Il 18 novembre si è tenuta la Autumn school di Fondazione Cariplo, la scuola annuale che oramai da qualche anno accompagna il programma Welfare in azione. Si tratta di un appuntamento in cui le reti dei progetti finanziati si incontrano per mettere a fuoco apprendimenti e riflessioni intorno all’attuazione delle esperienze di welfare comunitario. Quest’anno, in coerenza con la strategia promossa sul contrasto alla povertà, l’appuntamento è stato aperto alle altre reti sostenute dai progetti promossi dalla Fondazione, ovvero Qubì, Doniamo energia le Fondazioni di comunità.

Una due giorni, coordinata con il supporto di Codici Ricerche, ente che accompagna il monitoraggio e la valutazione del programma insieme all’Istituto italiano di valutazione, e che si è svolta interamente on line.

Sintetizziamo in questo contributo alcuni dei messaggi che sono emersi, in particolare dall’intervento di apertura del Presidente Fosti e dalle due ricerche presentate in avvio, quella di Codici, “Welfare in azione Covid 19” relativa ai progetti della terza e della quarta edizione, e quella realizzata da Lombardia Sociale su Il futuro dei progetti di welfare comunitario, su cui abbiamo già pubblicato primi approfondimenti.

 

Le sfide che abbiamo davanti

(Presidente di Fondazione Cariplo, Giovanni Fosti)

Il welfare, trama e tenuta della nostra società

Welfare in azione è un programma particolarmente significativo, poiché va al cuore di ciò su cui lavorare, ovvero la comunità. Il welfare è molto di più di “un settore”, molto di più di “competenze e servizi”, è la tessitura di quei legami fondamentali per la tenuta delle nostre comunità.  Oggi lo snodo fondamentale è riconoscere quello che queste reti hanno fatto e cercare di intuire cosa potranno fare ancora per continuare ad alimentare questo legame.

Tornare indietro a certezze passate, o cercare altri riferimenti?

Ci troviamo in un momento epocale, di svolta per la nostra società. È fisiologico, e necessario, provare smarrimento, siamo di colpo senza punti di riferimento. Il rischio più grande che possiamo correre però è quello di tornare a guardare alle certezze del passato, quale rifugio sicuro, senza ricordarci che se siamo dentro a questo percorso è perché un welfare, così come era, non ci bastava più, era già stato messo in discussione. Welfare in azione è partito, anni fa, da questa consapevolezza: che ci fosse qualcosa da cambiare, da ricostruire in modo diverso. Questo significa guardare all’oggi cercando nuovi riferimenti, alimentando quell’autoriflessività che ci possa consentire che le esperienze che stiamo facendo oggi, non siano solamente accadimenti, ma qualcosa di utile per capire come poter andare avanti ed evolvere.

Una responsabilità di tutti: non perdere le opportunità

Il welfare non è fatto solo di servizi, ma primariamente di cura e legami. Oggi abbiamo bisogno certamente di tornare a “fare” ma soprattutto abbiamo bisogno di connettere. Per questo sarebbe utile non solo guardare ai problemi che nascono o si acuiscono ed allestire possibili “risposte”, ma anche alle possibilità inattese che emergono e che non ci aspettavamo. Oggi non possiamo rischiare di non vederle, non possiamo prenderci il lusso di non coglierle. Questo è possibile solo se siamo aperti a riconfigurare le nostre modalità. Da soli è un’operazione difficile, è fondamentale darsi setting per costruire pensiero e sostenere questa possibilità di vedere nuove opportunità.

 

Come i territori e i progetti coinvolti da Welfare in azione hanno attraversato l’impatto della pandemia?

(Codici Ricerche)

Massimo grado di incompetenza

Ci si è trovati tutti incompetenti, non solo rispetto all’azione, al “cosa fare”, ma anche alla stessa comprensione, lettura e rappresentazione di quanto stava accadendo. Da questo è derivato il grande senso di disorientamento e si è generato un “tempo di latenza” tra il “rendersi conto del cambiamento della realtà intorno, il darsi le chiavi per leggerne le dinamiche e le tendenze, il trovare una via d’azione coerente”.

Impatti diversi

L’emergenza non ha impattato su tutte le organizzazioni allo stesso modo. La pubblica amministrazione, nelle sue varie forme, è stata travolta dalla gestione di aspetti di emergenza e di urgenza.  Nelle realtà del terzo settore l’emergenza ha significato fare i conti con le incertezze economiche e finanziarie, con il ricorso alla cassa integrazione e fatiche nella gestione dei flussi di cassa e nella sostenibilità della propria impresa.  Il volontariato ha subito trasformazioni al proprio interno: la perdita di volontari attivi è spesso stata compensata dall’ingaggio di nuove persone desiderose di mettersi a disposizione, e molto più facilmente ha trovato “un proprio ruolo nella gestione dell’emergenza”.

I gradi di separazione tra i temi e l’emergenza

I diversi impatti sono riferiti in qualche modo anche al grado di distanza che si è creato tra temi al centro dell’azione progettuale e priorità dettate dall’emergenza, che hanno reso più o meno facile spingere da subito verso un ripensamento ed una riorganizzazione della propria iniziativa e delle reti ingaggiate.

Deformazione elastica, deformazione plastica

In questo scenario, dopo il primo disorientamento, generalmente i progetti e i territori sono riusciti ad attivare un ripensamento e una ridefinizione di sé, capace anche di superare la separazione. Si sono generate “deformazioni elastiche, destinate a scomparire una volta che l’emergenza e le sue conseguenze saranno superate, e deformazioni plastiche, destinate a diventare permanenti e a riconfigurare le relazioni nei territori e i meccanismi messi in atto dai progetti”. In questo adattamento alle sollecitazioni prodotte, si vede anche la capacità di riconoscere che qualcosa non sarà più come prima.

La forma e il funzionamento delle reti

Una delle principali deformazioni plastiche è riferita proprio alle reti territoriali. Reti diventate più permeabili, più capaci cioè di intercettare situazioni di vulnerabilità e di emergenza, esplose nell’effetto della pandemia. Reti che si sono rese più aperte verso altri mondi, in particolare quelli di sanità e scuola, che sono poi quelli maggiormente investiti dall’impatto dell’emergenza e su cui ha influito di più l’esigenza di trovare alleanze e sostegni. Ma reti in cui si sono modificati i codici di funzionamento, in cui si può leggere anche una rinnovata centralità dell’Ente pubblico nello svolgere un ruolo di guida e di coordinamento.

 

Sfide e opportunità per radicare il welfare comunitario nelle politiche territoriali

(LombardiaSociale)

Tempi nuovi dentro a governance complesse  

La prima sfida è sperimentare una nuova dimensione temporale, soprattutto nei processi di lavoro e decisionali dei servizi e dei sistemi di governance. Leggere un bisogno emergente e immediatamente organizzare una risposta non è abituale per sistemi di servizi spesso ingessati in procedure decisionali o burocratiche lunghe e complesse, ma è quanto la gestione dell’emergenza ha portato a sperimentare in questi mesi.  La sfida è mantenere in equilibrio la celerità e la flessibilità nell’organizzare le risposte con la capacità di mantenere governance aperte e partecipate, evitando la chiusura e la spinta verso strategie erogative e individualizzate di fronteggiamento della crisi. Le reti e la collaborazione pubblico-privato sono state, e sono oggi alla base di una capacità di lettura dei bisogni, individuazione e messa in campo delle risposte. Questi meccanismi e la capacità sviluppata sull’onda dell’emergenza sono un patrimonio che serve a tutto il sistema di welfare per affinare la capacità di rispondere si bisogni che cambiano.

Riconoscibilità del valore e connessione con l’agenda politica

È fondamentale continuare a lavorare per rendere riconoscibile il valore che si sta costruendo attraverso il welfare comunitario e dargli solide basi lavorando alla continua tessitura con le misure e i servizi strutturali del welfare territoriale. Oggi il valore della comunità come risorsa imprescindibile per resistere alla crisi, e superarla, è al centro del discorso pubblico, e il linguaggio del welfare comunitario è entrato nel linguaggio comune, e dunque il lavoro sulle relazioni e sullo sviluppo di comunità è molto più visibile che in passato. Mantenere l’approccio e le metodologie sperimentate nei progetti, anche traslandole su nuove aree di intervento o in relazione a nuovi target, che risultano prioritari nell’agenda politica, è una delle strade possibili per radicare l’approccio comunitario nelle politiche territoriali.

Cogliere le esigenze trasformative del welfare, tra visioni tecniche e politiche

I sistemi di welfare territoriale registrano un’esigenza trasformativa, connessa al mutare dei bisogni, all’ampliamento delle fasce di bisogno, all’acutizzarsi dei problemi, ma anche alla nuova prospettiva e ai nuovi strumenti che l’emergenza sanitaria ha messo in campo: vanno ripensati i servizi e le loro modalità di funzionamento, le relazioni di aiuto e quelle educative, riformulati modi di rendere fruibili i servizi e le misure ai cittadini, potenziate le opportunità tecnologiche lavorando sul superamento del divario digitale, valorizzate le risorse dei cittadini riconducendole dentro a spazi di partecipazione pensati, organizzati, e non isolati. Davanti a tanti movimenti, la visione tecnica e quella politica rischiano di prendere strade divergenti, e la sfida ricompositiva è allora quella di tenere insieme le due visioni, senza polarizzare la capacità di risposta tra strumenti individuali e misure comunitarie, ma lavorando a un mix sinergico di tutte le opportunità possibili.

Un welfare forte, per tutti

La pandemia e tutto ciò che ne è conseguito ha allargato le maglie di un welfare normalmente inteso come un sistema residuale per una parte residuale di cittadini. Il superamento dello stigma abitualmente legato alla richiesta di aiuto ai servizi sociali, ha portato un ampliamento della platea ma anche una visione diversa sull’importanza di dotarsi – tutti – di un sistema di welfare forte che sia una risorsa per fronteggiare la crisi. Mentre i territori lombardi si preparano alla nuova programmazione è in questa breccia che il welfare comunitario può ancora trovare uno spazio per rimanere un pilastro significativo delle politiche territoriali.