Nelle ultime settimane, è cresciuto il dibattito sui possibili miglioramenti da apportare al welfare lombardo. Si tratta di un segnale importante, che lascia intravedere la possibilità di sostanziali passi in avanti. Affinché questi diventino realtà, però, è decisivo non ripetere gli errori già compiuti dalle precedenti amministrazioni regionali.

 

Primo. Politiche, non principi

L’integrazione socio-sanitaria, la presa in carico integrata e flessibile, la continuità assistenziale, il rafforzamento del sistema di offerta e l’ampliamento delle risposte a domicilio rappresentano – da tempo – gli obiettivi dichiarati della Giunta Fontana. Sono stati enunciati nel Programma di sviluppo approvato ad avvio legislatura (2018) e riproposti anche nel più recente Piano sociosanitario integrato 2019-2023.

L’attualità di tali finalità è stata confermata, tra l’altro, da un recente intervento dell’Assessore Bolognini che – poche settimane fa – è tornato a parlare della visione strategica della Regione in tema di domiciliarità, mettendo al centro la valutazione multidimensionale, il piano assistenziale individualizzato e la prospettiva del budget unico.

Gli obiettivi ritenuti essenziali dalla Giunta Fontana nel 2018, e confermati oggi, rappresentavano già le priorità dichiarate dalla precedente Giunta Maroni, a partire dal suo insediamento nel 2013. A ben vedere, la stessa Giunta Formigoni, nei suoi ultimi anni di vita, aveva espresso la volontà di procedere in questa direzione  (si veda uno specifico approfondimento in merito).

Sia nel mondo della politica che tra gli addetti ai lavori è difficile trovare qualcuno in disaccordo su tali obiettivi. Ma, come detto, il diffuso consenso in merito non è certo una novità. Il punto, invece, è quello di riuscire a rendere concreti – in tutto il territorio lombardo e a regime – evitando che rimangano solo parole, come purtroppo è accaduto nella scorsa legislatura. Il primo errore da non ripetere per l’attuale Giunta è quindi quello di perdere l’occasione d’intraprendere il cammino per realizzare il cambiamento indispensabile al welfare regionale, invocando principi unanimemente condivisi ma restando poi incagliata nelle sole enunciazioni.

 

Secondo. Contenuti, non contenitori

La Giunta Maroni, inizialmente, aveva agito in modo coerente ed efficace nel declinare operativamente i propri obiettivi di riforma, ma si inceppò a metà mandato. Avvenne quando imboccò la strada della grande riforma istituzionale, con l’approvazione della l.r.23/2015. Il limite di fondo della 23 è consistito nel concentrarsi sui contenitori (l’assetto istituzionale e l’organizzazione del sistema) ma non sui contenuti (gli interventi da compiere). La sua realizzazione ha assorbito tutte le energie dell’ultimo biennio dell’era Maroni e, in tal modo, sono stati lasciati incompiuti i percorsi di effettivo cambiamento precedentemente iniziati.

Oggi viviamo un momento, per certi versi, analogo. A fine anno è prevista la verifica della legge stessa. Il dibattito delle ultime settimane si è concentrato sui possibili cambiamenti riguardanti il disegno istituzionale e l’organizzazione del sistema, trascurando quelli concernenti le risposte da mettere in campo per i cittadini. Ad esempio, ha ripreso quota la discussione sulla prospettiva di un unico assessorato, peraltro già obiettivo – disatteso – della stessa legge 23; si parla di accorpare in un’unica ATS l’intero territorio regionale; si prospetta la diminuzione del numero di direzioni generali e unità operative, e così via. E’ forte, dunque, il pericolo che – ancora una volta – l’attenzione si concentri sulla revisione dell’assetto istituzionale e organizzativo, e che si perdano di vista le modifiche necessarie per arrivare a un’efficace presa in carico del cittadino. Ecco il secondo errore da non ripetere: quello di anteporre i contenitori ai contenuti.

 

Terzo.  Scelte rapide, non lentezza

A marzo saranno trascorsi i primi tre anni della Legislatura lombarda a guida Fontana. Siamo dunque oltre la metà del quinquennio previsto, che terminerà all’inizio del 2023. Se si vuole dar vita a un’azione capace di rivelarsi incisiva, il tempo rimasto è ormai al limite. Il passaggio da obiettivi condivisibili – ampiamente acquisiti – a indicazioni operative deve avvenire ora. Due anni rappresentano, infatti, il periodo minimo per poter concretizzare un cambiamento in grado di lasciare il segno.

D’altra parte, la crisi generata dal Covid-19 potrebbe rivelarsi un fattore favorevole nell’accelerare il processo di trasformazione. Potrebbe, ad esempio, contenere le naturali resistenze degli operatori a lasciare modelli di funzionamento conosciuti, perché ora si è tutti decisamente più consapevoli dei limiti dell’attuale sistema. In altre parole, oggi il contesto dei servizi territoriali sembra più incline al cambiamento rispetto al passato.

Per non sprecare questa opportunità però, è necessario usare al meglio il (poco) tempo rimasto.

 

Quarto. Interventi strutturali, non sperimentazioni

L’intreccio tra il consenso sui principi e il limitato tempo a disposizione suggerisce di evitare l’attivazione di interventi di natura sperimentale, che necessitano di essere seguiti per un periodo sufficiente a decidere se introdurli a regime in tutta la regione. Avviare oggi azioni sperimentali significherebbe, nei fatti, rinunciare a realizzare cambiamenti strutturali nell’attuale legislatura. Perpetrare quelle in corso, senza darne pieno compimento, anche. Si pensi alla sperimentazione in corso sul Fattore Famiglia lombardo, applicata in alcuni casi (pacchetto famiglia) sospesa in altri (bonus badanti l.r.15/15) o alle sperimentazioni realizzate in questi anni su servizi innovativi sul Dopo di noi/Vita indipendente che non hanno ancora portato ad una revisione, come era negli obiettivi, della conformazione del sistema delle unità d’offerta regionali.

In passato, peraltro, è già stato attivato un numero assai elevato di sperimentazioni, terminate senza sfociare in cambiamenti strutturali e che, quindi, non hanno lasciato tracce durature nel nostro welfare (es. CeAD, costi standard RSA…).

Nella recente storia lombarda, l’eccesso di sperimentazioni è andato di pari passo con la sostanziale immutabilità del disegno del nostro welfare. Inoltre – come detto – i cambiamenti strutturali da mettere in campo sono chiari. In un simile quadro, la scelta di proporre di nuovo un approccio sperimentale apparirebbe come una strada per oscurare la volontà di non promuovere il cambiamento.