essa si è riproposta anche nell’atteggiamento verso gli operatori, che non sono stati lasciati allo sbaraglio ma ascoltati e  tutelati .
La sintonia che si è creata, come già detto, ruota  intorno a due valori: essere sinceri e coerenti con tutti i lavoratori, gli ospiti e i loro parenti e scegliere sempre l’alternativa che espone i nostri ospiti e i lavoratori al rischio minore.
La seconda cosa da imparare dagli avvenimenti trascorsi è che occorre pianificare e programmare (a tutti i livelli, anche solo per l’acquisto del materiale).Non ci sono scappatoie, se si vuole mantenere una certa qualità del servizio, è essenziale: a) chiarire gli obiettivi; b) rendere disponibili i fondi idonei a raggiungerli.
Si è poi rivelato vantaggioso il gestire una pluralità di servizi: questo ci ha permesso di estendere i tamponi anche agli utenti dei servizi domiciliari e di instaurare una forte collaborazione con i MMG del territorio, mossa strategica su vari fronti.
Infine, abbiamo verificato come sia cruciale sforzarsi di avere la massima trasparenza con gli ospiti e i familiari, facendo tutto il possibile anche per mantenere regolare la comunicazione con  loro e tra i parenti e gli anziani ricoverati.

Affrontando il discorso a livello più generale, si è già accennato all’importanza di prevedere per le RSA figure quali lo psicologo e l’educatore. Un’altra priorità sul versante del personale dev’essere quella di dare stabilità e dignità al lavoro di medici e infermieri delle RSA, ora visto come secondario rispetto a quello delle analoghe figure ospedaliere. L’idea che il lavoro nelle strutture sia di serie B va combattuta: nelle RSA si può imparare tantissimo, sia sul piano professionale sia su quello umano e relazionale.

Con riferimento ai decisori, infine, quanto successo nei mesi scorsi indica a gran voce che i processi devono essere governati efficacemente e nei tempi giusti. Questo implica sia emanare linee guida chiare che occuparsi in modo esauriente dei costi perché, quando si mettono sul tavolo obiettivi di gestione del sistema, in contemporanea occorre affiancarli  con le risorse per concretizzarli.

 

 


[1]Dgr XI/2906 dell’8/3/2020
[2] Si vedano, tra gli altri : DGR 3226, a gran voce semplificazioni e chiarezza | Lombardia Sociale
RSA lombarde: un silenzio … assordante | Lombardia Sociale