L’accesso ai servizi: quali bisogni?

Negli ultimi decenni, le politiche sociali hanno guidato una transizione dal modello tradizionale di welfare state all’attuale modello di welfare, improntato sul proposito da un lato di garantire maggiore libertà di scelta agli utenti dei servizi, ripensati come clienti e consumatori, e, dall’altro, sulla necessità di contenimento della spesa pubblica.

I servizi pubblici si sono adattati a tale logica prevedendo sostanzialmente l’aumento dei fattori di condizionalità nell’accesso ai servizi: se, da un lato, la previsione di criteri standard che determinino il diritto di accesso alle prestazioni risponde alla necessità di distribuire le risorse pubbliche in modo equo, trasparente e secondo le priorità definite, dall’altro lato, questa impostazione organizzativa può porre limiti importanti alla possibilità di intervento per gli assistenti sociali. Infatti, porta con sé il rischio che si diffonda la tendenza tra gli operatori a compiere una valutazione guidata dai servizi disponibili (services-led assessment), al posto di una valutazione guidata dal bisogno (needs-led assessment) (Folgheraiter, 2016). Un assistente sociale può quindi rispondere alla persona individuando se e quale tra i servizi disponibili che può attivare si adatta alla situazione oppure mettersi in ascolto delle persone cercando di costruire percorsi di aiuto che tengano conto della complessità dei bisogni portati ed anche della possibilità di attivare aiuti e risorse al di fuori della propria “offerta” prestazionale. Il punto critico è che appare problematico per gli assistenti sociali valutare i bisogni reali, se questi ultimi devono legarsi ai criteri di accesso alle prestazioni, i quali a loro volta sono definiti sulla base delle risorse disponibili[1] (Davis et al, 2003).

 

L’impatto sui servizi per le persone con disabilità

I servizi di alcuni ambiti, più di altri, sono stati riorganizzati secondo la logica dell’utente-cliente, assumendo le caratteristiche esposte e le conseguenti criticità. Tra questi, i servizi per le persone con disabilità.

L’idea della personalizzazione dei servizi nell’area della disabilità intende “assicurare che le persone con disabilità che ricevono dei servizi siano capaci di scegliere la tipologia, la modalità ed il contenuto dei servizi stessi, e di decidere come, quando e da chi essi debbano essere forniti[2]” (Reindl et al, 2016, così tradotto qui). Questa idea è stata declinata operativamente nella previsione di trasferimenti monetari alle persone con disabilità ed alle loro famiglie al fine di aumentare il loro potere d’acquisto autonomo di prestazioni di cura, seppure accompagnati da modalità di controllo della spesa e necessità di rendicontazione (Pozzoli, 2018; Rodrigues, Glendinning, 2015; Zaviršek, 2009; Lymbery, 2012).

Come sostiene Thompson (2016), la spinta verso la personalizzazione dei servizi è un passo importante nella direzione di dare maggiore spazio alla voce delle persone con disabilità e ai loro bisogni; tuttavia, non è di sé garanzia che promuova realmente processi di empowerment e maggiore autonomia per le persone con disabilità. Rischia infatti di rimanere all’interno di un approccio individualista che patologizza le persone, fornendo loro risposte solo assistenziali; anche assumendo l’ottica della personalizzazione si può continuare ad ignorare i fattori culturali e strutturali che condizionano la vita delle persone con disabilità, caratterizzata da processi discriminatori ed escludenti. Inoltre, se la valutazione del bisogno è fortemente condizionata dai criteri di accesso e di priorità dei servizi, determinati a loro volta dalle risorse disponibili, la personalizzazione dell’aiuto perde il suo potenziale di empowerment a favore delle persone con disabilità (Davis et al, 2003).

Il servizio sociale è stato sottoposto ad una scomposizione della sua funzione di aiuto inteso come processo complesso ad alta relazionalità in più funzioni/compiti burocratici (Dominelli, 2003), utili anche ai fini della rendicontazione del lavoro degli operatori. Si è assistito ad una trasformazione del ruolo degli operatori sociali che nella percezione delle persone con disabilità, secondo alcune ricerche, vengono visti come figure oppressive, vincolate da regolamenti, rigidità organizzative e con funzioni di controllo della spesa, oppure come superflue laddove vi sia la possibilità per le persone con disabilità di gestire in autonomia le risorse (Leece, Leece, 2011).

 

Quali responsabilità per gli assistenti sociali?

Gli assistenti sociali dei servizi pubblici si sono quindi trovati in un contesto che li vede “compressi” tra interessi differenti, tra la richiesta di efficienza e criteri sempre più stretti nei quali muoversi, e le aspettative legittimamente crescenti delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

Evidenziare le criticità della logica con cui sono organizzati alcuni servizi non significa affermare che gli enti pubblici non dovrebbero prevedere criteri di accesso, né che le prestazioni assistenziali siano inutili; esse possono essere fondamentali per rispondere alle necessità di cura o di sostentamento delle persone. Tuttavia, l’appiattimento del ruolo dell’assistente sociale sulla funzione di verifica della possibilità per le persone di accedere alle prestazioni a cui hanno diritto è in contraddizione di fatto con il mandato professionale dell’assistente sociale, chiamato a farsi carico di problemi e situazioni complesse nella loro interezza e ad accompagnare le persone verso un fine di miglioramento della propria condizione di vita (art. 11, Codice deontologico dell’assistente sociale, 2020).

Alcuni principi che orientano il lavoro dell’assistente sociale sono coerenti con la logica della personalizzazione: in particolare, il rispetto dell’autodeterminazione delle persone, che si fonda sul riconoscimento dell’altro come competente e titolare del diritto di decidere per sé e il riconoscimento della centralità e dell’unicità di ogni persona (Codice deontologico, 2020).

Tuttavia, il Codice deontologico esplicita che gli assistenti sociali devono anche essere consapevoli che la possibilità di autodeterminazione delle persone può essere ridotta a causa di condizioni individuali, socioculturali, ambientali o giuridiche (art. 27). Gli assistenti sociali devono tenere conto del contesto e dei condizionamenti che influenzano l’esperienza di vita delle persone, che possono essere vittime di dinamiche di oppressione, di esclusione, di discriminazione che non le mettono in condizione di far sentire la propria voce e di esprimere i propri bisogni (Dominelli, 2015). La logica del “cliente” dei servizi presuppone la piena possibilità di esercizio della libertà di scelta da parte dell’individuo: alcune ricerche qualitative finalizzate ad esplorare l’esperienza in particolare delle persone con disabilità intellettiva (Williams, Porter, 2017; Brophy et al, 2015; Mitchell, 2011), invece, indicano che una maggiore autonomia decisionale può essere esito di un processo di scelta adeguatamente sostenuto, più che una precondizione dello stesso.

Di fronte alla ricerca di un adattamento possibile alle “regole del gioco”, soprattutto laddove vengono percepite come conflittuali con i valori della professione, agli assistenti sociali rimane a sostegno del proprio agire la riscoperta della dimensione etica della professione. Come ha evidenziato Bauman (2003), “il lavoro sociale — qualunque cosa esso sia — è anche l’atto morale di farsi carico dell’inestirpabile responsabilità che abbiamo per la sorte e per il benessere dell’altro; e che quanto più l’altro è debole e incapace di fare valere i propri diritti, tanto più grande è la nostra responsabilità[3]” (pp. 46-47). Certo, come sottolinea l’autore, questa argomentazione non ha la razionalità strumentale o l’economia a suo favore: non ci sono altre “buone ragioni” che sostengano la necessità di prendersi la responsabilità della cura dell’altro, senza “cedere” alle logiche che si scontrano con i valori professionali. Il rischio, diversamente, è che gli assistenti sociali ricadano nella responsabilizzazione dell’altro, sia per quanto riguarda la propria condizione di vulnerabilità, sia per quanto riguarda la possibilità di uscirne e di cambiare, abdicando alla propria possibilità di fare la differenza attraverso la relazione di aiuto.

 

Spunti di riflessione dall’esperienza sul campo

Nel mio percorso professionale, ho lavorato presso diversi servizi; tutte le volte che ho iniziato a lavorare presso un nuovo servizio sociale, ho speso le prime giornate di lavoro ad imparare le procedure del servizio e a leggere lunghi elenchi di nomi e cartelle che sarebbero diventati “i miei casi”. Sempre almeno un foglio di troppo tra i moduli da conoscere e usare; sempre un elenco di nomi troppo lungo; sempre troppo poco tempo per associarli a storie e volti con cui costruire relazioni.

Quando ho iniziato a lavorare presso un servizio sociale territoriale di base rivolto anche alle persone adulte con disabilità, dopo un po’ di tempo, mi sono resa conto di un “fatto strano”: non avevo ancora incontrato una persona con disabilità, salvo forse in pochissime occasioni di visita domiciliare. Le persone con disabilità che avevo iniziato a seguire non erano poche, ma nel mio ufficio transitavano genitori, fratelli, sorelle, figli, parenti, a volte persino vicini di casa, volontari e un numero imprecisato di educatori.

Consapevole di questa stranezza, una volta incontrai una mamma che si presentò in segretariato sociale con tutta la documentazione per richiedere il rinnovo della misura B2 a favore del proprio figlio con disabilità. Verificata l’istanza, un po’ ingenuamente le chiesi se avrei potuto conoscere suo figlio. La signora rimase un po’ stranita dalla richiesta e mi rispose: “Nessuno del comune ha mai incontrato mio figlio. Se è proprio necessario…altrimenti ci vediamo l’anno prossimo per il rinnovo, sempre se lei ci sarà ancora”. Quella risposta fu una rivelazione: a mio parere, non fu un rifiuto, non ricordo di aver pensato che lei non volesse farmelo incontrare. Mi sembrò più un avvertimento: se mi chiede di espormi, di andare oltre, mi deve far capire perché e mi deve garantire che avrà un senso, che lei ci sarà. Se no, perché me lo chiede? Per la prima volta, ho avuto la sensazione che le persone di cui mi stavo occupando attraverso quelle pratiche non avessero in realtà nessun bisogno di me. Il passaggio nel mio ufficio era un passaggio obbligato per molti, per ottenere una prestazione, e ho capito che, se non avessi iniziato ad agire in modo più consapevole, avrei anche potuto adempiere alle funzioni istituzionali di mia competenza senza costruire relazioni significative con le persone e senza nessun coinvolgimento diretto delle persone con disabilità, nelle situazioni (numerose) dove c’era qualcun altro che portasse avanti le loro pratiche, rivolgendosi al servizio al posto loro.

In questo lento processo di presa di coscienza, ci fu un’altra situazione, che fu per me una doccia fredda. Mi capitò di trovarmi nella condizione di dover chiudere un servizio di assistenza domiciliare (SAD) che durava da anni per questioni legate al budget di risorse e al cambiamento delle soglie reddituali di accesso al servizio. Senza entrare nel dettaglio del racconto, ricordo che fu per me un’esperienza molto faticosa (anzi, mi permetto di dire dolorosa), in cui mi resi conto di quanto distante fosse l’approccio che stavo mettendo in pratica dall’idea di aiuto che in altri contesti ha guidato la mia azione professionale; di quanto mi fossi adattata passivamente ad un agire professionale lontano dai principi e dall’etica del lavoro sociale, complici il carico di lavoro e le logiche organizzative. Complici, ma non colpevoli: bisogna saper collocare le responsabilità per promuovere un cambiamento, a partire da sé stessi, e lo spazio della propria responsabilità professionale è un margine di libertà che ogni operatore può abitare.

 


[1] Davis, A., Ellis, K. & Rummery, K. La valutazione dei bisogni e l’accesso ai servizi socioassistenziali, in Folgheraiter, F. (a cura di), La liberalizzazione dei servizi sociali, Erickson, Trento, 2003. Traduzione dall’originale Setting the scene. Access to assessment: Perspectives of practitioners, disabled people and carers, Bristol, The Policy Press, 1997, pp. 8-18.
[2] Reindl, M., Waltz, M., & Schippers, A. (2016) Personalization, self-advocacy and inclusion. Journal of Intellectual Disabilities, 20(2), 121-136. doi:10.1177/1744629516631449.
[3] Bauman, Z. Sono forse io il custode di mio fratello? in Folgheraiter, F. (a cura di), La liberalizzazione dei servizi sociali, Erickson, Trento, 2003. Traduzione dall’originale Am I my brother’s keeper? European Journal of Social Work, n. 3, 2000, pp. 5-11.