Sono da poco state pubblicate Le linee guida per l’utilizzo del Reddito di Cittadinanza nell’ambito della sperimentazione a favore dei Care Leavers, ossia quei ragazzi che al compimento della maggiore età si trovano fuori dalla famiglia di origine, sulla base di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria e che devono lasciare la comunità di accoglienza oppure concludere l’affido eterofamiliare.
Il documento è finalizzato a chiarire alcuni aspetti di funzionamento e di integrazione tra la sperimentazione Care Leavers e il Reddito di Cittadinanza, in relazione al fatto che la sperimentazione è finanziata a valere su risorse del Fondo Povertà, e che è pensata come strettamente connessa con la misura del RdC.
L’aspetto centrale della sperimentazione a favore dei Care Leavers è, infatti, il coinvolgimento dei ragazzi nella definizione di un progetto individualizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa, a partire da una valutazione multidimensionale, che possa essere accompagnato da un tutor per l’autonomia e possa appoggiarsi su diversi strumenti e misure di sostegno già attivi sul fronte economico, di sostegno agli studi e di inserimento lavorativo, in primis il Reddito di Cittadinanza.
L’avvio della sperimentazione, che in Lombardia è partita in 4 Ambiti territoriali sulla base della numerosità del target potenziale, ha visto gli ambiti confrontarsi con diversi dubbi e problematiche che in alcuni casi hanno comportato ritardi sull’avvio dei percorsi, e il rischio di ridurre la portata positiva della sperimentazione, che pure alcuni territori hanno positivamente avviato. Le nuove Linee Guida in parte rispondono a tali difficoltà, ma alcuni nodi restano aperti.
Grazie a un’interlocuzione con alcuni degli ambiti impegnati nella sperimentazione, in questo articolo ne proviamo a mettere a fuoco le principali potenzialità, e alcuni nodi che ne stanno ostacolando la piena riuscita, anche per vedere se le linee guida appena pubblicate possano favorirne la risoluzione.
I ragazzi al centro di un sistema multipolicies e multistakeholder
Nonostante la sperimentazione, in relazione alle risorse stanziate con D.M. 18 maggio 2018 n. 155, pari a 15 milioni di euro a livello nazionale, abbia la possibilità di realizzare progetti che coinvolgeranno un numero limitato di beneficiari, e non possa dunque essere considerata una misura estensiva, presenta diverse potenzialità: in primo luogo – da un punto di vista di costruzione di policies – ha portato il tema dei percorsi di autonomia dei ragazzi che diventano maggiorenni in percorsi fuori famiglia al centro del dibattito e dell’attenzione, dedicandovi fondi ad hoc. Si tratta di una questione di cui i Comuni o gli Ambiti si sono sempre fatti carico, anche grazie alla possibilità di dare continuità ai percorsi tramite la misura del Prosieguo amministrativo, costruendo con e per i ragazzi in uscita da comunità e affido percorsi di accompagnamento all’autonomia, attraverso l’utilizzo di appartamenti per l’autonomia, borse lavoro e strumenti di sostegno allo studio, ma con una grande disomogeneità nelle risposte in relazione alle caratteristiche dei contesti e alle risorse disponibili. La sperimentazione di questa misura potrebbe invece fornire elementi utili a indirizzare una definizione maggiormente omogenea degli interventi a favore di questo target.
La seconda grande potenzialità è data dal fatto che il cosiddetto Fondo Care Leavers, e i relativi strumenti di attuazione, non si pongono come misure alternative ad altre, o sganciate dal contesto, ma anzi come “una cornice di senso per integrare e mettere a sistema tutte le risorse presenti a livello nazionale e locale che possono essere mobilitate a favore dei Care leavers, e fra queste, in primis, i dispositivi del reddito di Cittadinanza, di Garanzia Giovani e del Diritto allo studio.” La sperimentazione assume, in questo senso, una prospettiva interessante di integrazione e non sovrapposizione con altre misure, secondo una logica di sistema che costituisce in questo momento storico una delle principali sfide per l’introduzione e la permanenza di nuove misure di sostegno ai minori e alle famiglie.
La terza grande potenzialità è data dal sistema di governance che è stato pensato per questa misura, che prevede la costituzione, oltre che di equipe multidisciplinari di sperimentazione locale, anche di tavoli locali capaci di riunire “pezzi” che spesso faticano a integrarsi: Servizi sociali, servizi socio-sanitari, servizi per il lavoro, istruzione e formazione, referenti di associazioni di categoria e cooperative (imprenditoria locale) e altri attori locali considerati strategici a livello territoriale. La medesima prospettiva multistakeholder viene prevista anche a livello regionale e nazionale, andando a definire un sistema complesso ma con grandi potenzialità.
L’ultima potenzialità, ma non per importanza, è che la sperimentazione prevede che i ragazzi ne siano attivamente coinvolti, non solo individualmente nella definizione dei propri percorsi di autonomia, ma anche tramite “organismi di partecipazione attiva dei giovani a livello locale, regionale e nazionale, che cooperino con i tavoli locali, il tavolo regionale e la cabina di regia nazionale della sperimentazione al fine di condividere il percorso di monitoraggio degli interventi, facilitare lo scambio di esperienze nonché promuovere processi di innovazione.” In questo senso, si prevede che a livello locale tutti i giovani beneficiari della sperimentazione siano invitati a far parte di una youth conference locale (TCL) che potrà riunirsi con cadenza almeno bimensile con la presenza dell’assistenza tecnica nazionale, dei tutor per l’autonomia e, in relazione ai temi, anche con i referenti di ambito locale e regionale.
Primo nodo: la selezione dei ragazzi tra Fondo Care Leavers e Reddito di Cittadinanza
Uno dei nodi che si sono evidenziati nella fase di avvio della sperimentazione ha riguardato la selezione dei beneficiari, in relazione ai requisiti richiesti e alle caratteristiche dell’agevolazione. L’indirizzo generale, in relazione alle caratteristiche del Fondo, è stato infatti quello di integrare quanto più possibile il Fondo Care Leavers con la misura del Reddito di Cittadinanza.
Il budget di progetto per ogni ragazzo, definito Borsa per l’autonomia, si concretizza in un contributo massimo di 780 euro al mese (9.360 euro annui), ed era inizialmente previsto come generalmente composto dall’ammontare del Reddito di Cittadinanza, e da un contributo per l’affitto di un massimo di 280 euro mensili.
Di conseguenza, il primo nodo sorto per gli ambiti che hanno avviato la sperimentazione è stato quello relativo al fatto di coniugare i requisiti richiesti dalla sperimentazione con quelli relativi al Reddito di Cittadinanza, in primis la presenza di un ISEE non superiore a 9.360 euro.
L’attestazione di un ISEE individuale, per ragazzi che si trovano fuori famiglia, in affido o in comunità di accoglienza, risulta spesso problematica perché richiede che non risultino nello stato di famiglia ed era inizialmente richiesta una dichiarazione di estraneità in termini di rapporti affettivi ed economici del figlio nei confronti dei genitori. Tale dichiarazione e la necessità di togliere il ragazzo dallo stato di famiglia, possono in molti casi risultare passaggi critici e difficilmente accettabili per le famiglie, tanto in termini relazionali quanto economici, anche per l’impossibilità per le famiglie di considerare il figlio nel proprio nucleo familiare per la determinazione dell’ISEE famigliare per eventuali sostegni di altro genere.
La sfida per gli ambiti era dunque quella di individuare ragazzi pronti a co-costruire un progetto di autonomia e per i quali si potesse allo stesso tempo determinare un ISEE autonomo, quindi in un alloggio autonomo, potendo contare su un reddito mensile di 780 euro, considerando che in caso di prosieguo amministrativo il valore della borsa per l’autonomia viene dimezzato, e dunque il beneficio per il ragazzo risulta ridotto.
In relazione a queste criticità, che soprattutto in alcuni ambiti hanno molto limitato le possibilità di proporre questi percorsi a ragazzi che potenzialmente ne sarebbero stati interessati, le nuove Linee Guida agiscono in due direzioni:
- Da una parte mettono in campo alcuni aggiustamenti per facilitare il calcolo di un ISEE individuale dei ragazzi, rendendo sufficiente il provvedimento di allontanamento adottato dall’Autorità competente durante la minore età e non necessaria la produzione di altri documenti che definiscano l’estraneità in termini di rapporti affettivi o economici, e evidenziando che il minore in affidamento temporaneo e il minore in affidamento presso comunità è considerato nucleo autonomo a sé stante.
- Dall’altra definiscono formalmente la possibilità (già di fatto realizzata da alcuni ambiti) di comporre le borse per l’autonomia o interamente con risorse provenienti dal Reddito di Cittadinanza, oppure interamente da risorse provenienti dal Fondo Care Leavers, oppure da un mix delle due.
In questo modo, gli ambiti dovrebbero avere maggiori possibilità di fare in modo che i ragazzi possano avere una dichiarazione ISEE adeguata per il Reddito di Cittadinanza, o, in caso questo non sia possibile, di attivare le borse di autonomia tramite l’utilizzo del Fondo Care Leavers, bypassando di fatto il RdC.
Un buon passo avanti dunque, ma una soluzione ancora parziale poiché se il primo chiarimento può potenzialmente aiutare ad allargare la base dei beneficiari possibili, il secondo consente sì di agire in tempi più rapidi e con minori vincoli, ma allo stesso tempo riduce inevitabilmente il numero di beneficiari complessivi. A fronte di una medesima quantità di risorse disponibili, se queste devono coprire i soli costi dei tutor oppure anche le stesse borse per l’autonomia, i numeri dei beneficiari cambiano infatti sensibilmente.
Una limitazione del numero di beneficiari che non solo rischia di ridurre la portata complessiva della sperimentazione, ma rende anche poco praticabile la prospettiva di dare vita a una youth conference locale, che a livello di ambito risulterebbe troppo limitata, e che invece costituisce uno degli elementi più interessanti della sperimentazione.
Secondo nodo: 780 euro mensili basteranno?
Il secondo nodo, strettamente legato al primo, è dato dal valore dell’importo complessivo delle Borse per l’autonomia, pari a 780 euro mensili, cioè poco meno di 10.000 euro annuali. Il valore complessivo è composto da 280 euro a sostegno del canone di locazione e da 500 euro provenienti dal RdC o integrati dal Fondo Care Leavers.
Poiché la Borsa per l’autonomia è pensata come uno strumento per sostenere progetti individualizzati, in primis di studio e lavoro, può essere integrata con forme di sostegno allo studio e con borse lavoro, mentre forme di tirocinio formativo e di orientamento, così come lo svolgimento di attività lavorative, andando ad innalzare il reddito, comportano una riduzione dell’importo della borsa.
Sul fronte lavorativo, l’integrazione con il RdC prevede che se i ragazzi coinvolti nella sperimentazione sono anche beneficiari di questa misura venga definito con loro il Patto per l’inclusione sociale o il patto per il lavoro, strumenti propri del RdC che dovrà trovare adeguata integrazione con il Progetto di autonomia.
Le Linee Guida definiscono inoltre, formalmente, i possibili sostegni, benefici e agevolazioni che possono concorrere alla borsa per l’autonomia andando a integrare il reddito dei ragazzi: sono qui previsti sostegni nell’area abitativa, trasferimenti in denaro come contributi economici per servizi alla persona, per i trasporti o per l’alloggio, i vari bonus per le forniture, etc.
Di fatto però, uno dei nodi che restano aperti riguarda l’effettiva possibilità di avviare percorsi di reale autonomia per ragazzi che vivano in alloggi autonomi, soprattutto in alcuni contesti urbani come ad esempio quello milanese, con un reddito di 780 euro mensili che si riduce nel momento in cui intervengono nuove fonti di reddito da attività lavorativa. Una delle potenzialità di questa misura potrebbe invece esser quella di consentire a ragazzi che si trovano a costruire percorsi di vita indipendente, anche la possibilità di integrare borsa e redditi da lavoro per costruirsi una piccola base di risparmio in vista del futuro, anche considerata la durata limitata nel tempo dell’accompagnamento.
Terzo nodo: architettura di governance e alternanza degli ambiti coinvolti
L’ultimo nodo riguarda due aspetti strettamente connessi, relativi alla complessità dell’architettura di governance che è stata prevista e all’articolazione pluriennale della sperimentazione. I tempi di sviluppo della sperimentazione complessiva sono dal 2019 al 2023, con la prospettiva di coinvolgere via via tre coorti diverse, che ogni anno avviano i progetti e li proseguono per i successivi tre anni. Dopo i ragazzi coinvolti nel 2019, i cui progetti proseguiranno fino al 2021, ci sarà una nuova coorte che parte nel 2020 e termina nel 2022, e un’ultima coorte che parte nel 2021 e termina nel 2023.
Dal punto di vista della governance, l’implementazione dei tavoli multistakeholder locali, regionali e nazionali sembra al momento non essere ancora del tutto avviata, anche per il fatto che le maggiori energie tanto degli ambiti quanto delle regioni, del Ministero e dell’assistenza tecnica in capo all’Istituto degli Innocenti, sono state per lo più focalizzate sulla creazione delle condizioni necessarie ad avviare i progetti per l’autonomia. Di conseguenza, essendo ormai arrivati quasi al termine del primo anno, posto che gli ambiti attualmente impegnati nella sperimentazione proseguiranno in ogni caso per un triennio gli interventi con i ragazzi già coinvolti, si stanno prefigurando due scenari possibili:
- Dare continuità alle sperimentazioni negli ambiti attualmente impegnati, scelta che consentirebbe di mettere a frutto l’esperienza di questo primo anno e facilitare l’avvio dei percorsi con la nuova coorte, ma anche di dare spazio alla costruzione dei tavoli locali e quindi di concretizzare la prospettiva multistakeholder a partire dal livello locale. L’ampliamento del numero di giovani di un medesimo territorio via via coinvolti nella sperimentazione potrebbe, inoltre, dare spazio alla possibilità di dare vita alle youth conferences locali, che con i soli numeri del primo anno risultano invece scarsamente attuabili.
- Coinvolgere, a partire dal 2020 e poi nel 2021, nuovi Ambiti che diano avvio ai progetti di autonomia con i ragazzi della nuova coorte, scelta che consentirebbe di moltiplicare i soggetti che si confrontano con questa tematica e di offrire questa opportunità a ragazzi di territori diversi. Si rischierebbe però, in questo caso, di ripartire dall’inizio, senza che l’esperienza di questo primo anno venga sufficientemente valorizzata, e di non riuscire ad accompagnare la sperimentazione dei progetti con la costituzione di tavoli locali, che anche per il numero limitatissimo di ragazzi coinvolti, risulterebbero probabilmente eccessivamente onerosi.
Se dunque si dovesse privilegiare questa seconda scelta, sarebbe importante mettere a punto una strategia che consenta di non perdere le potenzialità relative ai tavoli multiattore e alle youth conferences, che rischiano altrimenti di andare perse nella focalizzazione sui singoli progetti, anche valorizzando maggiormente una prospettiva sovraterritoriale rispetto a quella locale, in una logica di scambio e accompagnamento agli ambiti e ai ragazzi che via via si affacciano alla sperimentazione.